sabato 4 aprile 2020

venerdì 3 aprile 2020

M.S. CUMMINS: la Pace del cuore

Mary Susan Cummins (1827-1866)
Se sarai paziente e cercherai di rendere felici gli altri avrai la pace del cuore.
M.S. Cummins

da Il Lampionaio Mursia Editore

giovedì 2 aprile 2020

Valentina Farinacci: Quel giorno

Valentina Farinaccio
"Quel giorno" di Valentina Farinaccio UTET Editore. Racconti, intensi e pieni di vitalità, di giorni  memorabili in cui un incontro, un rapporto può cambiarti la vita.

"Si nasce per stare al mondo, ci si incontra per fare miracoli. E i miracoli si fanno quando il lembo di uno combacia col lembo dell'altro. All'altezza della gola, del cuore, della mano che suona, chissà. Purché combaci."
Valentina Farinaccio

mercoledì 1 aprile 2020

Pietro A. Cavaleri: La normalità è un'illusione

Pietro A. Cavaleri
In poche settimane, la pandemia da COVID-19 ha modificato stili di vita consolidati da parecchio tempo. Oltre ad avere una ricaduta sulla nostra dimensione sociale, questo cambiamento repentino conduce ad uno stress psicologico inatteso capace, se affrontato correttamente, di rivalutare alcune dimensioni fondamentali della nostra esistenza individuale e collettiva. Su tale questione, abbiamo intervistato Piero Cavaleri.
Docente a contratto presso la Facoltà di scienze dell’educazione Auxilium e didatta ordinario presso la Scuola di specializzazione in psicoterapia dell’Istituto di Gestalt HCC Italy, Cavaleri è il presidente dell’associazione “PiùCittà” sorta a Caltanissetta per lo sviluppo di buone pratiche sociali e politiche.

La pandemia da COVID-19 ha radicalmente modificato il nostro stile di vita. Tutti, o quasi, rimpiangiamo la normalità persino quella gravida di problemi e scadenza. Tuttavia, il periodo che attraversiamo ci invita ad un ripensamento a partire propria dalla cosiddetta normalità. Che cos’è la normalità? Come ripensarla?
La “normalità” è solo un’ illusione che l’uomo moderno ha elaborato negli ultimi secoli per auto-rassicurarsi. Ma in realtà, la normalità non esiste! La cultura moderna, della quale noi siamo figli, attribuendo un infinito potere alla scienza e disprezzando i vincoli comunitari, ci ha fatto credere fino ad ora che tutto può essere “controllato” e “previsto” dagli scienziati. L’illusione che esista una “normalità” è il frutto di un paradigma culturale dominante, per il quale tutta la natura, quella che ci circonda e quella che ci abita, può essere tenuta sotto controllo dal sapere scientifico. Ma così non è! Basti guardare all’emergenza climatica, alle catastrofi naturali, ai flussi migratori, alle pandemie, come quella che sta sconvolgendo ora le nostre vite. Occorre ammettere, al di là dei miti moderni, che la normalità non esiste e che la realtà si sottrae, sempre e in modo imprevedibile, ad ogni “controllo”.
Dobbiamo imparare, con molta umiltà, a non parlare più di “normalità”, né tanto meno di “emergenza”! Nell’orizzonte ingannevole della cultura moderna, “emergenza” è tutto quanto sfugge momentaneamente o casualmente all’onnipotenza del sapere scientifico. Dobbiamo renderci conto, invece, che la vita è un continuo divenire, una emergenza costante, che non si acquieta e non si “normalizza” mai! Lungo la sua millenaria storia, la famiglia umana ha imparato a difendersi dalla instabilità e dalla insicurezza del vivere facendo ricorso al farmaco della coesione sociale, della condivisione, della solidarietà. La cultura, la religione, le istituzioni comunitarie, la stessa scienza, altro non sono se non una “risposta collettiva”, che la famiglia umana ha dato nel tempo alla continua emergenza del suo instabile vivere, che appunto non conosce “normalità”. È ponendosi all’interno della comunità, di un orizzonte di solidarietà e di condivisione, che la scienza può affrancarsi dagli inganni della modernità e tornare ad essere “umana”.

La quotidianità, per mille e più motivi, ci ha reso più prossimi ai colleghi di lavoro o di attività sociale. Con le misure restrittive, i familiari sono – per davvero – ritornati ad essere il nostro primo prossimo. Quali strumenti abbiamo per vivere in equilibrio questa nuova dimensione?
Lo strumento più importante è di sicuro l’amore, che si fa attento, paziente, audace, creativo, speranzoso, instancabile. Konrad Lorenz, un grande maestro dell’etologia, sosteneva che più aumenta la densità di abitanti in un determinato spazio e più aumenta fra essi l’aggressività. Il fatto stesso di stare per tanto tempo tutti quanti insieme in famiglia, fa di per sé aumentare la tensione relazionale. Senza parlare poi della paura e del contesto irreale nel quale ci troviamo a vivere. Tuttavia, anche in questa nuova dimensione, possiamo darci un filo d’oro, una “stella” di riferimento nella notte di questa navigazione non facile, e chiederci: qui e ora come posso ricominciare ad amare chi mi sta accanto? Come posso riconoscere in modo nuovo il suo bisogno di contenimento emotivo, il suo desiderio nascosto di essere sollevato dalla paura, dall’insicurezza di questo momento?
Naturalmente occorre ricordarsi sempre che per essere in grado di avere cura degli altri occorre prima, o contemporaneamente, avere cure di se stessi, provando ogni giorno a dedicarsi degli “spazi” mentali o fisici, alimentando in mille modi la cura del proprio corpo, della propria mente, del proprio spirito. Solo a queste condizioni possiamo creare e mantenere un equilibrio che possa permetterci di trasformare questi giorni non facili in una esperienza capace di migliorare la qualità delle nostre relazioni in famiglia.

Molti, anche fra i giovani, denunciano stati d’ansia e di stress emotivo dovuti tanto alla situazione emergenziale quanto ad una comunicazione divenuta, per molti motivi, esorbitante. I genitori, i docenti e gli operatori sociali in genere come possono supportare chi vive dei veri e propri attacchi di panico?
L’essere cresciuti nell’illusione di una condizione di vita “sicura” ci rende ora tutti, giovani o adulti, particolarmente esposti alla paura, all’ansia, allo stato di panico. Quando si crede di vivere in una società sicura e protetta, sperimentare poi l’esatto contrario costituisce, per molti aspetti, una esperienza traumatica. Posto di fronte ad un evento traumatico, il cervello umano reagisce spesso interrompendo i circuiti neurali che collegano le aree più arcaiche e istintive, con quelle più evolute e razionali. La paura è una delle più antiche emozioni degli organismi viventi e ci segnala sempre l’esistenza di un pericolo che mette a rischio la nostra vita.
In presenza di una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza, non c’è tempo per ragionare, sicché in noi prende il sopravvento il sistema nervoso autonomo, che con le sue reazioni istintive, con i suoi automatismi arcaici tenta di “farci salva” la vita. Accade così che a prendere il comando della nostra mente non è la parte razionale, cognitiva, di noi stessi, ma quella irrazionale ed emotiva. A questo punto, “l’animale spaventato” che ci abita mette in atto un “protocollo” antichissimo, che è sopravvissuto lungo tutto l’arco dell’evoluzione. Questo protocollo prevede tre reazioni autonome: il blocco, la fuga o l’aggressività. Tentare di ragionare con “l’animale impaurito” è pura perdita di tempo! Il suo emisfero sinistro, la sua neocorteccia, la sua razionalità, sono al momento del tutto disconnesse e inattive.
Non serve sentire continuamente notiziari televisivi o ascoltare ininterrottamente i consigli degli esperti. Per poter agire sull’animale impaurito, occorre sintonizzarsi sul suo emisfero destro, cioè sul mondo dell’implicito, della fantasia, della creatività, del corporeo, dell’emotivo. Occorre, cioè, usare i canali comunicativi non verbali, fatti di sguardi accoglienti, di messaggi corporei rassicuranti, di gesti empatici, come l’abbraccio compassionevole e contenitivo. Possono essere utili l’evocazione di fantasie rassicuranti e positive, il ricordo di ambienti e contesti infantili vissuti come sicuri e protettivi, la focalizzazione su ciò che qui e ora è possibile percepire come positivo e in nostro potere, l’ascolto di musica capace di rilassare il respiro e la tensione muscolare. Insomma, più che pensare e ragionare, per rassicurare l’animale impaurito, è necessario “fare” e sperimentare in concreto, magari dipingendo, o suonando, o facendo attività fisica, possibilmente in compagnia di qualcuno.

Per via delle restrizioni non è possibile celebrare riti religiosi. Tuttavia, i credenti possono pregare. In una situazione come quella che viviamo che ruolo può assumere la fede?

La fede è un immenso e prezioso arsenale di “chiavi di lettura” in grado di dare agli eventi, anche quelli più complessi e dolorosi, significati nuovi, ponendoli all’interno di orizzonti positivi, fatti di speranza e creatività adattiva. Ma soprattutto la fede, in particolare quella cristiana, apre all’altro, alla comunità, ai bisogni di chi ci sta accanto, ci costringe insomma ad abbandonare l’avvitamento su noi stessi, che produce stress emotivo e, dunque, tossicità psichica (ardenalina e cortisolo ecc.). La fede ci fa sentire avvolti, amati da un Dio provvidente e misericordioso, facendo acquietare l’animale impaurito che vive in noi. Non è un caso che i neuroscenziati abbiano individuato nella spiritualità e nella vita di fede una delle esperienze più valide per favorire negli umani benessere mentale e capacità adattive.

È vero l’Italia e, ormai, l’intero occidente è piegato dalla morsa del coronavirus. Migliaia di vittime e ingenti perdite economiche colpiscono il nostro modello sociale. Ma nel mondo – si pensi ai profughi senza fissa dimora, ai poveri del terzo e del quarto mondo – esistono situazioni peggiori delle nostre quarantene passate in confortevoli case. Ti pare che spesso, nel primo mondo, si diffonda una sorta di parzialmente giustificato vittimismo?

Dietro questo vittimismo, come lo chiami tu, io avverto soprattutto il fastidio di dover rinunciare improvvisamente ad un “mondo sicuro” ed essere obbligati a fare i conti con l’esperienza irricevibile della morte. Gli abitanti del primo mondo, come ebbe modo di evidenziare il filosofo Michel Foucault, hanno sapere scientifico, tecnologia e sicurezza economica, ma non sono attrezzati per affrontare la morte, il limite, la fragilità, la vulnerabilità.
Di fronte a tutte queste realtà profondamente umane, sono sprovvisti di mezzi adeguati, hanno difficoltà ad attivare significati nuovi, processi corali e adattivi di resilienza. A pensare bene sono effettivamente “vittime”, ma di un inganno moderno che, consegnandoli all’onnipotenza della scienza, li ha sottratti a quanto di umano ci sia e cioè la capacità di condividere il dolore e la morte.

Questa tragedia legata alla pandemia passerà. Speriamo che tutti quanti possiamo trarne una lezione, ciascuno secondo le proprie responsabilità umane, sociali, economiche, culturali e politiche. A tuo parere quali conseguenze, nella vita post pandemia, genererà questo periodo.
Spero conseguenze positive, costruttive, evolutive. In genere i periodi che seguono a guerre devastanti, a catastrofi distruttive, sono caratterizzati da uno spirito di ricostruzione, e dunque di solidarietà e di condivisione. In tempi come questi, l’individuo con più facilità mette da parte i suoi egoismi e si affida più volentieri alla comunità. Questo vale per le singole persone, come per le nazioni. I segnali che stanno venendo dall’UE fino ad ora purtroppo non vanno in questa direzione. Mi pare evidente, tuttavia, che anche per l’UE questo sia un test decisivo.
Durante la pandemia non darà prova di solidarietà e piena condivisione sul piano politico-sociale, dopo la pandemia potranno avere luogo gravi processi di forte ed irreversibile disgregazione. L’UE non può rimanere un coacervo di interessi esclusivamente economici. Questo è il momento di dimostrare che esiste l’UE dei popoli e non dei finanzieri. Se questo non accadrà, temo conseguenze molto serie. Mi auspico che dalla pandemia planetaria possa scaturire una “globalizzazione dal basso”, cioè dei popoli, delle persone, capace finalmente di mettere l’uomo, e non la massimizzazione dei profitti, al centro della politica e dell’economia globale.
Intervista a cura di Rocco Gumina

da sito internet L'Antenna: Anche la Pandemia ci insegna che la normalità è un illusione

lunedì 30 marzo 2020

Aldo Masullo: Il coraggio di resistere

Aldo Masullo al Centro la Pace di Benevento
C'è uno stato di sofferenza non individuale ma di tutti, quindi l'unica arma che rimane è quella di resistere…Resistere è anche un'esperienza di dignità che l'uomo dà. La consapevolezza di ciò ci può aiutare se sappiamo capirne il valore.
Aldo Masullo

domenica 29 marzo 2020

La SALUTE: un Diritto di ogni cittadino

S. Paulo - Brasile
Considero la salute un diritto di ogni cittadino e un dovere dello Stato, perciò non ho mai avuto uno studio privato. Oggi lavoro come medico di famiglia...Il nostro lavoro ha come obiettivo quello di promuovere azioni concrete che cambino il tenore di vita, molto basso  a causa delle differenze sociali...Quest'anno sono 25 anni che mi adopero in questa professione che ho scelto perché credevo l'unica che mi permetteva di avvicinarmi a tutti gli uomini senza distinzione...Ho scoperto che se non fossi stato medico, probabilmente sarei una persona divisa in me stessa e forse prepotente. Però il fatto di aver ascoltato tante persone in momenti di sofferenza e aver meditato profondamente su questo,  mi ha fatto riflettere più profondamente su cosa sono io, che cosa penso e qual'è la mia visione degli altri  e della società.

Maria Virginia Rubin de Celis
(S. Paulo - Brasile)


I consider health to be a right of every citizen and a duty of the state, therefore I have never had a private practice. Today I work as a family doctor ... Our job is to promote concrete actions that change the standard of living, which is very low due to social differences ... This year I have been working for 25 years in this profession, which I chose because I believed it to be the only one that would allow me to approach everyone, without distinction ... I discovered that if I had not been a doctor, I would probably be divided in myself and maybe even overbearing. But the fact of having listened to many people in moments of suffering and having meditated deeply on this, has made me reflect more deeply on what I am, what I think, and what is my vision of others and of society.

Maria Virginia Rubin de Celis
San Paulo Brazil

Azione comunitaria presso il Comune di Vargem Grande Paulista vicino a S. Paulo. da Dialogo su coscienza e povertà.

Albert Camus: La vera amicizia


Albert Camus (1913.1960)

Da giovane chiedevo agli altri più di quanto potessero darmi: un'amicizia continua, un'emozione permanente. Ora so chiedere loro meno di quanto possono dare: una compagnia senza parole. E le loro emozioni, la loro amicizia, i loro nobili gesti conservano interamente ai miei occhi un valore di miracolo: un effetto esclusivo della grazia.

Albert Camus
da Il Primo uomo Bompiani 

venerdì 27 marzo 2020

La natura della povertà



Essere povero non vuol dire essere malato. La povertà non viene ereditata con il codice genetico, né rappresenta uno stato d'animo o fisico, che potrebbe predestinare una persona, oppure un gruppo di persone, ad essere povere.
Se distribuiamo esclusivamente in modo individuale i beni prodotti, generiamo disparità tra le popolazioni, tra quelle che possiedono qualcosa e quelle che non hanno nulla.
Quando un gruppo o una comunità di gruppi umani si impossessa dei beni appartenenti alle altre comunità, all'intero genere umano, inizia il processo di pauperizzazione dei gruppi e delle comunità rimasti senza potere.
All'inizio del XXI secolo il genere umano conta circa sette miliardi di abitanti. L'intera produzione mondiale dei beni (beni permanenti e di consumo, energie, servizi) divisa  tra i sette miliardi di abitanti della terra dà risultati  mai registrati prima.
Se tutto ciò fosse distribuito in modo uguale, l'intero genere umano potrebbe vivere in uno stato di relativo benessere.

Faruk Redzepagic

da Faruk Redzepagic, La natura dela povertà, Atti del Convegno Dialogo su coscienza e povertà 2007

martedì 24 marzo 2020

Albert Camus: L'asino


L'asino che per anni gira con pazienza intorno alla noria, sopportando le percosse, la ferocia della natura, il sole, le mosche, sopportando e sopportando, e  da questo lento procedere in tondo, apparentemente sterile, monotono, doloroso, sgorgano instancabili le acque.

Albert Camus

da Il primo Uomo, Bompiani

Il valore del confronto

Francesco Tortorella
Per combattere la povertà e le disuguaglianze che sono intorno a noi dobbiamo superare i momenti di scoraggiamento. Mi aiuta molto il confronto con altri che cercano come me di vivere così...Nel confronto con altri giovani ci siamo aiutati a vicenda e ci aiutiamo a fare questo cammino insieme e ci sproniamo non solo partecipandoci le esperienze, ma ancher standoci vicini in queste scelte.

Francesco Tortorella

da "Coscienza e povertà" atti del Convegno  del Centreo del Dialogo  2007

venerdì 20 marzo 2020

Albert Camus: Nella classe del signor Bernard

Una scuola di inizio novecento

No, la scuola non offriva soltanto un'evasione dalla vita in famiglia. Almeno nella classe del signor Bernard, appagava una sete ancor più essenziale per il ragazzo che per l'adulto, la sete della scoperta. Certo anche nelle altre classi s'insegnavano molte cose, ma un po' come si ingozzavano le oche. Si presentava un cibo preconfezionato e si invitavano i ragazzi ad inghiottirlo. Nella classe del signor Bernard, per la prima volta in vita loro, sentivano invece di esistere e di essere oggetto della più alta considerazione: li si giudicava degni di scoprire il mondo. E anche il maestro non si occupava soltanto di insegnare ciò per cui era pagato, ma li accoglieva con semplicità nella sua vita personale, la viveva con loro, raccontava la propria storia e quella di altri ragazzi che aveva conosciuto, esponeva i propri punti di vista ma non le proprie IDEE…su qualcosa che potesse essere oggetto di una scelta o di una convinzione, pur condannando con estrema energia ciò che non ammetteva discussioni, il furto, la delazione, la scorrettezza, la disonestà.
Albert Camus


Da Albert Camus Il primo uomo Bompiani 2018

mercoledì 18 marzo 2020

Elizabeth Enright: Finalmente fu Primavera


Finalmente fu primavera piena e i fiori sbocciarono dappertutto. Il bosco era un tappeto di fiori: c’erano fiori di sanguinaria avvolti nei loro mantelli come principesse indiane; c’erano tuberose, garofani selvatici, roselline di macchia, anemoni che pareva sbocciassero da un piccolo calice peloso, e viole canine.
Giù vicino al ruscello, migliaia e migliaia di violette ricoprivano le sponde con le loro foglioline a forma di cuore.
Anche gli alberi erano in piena fioritura: fiorivano i meli e i ciliegi, e fiorivano i peri con i loro fiori bianchi come la neve.
Erano fioriti anche i due grossi cespugli che crescevano vicino a casa: uno si era ricoperto improvvisamente di un esuberante fioritura di piccoli fiori di colore arancione, e l’altro, in un notte sola, si era trasformato in un cascata di rose….e l’odore che penetrava nelle camere dalle finestre aperte era un odore così nuovo, così misterioso e così invitante, che non era assolutamente possibile rimanere a casa.

And at last it was really spring: flowers everywhere. The woods were carpeted with them: bloodroot wrapped in its cloak like an Indian princess, trillium, jack-in-the-pulpit, Dutchman's-breeches, hepatica (blooming out of a little fur mitten), and dogtooth violet.
Down near the creek there were real violets by the hundred, by the thousand, starring their heartshaped leaves.
Even the trees were full of flowers, apple blossom, and snowy pear, and cherry.
Of two huge lopsided bushes near the House, one suddenly burst into a rash of orange rosettes and the other turned into a shower of pink fringe almost overnight... and the smell that drifted in through the open windows was so wildly exciting; a fragrance so new, never breathed before, so sweet and mysteriosus and inviting that one couldn't stay indoors.
Elizabeth Enright


da Elizabeth Enright, Lo sbaglio del quarto piano, Salani Firenze

martedì 17 marzo 2020

PIU' COSCIENZA NELL'USO DEI BENI DELLA TERRA

Diana Peza Borrelli

Abbiamo la responsabilità  di trovare le forme per aiutarci tutti ad avere più coscienza anche nell'uso dei beni della terra…Vorrei che l'umanità intorno a noi si accorgesse che, a prescindere da un nostro credo religioso o non religioso, il valore della nostra vita, la bellezza, al di là delle difficoltà,  è proprio in questa dimensione del dialogo a 360° che ha suscitato in noi questa coscienza.

Diana Pezza Borrelli

Atti del Convegni Dialogo su coscienza e povertà idee ed esperienze   25-27 maggio 2007

sabato 14 marzo 2020

Claretta Dal Ri: IL DIALOGO E' POSSIBILE

Claretta Dal Ri (1930-2016)  

Il dialogo con gli altri... è possibile se le forze in campo condividono certe premesse e cioè:
- la consapevolezza della propria identità;
- il totale rispetto dell'altro e la sua cultura;
- la reciprocità propria di chi sa di avere molto da dare e altrettanto da ricevere;
- l'inesauribile pazienza ad ascoltare, altrimenti non è possibile entrare nelle necessità dell'altro e capirle fino in fondo.

Claretta Dal Ri

da Dialogo su coscienza e povertà, Castelgandolfo 2007

Chiara Lubich: DI FRONTE ALLA POVERTA'

Chiara Lubich (1920-2008)
Nessuna persona responsabile può infatti sottrarsi all’affascinante imperativo di togliere la povertà sulla terra e di alleviare i dolori e le sofferenze che ne conseguono. Il fatto che finora non si sia riusciti a risolvere questo grosso problema rappresenta un lato oscuro, una tenebra, che paralizza il progresso umano e ci induce quindi a porvi rimedio con vigore.


Chiara Lubich

giovedì 12 marzo 2020

Luigino Bruni: IL VALORE SOCIALE DEL DIALOGO

Luigino Bruni

E' importante che il dialogo tra noi sia il punto di arrivo. E' necessario che il nostro dialogo non diventi un club dove si discute solo di cose belle, ma senza arrivare ai poveri. Dobbiamo stare insieme, dialogare per qualcosa, per gli ultimi in particolare. E' lì secondo me che si misura il valore sociale di quello che facciamo. Stare insieme per noi certamente ma anche per gli altri.

Luigino Bruni


Dialogo su cosc ienza e povertà Castelgandolfo 2007

venerdì 6 marzo 2020

L'idea del mese: "Tutto ciò che volete che gli altri facciano a voi, fatelo a loro"

In Uruguay si scommette per la pace (Mov. dei Focolari)

“Tutto ciò che volete che gli altri facciano a voi,   fatelo a loro”.
     
      Quante volte, nelle opzioni importanti della vita, abbiamo cercato una bussola sicura che ci indicasse la strada da seguire!  Ci siamo mai chiesti quale sia la sintesi, la chiave per vivere qui e adesso?

      Oggi abbiamo bisogno di messaggi ricchi di significato ma brevi ed efficaci, quindi dovremmo prendere questa parola come un prezioso tweet da ricordate in ogni momento.

      “Tutto ciò che volete che gli altri facciano a voi, fatelo a loro”.

      Chiediamoci cosa aspettiamo noi dai nostri genitori, dai figli, dai colleghi di lavoro, dai responsabili del governo, dalle nostre guide spirituali: essere ben accolti, ascoltati, inseriti nel gruppo, aiutati nei nostri bisogni; ma aspettiamo da loro anche sincerità, perdono, sollievo, pazienza, consigli, orientamento, istruzione...

      E’ la “regola d’oro”, un insegnamento universale contenuto nelle divese culture e tradizioni che l’umanità ha sviluppato nel suo cammino.  E’ la base di tutti i valori autenticamente umani, i quali costituiscono una convivenza pacifica con dei rapporti personali e sociali giusti e solidali.

      Tutto ciò che volete che gli altri facciano a voi, fatelo a loro”.

      Quest’IDEA ci sprona a diventare creativi e generosi, a predere l’iniziativa, a costruire ponti verso coloro che non sono forse i nostri amici.  Esige da noi la capacità di uscire da noi stessi per cogliere le necessità dell’altro.

       Così  ci spinge  Chiara Lubich: “Proviamo.  Un giorno vissuto  così  vale una vita. Ci inonderà una gioia mai prima sperimentata (.) A volte forse ci fermeremo, tentati di scoraggiarci e di smettere.  Ma no! Coraggio! Ricominciamo sempre.  Perseverando vedremo cambiare il mondo attorno a noi un poco alla volta. Comprenderemo che questa é la vita piú affascinante, accende la luce nel mondo, dà sapore all’esistenza, ha in sé il principio della soluzione di tutti i problemi. Non riposeremo finché non potremo comunicare la nostra straordinaria esperienza agli altri; agli amici che possono capirci, ai parenti, a tutti coloro ai quali ci sentiamo di poterla offrire Rinascerà la speranza”.

      “Tutto ciò che volete che gli altri facciano a voi, fatelo a loro”.

      Ramiro, esperto sul suo posto di lavoro, viene a sapere che nuovi colleghi stanno per arrivare.  Si domanda: “Se io entrassi per la prima volta in questo ufficio, cosa mi piacerebbe trovare? Che cosa mi farebbe sentire a mio agio?”. Allora inizia a fare spazio, cerca altre scrivanie, coinvolge gli altri colleghi.  Insieme preparano nuovi luoghi di lavoro accoglienti e i nuovi arrivati trovano un’atmosfera allegra e una comunità piú unita.

a cura del Gruppo  "Costruire il dialogo" Uruguay

giovedì 5 marzo 2020

Alberta Levi Temin: Seguire sempre la propria coscienza

Alberta Levi Temin (1919-2016)

   Conoscere Alberta Levi Temin, ebrea, è stat per me un’esperienza indimenticabile che si è incisa nel mio animo generando  riflessioni profonde sul mondo di eri e sul mondo di oggi. Scampata per  miracolo all'eccidio del 1945 a Roma da parte dei nazisti e fascisti, ha avuto quasi tutta la sua famiglia iuccisa nei campi di concentramento ad Auschwitz. Dal rapporto con lei è nato un libro Alberta Levi Temin - Finché avrò vita parlerò Edizioni L'isola dei ragazzi Napoli 2018, da cui  è tratta questa intervista: 

   Nei primi anni del dopoguerra, tranne che a tuo marito, non hai più voluto tirare fuori quanto avevi tragicamente vissuto. Ma poi è successo qualcosa di importante per cui hai cominciato a raccontare, divenendo così un personaggio pubblico: nterviste in televisione, sui giornali, partecipazione a convegni e ad incontri con gli studenti nelle scuole di ogni ordine e grado.  

   Ci sono necessità storiche, personali che spesso cambiano la nostra vita e il nostro agire. Quando ho sentito parlare di revisionismo storico sulla Shoah, quando qualcuno ha osato dire che lo sterminio degli ebrei  non era che una montatura  sionistica, allora in me c’è stato una scatto di ribellione così forte, che ha determinato il mio uscire allo scoperto con il desiderio di testimoniare la verità. Lo dissi a Fabio mio marito e lui mi capì profondamente e mi ha sempre sostenuta in questa azione.

   Ma sapevi in quale direzione muoverti, a  chi avresti parlato?

   Non sapevo ancora dove e a chi avrei parlato, ma c’era in me la ferma volontà che avrei dovuto farlo al più presto. Avevo, allora, già 67 anni e l’ultimo dei miei figli solo 14 anni. Vivevo a Napoli con la famiglia ed avevo molti amici cattolici. Tra questi c’era Diana Pezzi Borrelli, di 42 anni che insegnava all’Istituto tecnico femminile “Elena di Savoia” e mi coinvolgeva in alcune sue iniziative umanitarie e in esperienze di dialogo tra cristiani ed ebrei. Lei faceva parte del Movimento dei Focolari. Ci volevamo un gran bene, c’era rispetto profondo e condivisione dei valori quali la pace, la giustizia, l’amore per i poveri. Avevo ascoltato alcuni interventi di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, ed ero rimasta impressionata dalla forza di questa donna che, da cattolica, promuoveva il dialogo con ebrei, musulmani, non credenti, senza voler far proseliti. Per questo lavoravo con Diana con grande serenità, condividendo idee e progetti a favore della pace e del dialogo. Posso dire con gratitudine che senza Diana accanto a me non avrei potuto realizzare quello che poi è venuto dopo.

  Non credo che a livello di chiesa cattolica a Napoli ci fosse già questa grande apertura verso gli ebrei. E ancora oggi penso che ci sia molto da fare.

   Sapevano, entrambe, di dover combattere un nemico grande: il pregiudizio verso gli ebrei che si era insinuato nei secoli nella Chiesa cattolica, tuttavia ci sentivano  pronte ad affrontare questa grande sfida per offrire ai napoletani la testimonianza  di amore concreto tra ebrei e cattolici.
  
  Come avvenne quel suo primo incontro con le studentesse della Scuola Superiore Elena di Savoia?

   Un pomeriggio, dopo aver lavorato insieme fino a tardi,  nel salutarci, chiesi a Diana se potevano ritrovarci il giorno dopo, ma lei disse: “Mi dispiace Alberta, domani non è possibile, perché incontrerò a Napoli, Usci Selig, una donna austriaca ebrea salvata da una badessa napoletana che la nascose nel suo convento. E’ venuta a Napoli perché vuole ringraziare la famiglia della badessa che l’ha salvata. La condurrò  poi nell’Istituto Margherita di Savoia, dove  racconterà la sua storia agli allievi.” Le parole di Diana, di per sé una semplice comunicazione, ebbero in me un effetto dirompente mettendo in moto pensieri e desideri: “Lavoro con Diana e non le mai parlato della mia storia”, al che mi venne spontaneo dirle subito: “Diana, ma anche io ho una storia da raccontare…”, e la mia amica:  “Una storia? Quale storia Alberta? “, “La storia della mia famiglia, che è stata in parte sterminata nei campi di concentramento di Auschwitz e di come io mi sia salvata.”  Nell’ascolto incondizionato di Diana, aprii a lei  il cuore, la mente e le consegnai tutto  il dolore di quel passato doloroso. Un fiume di parole che travolse la mia amica, sorpresa da quella vicenda estrema e di grande sofferenza. Alla fine ci stringemmo in un abbraccio senza proferir parola, e Diana con commozione aggiunse solo: “Questa storia, Alberta, verrai a raccontarla nella mia scuola, alle mie allieve dell’Istituto Tecnico Femminile Elena di Savoia. E’ una storia che tutti devono conoscere.”

  Quale fu la reazione delle ragazze e dei docenti?

   Molto positiva. Qualcosa di totalmente nuovo e imprevisto, per me e anche per loro.  L’incontro con il dolore della Storia e dell’umanità  le portò a considerare ogni forma di attentato alla pace e alla dignità degli esseri umani. Ma anche i docenti presenti furono toccati nel profondo dal conoscere la tragedia della Shoah attraverso la mia diretta testimonianza.

   E da quella volta…

   Da quella volta ci hanno invitato a parlare in moltissime altre scuole, ad alcuni grandi convegni con oltre mille persone e in tante altre circostanze Le richieste fioccavano  senza interruzione per cui dovemmo  stendere mese per mese il nostro programma di interventi. E mio marito Fabio nei giorni in cui era libero era sempre accanto a noi.
  
   In qualche passaggio della tua storia metti in evidenza le diversità che esistono tra cattolici ed ebrei, ma nello stesso tempo affermi che queste diversità non possono costituire motivo di scontro in quanto esse sono una ricchezza: ciascuno può arricchirsi della visione dell’altro. Questo concetto che le diversità non sono fatte per scontrarsi non è molto presente nelle  nostre culture. Lo vediamo nello scontro di civiltà, nello scontro tra Cristianesimo e Islam in questo momento. I ragazzi a cui hai parlato erano pronti a recepire questo valore del dialogo tra le diversità e non lo scontro?

   La scuola dovrebbe fare molto di più in questa direzione, perché oggi nelle scuole dell'Italia ci sono ragazzi che provengono da varie aree culturali. Aiutare questi ragazzi a mettersi in relazione tra loro dovrebbe essere l’obiettivo primario di un programma di formazione. Nel raccontare la mia esperienza ai ragazzi, con accanto Diana che è cattolica, noi abbiamo sempre voluto dare questo segnale di dialogo fraterno da costruire con tutti. E poi raccontando il dolore degli ebrei per la persecuzione subita, noi proponiamo ai ragazzi di rifiutare ogni tipo di discriminazione, sia per la razza, sia per la religione o solo per le idee diverse... Infatti ho fatto conoscere loro sempre la regola d’oro: “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, presente in tutte le religioni e accolta anche da laici che non hanno un riferimento religioso. L’umanità di domani, quella che tutti sogniamo è una umanità fatta di uomini che si riconoscono fratelli indipendentemente dalla religione, dalla nazione e dalle idee. I ragazzi vanno formati al dialogo, alla pro-socialità, a costruire il bene relazionale.

   Le SS mettevano paura. Hitler ha pigiato l’acceleratore su quella dimensione psicologica  un po’ distorta che può nascere nella mente umana, quella mentalità che spesso porta l’uomo a voler prevalere sugli altri, ad essere migliore degli altri, ad  annientare chi può ridurre il proprio potere. Cosa diceva, infatti, Hitler ai suoi? Se siamo la razza migliore dell’umanità dobbiamo eliminare i parassiti che inquinano la nostra razza. E gli ebrei, considerati parassiti, andavano eliminati. Pura follia, che ha causato milioni di morti innocenti. Oggi purtroppo assistiamo a ragionamenti molti simili che stanno mettendo in pericolo le sorti dell’umanità.

   E’ terribile quello che ascoltiamo  nel telegiornale. E’ terribile. Spesso devo spegnere perché mi riportano a quei momenti drammatici già vissuti. E allora dico al buon Dio: “Forse è il momento che tu mi lasci andare, ho troppo sofferto. Ho vissuto tanto e mi sento serena e pronta a varcare la soglia. Se poi vuoi che io sia ancora qui, lavorerò fino alla fine per il dialogo e la pace fra tutti gli uomini, con una grande gratitudine per tutti quelli, e la maggior parte sono stati uomini e donne di fede cattolica, che mi sono stati accanto ieri nel dramma che abbiamo vissuto come ebrei  e oggi nella normalità della vita.”

   Per me è stato molto confortante sapere che molti tuoi amici  cattolici hanno sentito dentro la loro coscienza che era aberrante quello che stava accadendo con il nazismo e il fascismo,  ed hanno aperto le loro case i loro conventi, i loro istituti per salvare gli ebrei.

   I loro nomi sono scritti a carattere d’oro nella lapide dello Yad Vashem a Gerusalemme con il titolo di “Giusto fra le Nazioni”. Ricordo fra tutti il nome di Don Michele Carlotto che salvò la vita di mio cugino Giovanni e di tanti ebrei.

   Ooggi, spesso, con queste masse di immigrati che giungono nelle nostre terre, si sentono nuovamente discorsi  di contrapposizione, di rifiuto, di razze diverse, di violenza tra  persone di diversa cultura, e questo è molto triste.

   Quando nelle scuole mi chiedono un mio parere su quello che si vive oggi io dico sempre ai ragazzi: “Impara a riconoscere il valore di chi è diverso da te per tradizione, cultura. Alcune volte, poi, le parole che usiamo non ci aiutano. E’ per me terribile sentire la parola extra-comunitario. Perché extra? Da dove vengono queste persone? dalla luna o dalle stelle? Sono fratelli nostri, hanno il colore della pelle diversa, una cultura diversa, ma siamo tutti figli dell’unica umanità, siamo tutti figli di Dio. Se qualcuno non crede in Dio è lo stesso, anche lui comprende che facciamo parte dell’unica famiglia umana, anche se siamo nati in posti diversi. L’importante è essere onesti, amare il prossimo come se stesso, questo è il fondamento della mia cultura.”  Questo dico ai ragazzi e mi accorgo che loro sono molti contenti di sentirlo e applaudono convinti.

   Quanto il sapere i tuoi fratelli ebrei torturati e uccisi ha determinato questa tua visione delle cose?

   Molto. Noi ebrei siamo stati perseguitati, abbiamo sofferto. Penso che l’aver sofferto molto mi aiuta a guardare  con amore l’altro diverso da me, perché in tanti momenti quando mi additavano perché diversa dagli altri, quando sono stata allontanata, privata dei miei diritti umani, ho sempre avuto  qualche amico che è diventato ancora più amico C’è stato invece chi  ci ha tolto la sua amicizia...Non avevamo, però, ancora subito e vissuto il dramma nella sua crudezza. Dopo la deportazione dei miei parenti e la loro morte ad Auschwitz,  ho sentito che se la vita mi era stata ridonata io dovevo spenderla per aiutare l’umanità a capire l’orrore della guerra e di ogni discriminazione.

   Hai detto che tuo marito ha condiviso con te questo desiderio di testimoniare la tragedia storica della Shoah. Dicci qualcosa di tuo marito e del vostro rapporto con i figli.

   Non solo lo ha condiviso, ma spesso mi ha aiutato a trovare l’equilibrio quando s’accorgeva di qualche mia esigenza un po’ estrema. Posso affermare che dopo la violenza della guerra e della Shoah, aver incontrato Fabio è stato il dono più grande che ho ricevuto da Dio.
   Lui è stato un marito  pieno d’amore per me e per i nostri figli, che lo adoravano. Lui aveva colto ancor prima di me che il metodo educativo della severità, dell’intransigenza, delle punizioni, del dominio sui figli era un metodo pericoloso  deformante della personalità umana. I figli, mi diceva sempre, vanno accolti nella loro diversità, con i loro caratteri. È la nostra testimonianza che deve aprire i loro occhi, la loro mente, il loro cuore.
   A riguardo voglio raccontare un piccolo episodio che mi sembra indicativo. I miei figli non erano primi della classe ed io qualche  volta ero in apprensione, ma lui no. Gli dicevo: “Ma Fabio non voglio vedere un 5 sulla pagella.” E lui: “Non giudicare negativamente, quel 5, incoraggiali, dai loro fiducia sempre, se vuoi che quel 5 diventi 6.”  Una volta, poi,  mi disse con decisione: “Se proprio vuoi sapere il mio pensiero, ti dico che io non voglio che siano primi della classe, devono sentire il nostro amore per quello che sono, la nostra stima e la nostra fiducia non viene meno se portano a casa qualche voto basso. Questa è l’esperienza che noi dobbiamo loro lasciare.

   E’ stato facile per te condividere questi suoi punti di vista?

   Beh, inizialmente ho dovuto fare un passo, ma Fabio mi aveva detto quelle cose con convinzione profonda per cui ho sentito che c’era un germe di verità in quelle parole e la vita poi mi ha dimostrato che ha avuto ragione lui, perché man mano che crescevano i nostri figli diventavano sempre più responsabili e si rivolgevano al papà quando avevano qualche dubbio, qualche  incertezza sul da farsi. E Fabio orientava, indicava, lasciandoli sempre liberi. Quando a sera tornava a casa, dopo il lavoro di una giornata e i figli sentivano il rumore della chiave nella toppa, lasciavano tutto quello che stavano facendo per corrergli incontro, una scena che è presente in me come se si ripetesse ora. Lui mi diceva sempre: “La stima e la fiducia darà loro sicurezza e sapranno affrontare le difficoltà della vita e non temeranno le diversità, le differenze culturali e sapranno rispettare gli altri, come noi oggi rispettiamo loro.”

   Una visione di grande valenza pedagogica che resta molto attuale oggi in cui sembra venir fuori un discorso in cui si punta nuovamente alla scuola delle eccellenze, alla competizione, ai grandi risultati, ai voti alti.

   Ricordo che Fabio mi diceva sempre: Alberta, niente primi della classe, ma l’esempio, l’onestà, la lealtà, la responsabilità nel lavoro…questo bisogna dare ai figli.”

   Dopo la tragedia  che ha coinvolto e segnato un triste epilogo per molti dei tuoi cari, chi e che cosa ti ha dato la forza di andare avanti, ricominciare una nuova vita in un'altra citta con Fabio tuo marito e i tuoi figli?

    Chi mi ha dato la forza? L’amore per gli zii e i cugini e per tutti gli amici ammazzati nei campi di concentramento, la loro presenza nel mio cuore...Di fronte al suo eroismo generoso ho sentito sempre che dovevo promuovere la vita di tutti, per onorare così la lora vita annientata ad Auschwitz.

   In quei momenti così difficili tu affermi di aver provato anche la disperazione.

   Quando, il giorno successivo alla loro deportazione, mio padre  si recò  in Ministero per sapere notizie dei parenti rinchiusi in caserma, e tornò a casa  a mani vuote, con l’impossibilità di salvarli,  io sperimentai la disperazione, perché mi sentivo in un tunnel senza via di uscita. Ero disperata al pensiero di non poter vedere più mia madre e mia sorella, mio cugino Giorgio e gli amati zii.

   Tua zia Alba per salvare tua madre e tua sorella le spinse a negare la loro appartenenza alla cultura ebraica. Ritieni in coscienza giusto questo gesto.

   Molti fratelli cattolici per salvare la vita di noi ebrei  hanno dichiarato il falso, nascondendoci nelle loro case, nelle loro strutture. Le nostre dichiarazioni di disobbedienza a leggi ingiuste che non ledevano i diritti di nessuno, non privavano qualcuno del necessario, non facevano del male, ma affermavano il diritto alla vita, di fronte ad un infame decreto di morte e di violenza. Non era forse il più grande omicidio togliere la vita a degli innocenti? Non aveva comandato Dio di non uccidere? Ebbene se questa era la verità,  salvare la vita, continuare a vivere, diventava un bene.
   Furono questi pensieri che mi fecero superare la vergogna provata in quegli istanti in cui io mi trovai libera mentre la famiglia veniva deportata, e mi diedero la forza di guardare in avanti, di superare lo strazio del cuore, portando però sempre cara dentro di me la memoria di chi aveva pagato col sangue  e di spendere ogni attimo della mia vita nel dialogo.

   Agli studenti hai detto anche che non bisogna obbedire alle leggi ingiuste, ma sempre ascoltare la voce della propria coscienza, che per il credente è la voce di Dio.

   Ne sono convinta: prima di obbedire ad un ordine devo ascoltare la voce della mia coscienza. Accetto le leggi solo se la mia coscienza  le accetta. Diversamente pratico l’obiezione di coscienza. Quando quei due “poveri” ragazzi tedeschi, aderenti al nazismo,  sono entrati in casa di mia zia a Roma lo hanno fatto per obbedire ad una legge  ingiusta di Hitler. Lo hanno fatto per evitare forse la morte, qualora avessero disobbedito, o forse perché si erano convinti che era giusto applicarla.  Erano giovani, 20-22 anni, e dicevano agli ebrei cose false: che li avrebbero portati nei campi dove c’erano infermerie e invece c’erano le camere a gas e i forni crematori. Ma forse loro neanche lo sapevano ed erano stati formati ed addestrati  ad obbedire ciecamente  ad Hitler e non a seguire la coscienza. Per questo quando incontro gli studenti, dico loro: se viene fuori una legge che la vostra coscienza non accetta, voi non dovete condividere quella legge, ma rispondere a Dio se avete una fede religiosa o, se in voi non c’è convinzione religiosa, alla vostra coscienza.

   Lo vedi attuato intorno a te il dialogo, oggi.

   Non sempre, ma questo mi spinge a viverlo meglio. Tutti i confini del mondo  determinano divisioni. Quando sento parlare di amor di patria, ed io ho sentito l’amor di patria quando mi dicevano che non ero più italiana, oggi più che mai capisco che bisogna avere un amore più grande e come dice Chiara Lubich: “Amare la patria altrui come la propria”. Dobbiamo avere amore per tutta l’umanità. Oggi si dice che tra i musulmani ci sono i terroristi. Io dico che i terroristi ci possono stare dappertutto, tra i cattolici, tra gli ebrei. Ci vuole il dialogo, la comprensione dell’altro diverso da me, il rispetto di tutte le culture religiose, ma anche il rispetto per l’ateo, in quanto facciamo parte dell’unica umanità e pertanto dobbiamo sentirci uguali. Basta ricordare e vivere, come affermavo prima, le regola d’oro: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te, non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.”Questo è il pensiero che mi ha sorretto in tutta la mia vita e mi ha dato felicità.

a cura di Pasquale Lubrano lavadera