martedì 27 settembre 2011

La tranquillità per Julien Green



Lo scrittore francese Julien Green nel suo Diario ha lasciato un’annotazione folgorante:

“Finché si è inquieti, si puo stare tranquilli”.

venerdì 23 settembre 2011

La questione morale in Politica


“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concessori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande e con i metodi di governo di costoro…I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo. Hanno occupatogli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali…Tutto è lottizzato e spartito. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni sono chiamate a compiere sono viste prevalentemente in funzione dell’interesse di partito o di corrente e del clan cui si deve la carica…La situazione è drammatica.”

Luigi Berlinguer

Da “Intervista a Luigi Berlinguer” LaRepubblica 28 luglio 1981

giovedì 22 settembre 2011

Necessaria la riforma del sistema elettorale


“La crisi non finisce. I giovani faticano a trovare lavoro. Le famiglie fanno i conti con stipendi sempre uguali e costi in crescita. Per molti italiani è la stagione dei sacrifici; per altri il futuro è buio. I dibattiti della politica sono lontani dal vissuto faticoso. Il voto alle elezioni amministrative ha avuto anche un carattere di protesta. O la protesta si è fatta astenzione…E’ indubbio che l’attuale sistema elettorale non favorisce l’inserzione libera e responsabile in politica: gli eletti rispondono al leader che li ha scelti, non agli elettori. E’ una strozzatura grave della democrazia. Una riforma del sistema elettorale è un passo prioritario per un nuovo respiro della politica.”

Andrea Riccardi

Andrea Riccardi, L’urgenza di tornare alla passione politica, Famiglia cristiana 12 giugno 2011

mercoledì 14 settembre 2011

Non c'è pace senza giustizia

dallo spettacolo Streetlight del Gen Rosso

Non c’è pace senza Giustizia: quali che siano le nostre convinzioni, dovrebbe essere possibile aderire a questa idea.

La pace non può essere imposta dall’alto, come la voleva la pax romana (ora americana): mentre a torto o a ragione una parte della collettività si crederà vittima di ingiustizia, essa si sforzerà di ottenere giustizia, con la forza se necessario, sostituendo così la violenza o la guerra alla pace.

Noi pensiamo che la pace non va intesa come l’assenza di guerra, ma come una pace sociale che placa la violenza. E ogni società deve trovare il proprio modo di funzionamento che porti ciascuno dei propri membri a un sentimento di giustizi.

Nei nostri paesi occidentali, la democrazia, se pure imperfetta…ha permesso di far regnare la pace per più di mezzo secolo. Non è necessariamente un modello da esportare tale e quale in altre parti del mondo, dove andrebbe subito vissuta come oppressione da parte di chi è al potere su chi non ce l’ha. Ciononostante, non sarà un caso se l’Europa dell’ovest è probabilmente la parte del mondo dove c’è meno violenza, quindi più pace, perché la giustizia sociale è più grande e distante dalla legge della giungla che spesso regna nei paesi poveri e dall’ultraliberismo anglosassone che privilegia l’individuo rispetto al corpo sociale.

Michel Teboul

da "Non c'è pace senzagiustizia" di Michel Tebul : Atti del convegno "In dialogoper lapace" del Moviemento dei Focolari

domenica 11 settembre 2011

Nel decennale dell'undici settembre

Matteo nel suo Vangelo ci racconta di un dipendente che doveva al suo padrone diecimila talenti.Matteo non lo dice, perché ovviamente i suoi contemporanei lo sapevano, ma si tratta di una somma enorme, pari a cinque volte i tributi e le tasse che affluivano in un anno nelle casse di Erode Antipa.
Una somma che nessuno sarebbe in grado di pagare. Il padrone esige il credito ma poi, davanti alle suppliche del servo, non solo gli concede una dilazione, ma addirittura gli condona il debito.

Il servo esce e incontra un collega che gli deve cento denari.Tre mesi di stipendio.Lo prende per il collo e senza pietà lo minaccia, esigendo i suoi soldi.
Il protagonista della parabola ha le sue buone ragioni. Anzi, egli esige quanto gli è dovuto secondo il diritto e la giustizia e nessun giudice potrà mai dargli torto.

Ma la parabola ci racconta che per pensare secondo Dio non basta rispettare il diritto e la giustizia.
La prima considerazione che mi viene in mente è sul significato del condono/perdono.
Perdonare secondo Dio non significa dimenticare tutto, metterci una pietra sopra e far finta che non sia successo niente. Quello è da coglioni. Perdonare secondo Dio significa invece non dimenticare, ma dare la possibilità di ricominciare e i mezzi per farlo.
Il padrone, condonando il debito al suo dipendente, ha fatto qualcosa di più che semplicemente liberarlo da un obbligo: gli ha dato di fatto i mezzi per rialzarsi e ricominciare a realizzarsi.
La seconda considerazione è sulla sproporzione dei debiti. O meglio sulla sproporzione della risposta: il dipendente pretende dal collega tre mesi di stipendio dopo essere stato liberato da un obbligo che - impossibile da onorare - lo avrebbe ridotto sul lastrico e costretto in schiavitù con tutta la sua famiglia.

Dal punto di vista del realismo narrativo la parabola è assurda, fantascientifica. Diecimila talenti è una cifra che non ha senso. Ma l'iperbole serve proprio a sottolineare la sproporzione tra il gesto del re e quello del suo dipendente verso il collega. Eppure lui agisce secondo il diritto e la giustizia.
Una "giustizia infinita", pari a quella che vendica i quasi tremila morti delle torri gemelle con i 50.000 morti della guerra in Afghanistan, di cui 14.000 civili.
Ecco la sproporzione: il nostro concetto di giustizia che punisce e vendica, togliendo all'altro la possibilità di ricominciare. Un vangelo azzeccato nel decennale dell'undici settembre.

Michele Vacchiano

venerdì 9 settembre 2011

Ermanno Olmi e "Il villaggio di cartone"

un'immagine del film "Il villaggio di cartone"

Come una sacra rappresentazione in abiti moderni, con una chiesa dismessa come quinta, un vecchio prete a fare da coscienza critica e un gruppo di migranti presi a simbolo delle contraddizioni umane. Ermanno Olmi riflette da par suo, con pacata indignazione, sul mondo di oggi nel nuovo film “Il villaggio di cartone”… pone domande vibranti, si dà risposte assolute: “Se non ci liberiamo degli orpelli, e quelli dei conformismi culturali sono i più dannosi, come possiamo entrare in relazione con gli altri”, dice. Se non andiamo oltre le liturgie, come arriveremo alla vera natura evangelica? “La chiesa è la casa che bisogna aprire all’accoglienza. Vorrei suggerire ai cattolici, ed io sono tra questi, di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani. Il vero tempio è la comunità umana.”

Continua il maestro ottantenne: “Il bene e il male li conosciamo, ma per essere davvero un uomo di fede bisogna confrontarsi con un mare di dubbi, la cultura ideale la si raggiunge solo quando il peso dei dubbi è maggiore delle nostre certezze. Delegare la fiducia? Troppo comodo. Dobbiamo imparare a pensare in proprio”. Così fanno i migranti rifugiati nella chiesa all’insaputa dell’anziano prete: ogni personaggio èn un simbolo. E tra la madre dolorosa, il traditore, l’insensibile caino, Olmi mostra anche un giovane terrorista pronto a farsi esplodere con una cintura di dinamite: “Mi chiedo chi è questo ragazzo che non accetta la relazione con il diverso e considera la violenza un dovere? Invece solo nel confronto e nel dialogo possiamo capire chi siamo. Se riuscissimo a trovare la solidarietà dell’origine, molti problemi si risolverebbero. Almeno io la penso così, è continuerò a ripeterlo finche ho fiato.”

Da “In ginocchio dagli immigrati più che davanti al crocifisso” di T.F. “Il Mattino” 7 settembre 2011

sabato 3 settembre 2011

"Terraferma" di Emanuele Crialese

la locandina del film

Terraferma di Crialese è tra i film più attesi alla Mostra di Venezia. Nel cast una ragazza africana scampata alla morte. La solita storia di immigrazione? No, perché l’obiettivo è puntato su chi accoglie.

Crialese, perché porta Terraferma alla Mostra di Venezia?

“Non potevo rifiutare l’invito della Mostra. Ne sono anzi orgoglioso perché, al di là dei premi sono altre le cose che contano.

A che cosa si riferisce?

“Trovo aberrante il modo in cui i media minimizzano la tragedia dell’immigrazione dall’Africa verso le nostre coste. Altro che mafia! Quella che si consuma nelle acque della Sicilia è una strage. La più sanguinosa dalla fine della guerra mondiale. Guardo i Tg, sfoglio i giornali e leggo le parole pronunciate da certi politici: rifugiato, immigrato, clandestino. Ma cosa significano? Dietro etichette ci sono persone vere, in fuga da fame e guerre per un migliore avvenire. Per se e per i figli?”

E’ un’amara riflessione che tormenta le coscienze di tanti italiani…

“ A folgorare la mia è stata una foto. Tornato a Lampedusa mi ha colpito il mutamento: da scoglio incontaminato a vera e propria terra di frontiera. Marinai, poliziotti, recinzioni. Sul giornale ho visto poi la foto di una giovane donna: Timmit. Lei ed altri quattro, soli sopravvissuti sul gommone che per tre settimane era andato alla deriva nel Mediterraneo. In 73 le erano morti attorno. Atroce. Il suo viso era stravolto dagli stenti, dal sole, dalla sete eppure i suoi occhi splendevano di voglia di vivere.”

Terraferma sarà nelle sale italiane dal 7 settembre.

Maurizio Turrione

Da Maurizio Turrioni, La ragazza venuta dal mare, Famiglia Cristiana 4 settembre 2011