domenica 31 gennaio 2016

Adriana Zarri: La normalità

Adriana Zarri (1919-2010)
Ritengo che la "normalità" sia un gran valore, perseguibile in ogni situazione, e che la rinuncia a stili di vita eccezionali sia anch'essa una forma di povertà e di semplicità evangelica.

Adriana Zarri

da Adriana Zarri - Un eremo non è un guscio di lumaca (Einaudi)


sabato 30 gennaio 2016

Montessori: Abolire la cattedra, programmi, esami e castighi

Paola Cortellesi nel ruolo di Maria Montessori
Il “metodo Montessori” partiva da una considerazione semplice, ma frutto di lunghe osservazioni scientifiche: bisognava innanzi tutto suscitare nei bambini gioia ed entusiasmo per il lavoro e avere la massima fiducia nell'interesse spontaneo del bambino, “nel suo impulso naturale ad agire e a conoscere”; e poi bisogna far stare assieme i bambini per fasce di età...introdurre la prassi del pasto comune, del gioco del silenzio, arredare gli ambienti con mobilio proporzionato ai bambini e non funzionale alle esigenze degli adulti; abolire la cattedra dell'insegnante, i sillabari, i programmi e gli esami, i castighi, i giocattoli e le golosità; puntare sul lavoro individuale per ottenere spontaneamente dal bambino la ripetizione dell'esercizio, il controllo dell'errore, l'ordine dell'ambiente e le buone maniere nei contatti sociali, la pulizia accurata della persona e l'educazione dei sensi...Un bambino non più represso, dunque ma anche un insegnante nuovo, “il maestro passivo, che toglie l'ostacolo della propria autorità, affinché si faccia attivo il bambino, e che deve ispirarsi ai sentimenti di San Giovanni Battista: Conviene che egli cresca e che io dimunuisca”.
Le sue parole, oggi, e specialmente in Italia, dovrebbero scuoterci: “Quando una società scialacquatrice ha necessità estrema di denaro, lo sottrae alle scuole. Questo è uno dei più iniqui delitti dell'umanità e il più assurdo degli errori”.

Carlo Vulpio

da Carlo Vulpio, Montessori il metodo della gioia, La Lettura, Corriere della sera 30 dicembre 2012 

giovedì 28 gennaio 2016

Hannah Arendt: La libertà non equivale all'indipendenza

Hannah Arendt (1906-1975)
 «La libertà non equivale all’indipendenza da tutto e da tutti. Dipendiamo gli uni dagli altri. Eppure gli esseri umani faticano ad accettare l’essere dipendenti. Da chi ci concepisce, da chi ci dà la mano, ci accudisce, ci ascolta, ci sottrae alla solitudine: insomma non riconoscono l’indispensabilità delle relazioni».

Hannah Arendt

mercoledì 27 gennaio 2016

Loris Malaguzzi: Il bambino ha cento linguaggi


Il bambino ha cento linguaggi.
Gliene rubano novantanove.
Scuola e cultura operano 
la scissione corpo-testa
facendolo pensare senza corpo
e operare senza testa
mettendo in conflitto
il gioco e il lavoro,
la realtà e la fantasia
la scienza e l'immaginazione
il dentro e il fuori


  Loris Malaguzzi

martedì 26 gennaio 2016

La giornata della Memoria


Alberta Levi Temi

"Sono stata zitta per circa 50 anni. Poi, quando ai primi degli anni '90 hanno cominciato a circolare voci che tentavano di negare la portata della Shoah, addirittura la stessa tragedia, ho deciso di parlare. Non potevo permettere che i miei cari, undici di primo grado, venissero uccisi una seconda volta. Ho deciso che avrei parlato, finchè avessi avuto voce, per chi non può più parlare.
Da circa 20 anni vado dove mi chiamano: nelle scuole, nelle chiese, nei comuni, nelle università per testimoniare l'urgenza del dialogo, del rispetto delle diversità, di tutte le diversità, racconto la mia esperienza di ebrea italiana, cui è stata rubata la giovinezza, per suscitare la presa di coscienza, la responsabilità dei singoli e delle comunità all'impegno per la costruzione di un mondo più unito e più in pace. Allora eravamo solo noi ebrei i diversi, oggi siamo circondati da diversi. La Regola d'oro "Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te" è presente in tutte le religioni del mondo. Se divenisse stile di vita degli uomini potremmo sperare in un mondo di pace. Sono stata fortunata, la Shoah mi ha sfiorata, pur segnata, io non sono stata deportata. Ho avuto un matrimonio felice per 57 anni, 5 figli, nipoti, pronipoti e dico ai giovani che la vita è bella, ma deve essere bella per tutti."
Alberta Levi Temin


STOLPERSTEINE - PIETRE D’INCIAMPO

Il 28 gennaio 2010, per la prima volta in Italia
vengono installate le “pietre d’inciampo”
davanti alle case degli ebrei italiani
deportati dai nazifascisti nei campi di concentramento.

L’Amicizia Ebraico Cristiana di Napoli, in occasione del compimento dei novant’anni di Alberta Levi Temin, decana della Comunità ebraica di Napoli, insignita di numerosi premi e attestati per la sua infaticabile opera in favore della pace e del dialogo, in particolare fra le giovani generazioni, ha deciso di intraprendere un’iniziativa che da un lato potesse attestare l’affetto di quanti la conoscono, e dall’altro potesse radicarsi nel cuore della sua esistenza. Nel concreto e basandosi su di una esperienza fatta precedentemente da una socia dell’associazione, Miriam Rebhum, si è pensato di far venire in Italia l’artista tedesco Gunter Demmig per far installare, per la prima volta nel nostro paese, delle pietre d’inciampo, Stolpersteine in tedesco.

Alberta Levi Temin e Diana Pezza Borrelli
Ma cos’è una pietra d’inciampo? Come nasce quest’idea? Nel 1993 Gunter Demnig fu invitato a Colonia per un’installazione sulla deportazione di cittadini rom e sinti. All’obiezione di un’anziana signora secondo la quale a Colonia non avrebbero mai abitato rom, l’artista decide di dedicare tutto il suo lavoro successivo alla ricerca e alla testimonianza dell’esistenza di cittadini scomparsi a seguito delle persecuzioni naziste: ebrei, politici, rom, omosessuali. 
Le prime Stolpersteine risalgono al 1995, a Colonia; da allora ne sono state installate più di 22.000 in Germania, Austria, Ungheria, Ucraina, Cecoslovacchia, Polonia, Paesi Bassi e Belgio. 
L’artista sceglie il marciapiede prospiciente la casa in cui hanno vissuto uno o più deportati e vi installa altrettante “pietre d’inciampo”, sampietrini del tipo comune e di dimensioni standard (cm. 10x10). Li distingue solo la superficie superiore, a livello stradale, poiché di ottone lucente. Su di essa sono incisi: nome e cognome del deportato, anno di nascita, data e luogo di deportazione e, quando nota, data di morte.
L’inciampo non è fisico ma visivo e mentale, costringe chi passa a interrogarsi su quella diversità e agli attuali abitanti della casa a ricordare quanto accaduto in quel luogo e a quella data, intrecciando continuamente il passato e il presente, la memoria e l’attualità. E proprio in quest’ottica si inserisce la vicenda legata ad Alberta.
ll 16 ottobre del 1943, a Roma, Alberta, per puro caso (come dice Lei), è scampata al rastrellamento nazifascista. Arrivata da appena tre giorni da Ferrara, era ospite a casa dei suoi zii, Mario e Alba, e di suo cugino Giorgio, in via Flaminia 21. All’arrivo dei nazisti ebbe la prontezza di uscire fuori ad uno dei balconi dell’appartamento, sfuggendo così alla vista dei militari tedeschi. Lei si salvò, mentre i suoi cari, portati nei campi di concentramento, furono uccisi dopo pochissimi giorni. 
Le pietre d’inciampo, per l’esattezza tre, furono poste il 28 gennaio 2010, in occasione della giornata della memoria, nel marciapiede prospiciente l’edificio da dove furono prelevati gli zii e il cugino.
Sono state coinvolte, per questo progetto, 6 municipalità della città di Roma, e le pietre di inciampo poste il 28 gennaio 2010 sono 30. L’Amicizia Ebraico Cristiana di Napoli, per favorire il ripetersi di tale iniziativa anche in altre città, sceglie di delegare la promozione dell’evento alla Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane. 
Adachiara Zevi, insieme a ANED (Associazione Nazionale ex Deportati), ANEI (Associazione Nazionale ex Internati), CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), Museo Storico della Liberazione, Incontri Internazionali d’Arte e ad un comitato scientifico, si fa carico di ideare l’intera realizzazione del progetto che è posto sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. 
Inoltre nasce uno “sportello” cui potranno rivolgersi quanti intendono ricordare, in questo modo,familiari o amici deportati. Si è voluto così costruire una grande mappa urbana della memoria. Alcune scuole affidano agli studenti la ricerca storica sui deportati alla cui memoria sono dedicati i sampietrini; il 28 gennaio 2010 gli studenti leggono i primi risultati del loro lavoro. A ricerca ultimata tutto il lavoro viene documentato in un volume che contiene testi storici e critici, biografie dei deportati redatte dagli studenti, l’illustrazione fotografica delle installazioni e CD con le riprese filmate della giornata del 28 gennaio. La presentazione del volume avviene il 16 ottobre 2010, anniversario della deportazione degli ebrei romani dal Ghetto.
Francesco Villano

lunedì 25 gennaio 2016

Ermanno Olmi: Quando la scuola è un crimine


Ermanno Olmi
Il bambino è aperto al mondo e possiede, nel suo rapporto ingenuo con la vita, la felicità dell'apprendimento. Ogni volta che apprende una cosa in più, gode di questa sua conquista, e lo fa senza essere inquadrato in determinati schemi precostituiti. Ecco perché la scuola, molto spesso,  - e sono cosciente di usare un termine forte - è un crimine. Perché pone alcuni paletti che delimitano dei percorsi all'interno dei quali tu devi stare, e se ne esci sei squalificato...I bambini godono del valore della semplicità.


Ermanno Olmi

da Ermanno Olmi con  Marco Manzoni, Il primo sguardo, Bompiani, 2015

martedì 19 gennaio 2016

Papa Francesco: Il matrimonio è come una pianta

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Il matrimonio è come una pianta. Non è come un armadio, che si mette lì, nella stanza, e basta spolverarlo ogni tanto.
Una pianta è viva, va curata ogni giorno: vedere come sta, mettere l’acqua, e così via.
Il matrimonio è una realtà viva: la vita di coppia non va data mai per scontata, in nessuna fase del percorso della famiglia.
Ricordiamoci che il dono più prezioso per i figli non sono le cose, ma l’amore dei genitori.
E non intendo solo l’amore dei genitori verso i figli, ma proprio l’amore dei genitori tra loro, cioè la relazione coniugale.

Papa Francesco

dal discorso ai dipendenti della Santa Sede con i rispettivi familiari
21 dicembre 2015


lunedì 18 gennaio 2016

Roberto Baggio; Qualche consiglio ai giovani

Roberto Baggio
Per 20 anni ho fatto il calciatore. Questo certamente non mi rende un maestro di vita, ma ora mi piacerebbe occuparmi dei giovani così preziosi e insostituibili. So che i giovani non amano consigli, anche io ero così. Io però, senza arroganza, qualche consiglio lo vorrei dare. Vorrei invitare i giovani a riflettere su queste parole.
La prima è passione,
Non c’è vita senza passione e questa la potete cercare solo dentro di voi. Non date retta a chi vi vuole influenzare. La passione si può anche trasmettere. Guardatevi dentro e lì la troverete.
La seconda è gioia
Quello che rende una vita riuscita   è gioire di quello che si fa. Ricordo la gioia nel volto stanco di mio padre, e nel sorriso di mia madre nel metterci tutti e dieci, la sera, intorno ad una tavola apparecchiata. E’ proprio dalla gioia che nasce quella sensazione di completezza di chi sta vivendo pienamente la propria vita.
La terza è coraggio
E’ fondamentale essere coraggiosi e imparare a vivere credendo in voi stessi. Avere problemi e sbagliare è semplicemente una cosa naturale, è necessario non farsi sconfiggere. La cosa più importante è sentirsi soddisfatti sapendo di aver dato tutto, di aver fatto del proprio meglio, a modo vostro e secondo le vostre capacità. Guardate al futuro e  avanzate.
La quarta è successo
Se seguite gioia e passione allora si può parlare anche del successo, di questa parola che sembra essere rimasta l’unico valore della nostra società. Ma cosa vuol dire avere successo?  Per me vuol dire realizzare nella vita ciò che si è, nel modo migliore. E questo vale  sia per il calciatore, il falegname, l’agricoltore o il fornaio.
La quinta è sacrificio
Ho subito da giovane incidenti alle ginocchia che mi hanno dato creato problemi e dolori per tutta la carriera. Sono riuscito a convivere e convivo con questi dolori grazie al sacrificio, che vi assicuro non è una brutta parola. Il sacrifico è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato. La giovinezza è il tempo della costruzione, per questo dovete allenarvi bene adesso. Da ciò dipenderà il vostro futuro. Per questo gli anni che state vivendo sono così importanti. Non credete a ciò che arriva senza sacrificio. Non fidatevi, è un illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra il sogno e la realtà.
Per tutta la vita ho fatto in modo di rimanere il ragazzo che ero. Che amava il calcio e andava a letto stringendo al petto un pallone. Oggi ho solo qualche capello bianco in più e tante vecchie cicatrici. Ma i miei sogni sono sempre gli stessi. Coloro che fanno sforzi continui sono sempre pieni di speranza. Abbracciate i vostri sogni e inseguiteli. Gli eroi quotidiani sono sempre quelli che danno il massimo nella vita. Ed è proprio questo che auguro a voi e ai miei figli.



giovedì 14 gennaio 2016

Simone Weil: Avvertire l'obbligo verso l'umanità


Simone Weil (1909-1943)
«C’è in noi un obbligo verso ogni essere umano per il solo fatto che è un essere umano... Quest’obbligo non si fonda su nessuna situazione di fatto... su alcuna convenzione... Quest’obbligo è eterno. Risponde al destino eterno dell’essere umano». 
Simone Weil
Quando l’uomo avverte quest’obbligo dentro di sé, è chiamato all’eternità. La grazia sta agendo in lui. Se non l’osserva, rimane nel campo della necessità, nel ciclo delle esistenze dice la filosofia indù. Avvertire l’obbligo verso ogni altro essere umano e concretizzarlo in un operare per il bene fa sì che l’uomo esca dal tempo e dalle sue catene; il tempo e lo spazio sono le forme a priori sotto cui si rende presente la necessità che lega l’uomo; ma se l’uomo agisce seguendo l’obbligo verso il bene, allora risponde a una chiamata del tutto diversa rispetto a quella naturale, una chiamata che va in tutt’altra direzione; questa sua risposta a una chiamata che, diversamente da ogni altra azione che lo concentra solo su di sé, lo spinge all’infuori di sé, è una risposta che lo innalza, che lo libera, che lo spinge verso l’alto; mentre tutto si regge secondo la legge della gravità (e ogni uomo fa del proprio Io il centro verso cui convergono tutte le cose), l’azione del bene si modella secondo l’azione contraria: l’io non attira a sé ma si dona agli altri. Per questo il bene trascende l’orizzonte della necessità, per questo il bene è trascendenza e conduce chi lo pratica «al di là». Questo dice il cristianesimo quando parla di risurrezione. 
Vito Mancuso



martedì 5 gennaio 2016

Massimiliano Varrese: La serenità interiore

Massimiliano Varrese
Auguro la felicità e la serenità interiore, quella vera, quella dell'io più profondo, del sé più intimo e universale, quello che ci rende liberi di fronte alle sofferenze, alla costrizione degli schemi e delle credenze e dei programmi che non ci appartengono per natura... Auguro di ritrovare la strada e la verità, a tutti, nessuno escluso: a chi legge e non mi condivide, a chi mi ama incondizionatamente, a chi ci riflette sopra e poi preferisce la materia, a chi sa solo giudicare e a chi spia e non sa che pesci prendere e parla e pensa male... Si  auguro soprattutto a voi che ancora rantolate nell’oscurità dell’invidia e della cattiveria di trovare la felicità, Sì ringrazio anche voi, che sicuramente starete leggendo, perché avete contribuito a rendermi più forte e più luminoso!
Massimiliano Varrese


domenica 3 gennaio 2016

Aldo Masullo: La radice della libertà civile e politica

Aldo Masullo
Vorrei salutare auguralmente gli amici tutti, ispirati alla fraternità, cioè allo spirito comunitario, ricordando l'osservazione di Platone: “L’amore ci svuota di estraneità e ci riempie d’intimità » ("Simposio", 197 d, 1). Il che è la radice feconda della stessa libertà civile e politica. Perciò «ai detentori del potere non conviene che tra i sudditi si sviluppino alti ideali, e tanto meno solide amicizie, e comunità, cose queste che invece all’amore più d’ogni altra cosa piace suscitare» (ivi, 182 c, 1-4).

 Aldo Masullo