giovedì 18 marzo 2010

Lunghe file di extracomunitari...


Al Mercatodi Porta Palazzo a Torino

Mario Nejrotti, direttore di “Torino Medica” organo Ufficiale dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Torino, ha pubblicato sul portale web della rivista questa lettera di tre religiose che operano a Porta Palazzo, che è la kasbah di Torino, un quartiere centrale abitato quasi esclusivamente da immigrati. La riportiamo integralmente.


In un SMS si concentra tutta l’assurdità di un “pacchetto sicurezza”… che racchiude anche noi!
Ovvero, sr Julieta da tre anni ormai in Italia, mozambicana di Porta Palazzo, nella più totale gratuità di servizio alla “Torino Plurale”, è convocata nuovamente in Corso Verona, all'alba del 4 novembre 2009, per non chiarita integrazione pratica… che sarà?!...
… Dopo una vigilia che ci ha viste, previdenti, presso l’ingessata Cancelleria della Curia arcivescovile, a raccogliere firme e timbri, garanti di autenticità, da parte di un “pianeta ecclesiastico” piuttosto griffato, che poco ci appartiene, ma che – tuttavia – nelle ridondanze burocratiche ci è necessario… ci portiamo, allo spuntar del giorno ai cancelli della Questura, di Corso Verona, sezione immigrazione.
Veramente se ne vedono "di tutti i colori", fino al colore della vergogna, che è quello della pelle di chi è italiano e quasi non vorrebbe più esserlo, di fronte a certe espressioni di volgare disumanità, di stupidità abissale, di negazione ostinata di evidenze, di orgoglio di razza che richiama altri tempi...
Nel silenzio oscillante tra rabbia e sgomento, nell’umido di un’alba resa più fredda dallo scenario circostante, dai toni espressionisti, abbiamo visto e fotografato con gli occhi, con il cuore e con l’adrenalina a mille!
Una fiumana muta, in tensione tra rassegnazione e rivolta… inquietante, forse pericolosa?!
Giovani mamme nigeriane e marocchine con piccoli intirizziti in carrozzina, fermi ai cancelli dalle 4 del mattino, marocchini e albanesi che vivono di espedienti, fino alla "vendita del posto in coda" a 50 euro, cinesi assorti dentro il loro PC portatile, che ingannano l’attesa ignari del mondo circostante seguendo film sottotitolati dai colori taglienti, anziani di ogni lingua, pazienti e rassegnati, come vecchi cani da caccia, fieri nei ricordi… giovani coppie dell'est che si scaldano reciprocamente fra baci e massaggi ai polpacci...
Poliziotti che sembrano usciti dalle tele di Grosz, con manganello in mano e forti dei segni di un potere, contro la fiumana inerme e congelata, che ha il potere del segno… sbrodolano minacce ironiche sulle espressioni sgomente di una giovane moglie filippina, appellandola "signorina" di fronte al marito italiano, che si vergogna d’esser tale…
… Tra una coppia albanese e il cinese videodipendente, due suore, di cui una "straniera", che da tre anni lavora giorno e notte, gratuitamente, per costruire integrazione con e per la Chiesa, con e per il Comune “sta”, sospesa nel mistero di una “integrazione burocratica”: ancora le viene richiesto di “lasciare le impronte”… come se non bastassero tutti i segni seminati in tre anni di strada, in mezzo alla gente… ma le “impronte” danno più garanzia dell’impronta!... della caparbia, costante, quotidiana volontà di costruire un meglio per tutti…
E si tratta di “impronte per la Scientifica”... perché presunta potenziale delinquente... tutto fa pensare...Che dire?!... oltre la rabbia, l’indignazione, l’impotenza di fronte alla stupidità?...
Contro i cattivi, ammesso che ce ne siano, si può combattere, ma contro gli stupidi, di cui l’esistenza è certa… che fare?!...
Non vogliamo cercare soluzioni preferenziali per le religiose o per la chiesa, che ben più potrebbe fare e dire al riguardo del pacchetto sicurezza, ma si vorrebbe semplicemente dar voce a chi non ha voce, denunciare la disumanità delle procedure burocratiche e la disorganizzazione, mista a frustrazione inacidita, dei nostri "sportelli amici"... dove si viene accolti da operatrici che maneggiano il tuo passaporto munite di guanti usa e getta, come tu fossi appestato e non si curano che tu, in coda magari da tre ore al freddo, se ti scappa la pipì sei costretto a farla in "cessi" assolutamente allucinanti... eppure ci siamo chieste: "qual è il luogo più infetto?"... le turche della Questura o il cuore umano!?...
... Dobbiamo poter raccontare questi flash, perché è ora che se ne parli... anche noi...
le polemiche sui crocifissi tolti dai muri non servono... le radici cristiane dovrebbero spingerci a togliere i crocifissi dalle strade!... perché Gesù Cristo... dicono, "passasse risanando"...
Con affetto e tutta la forza di un magnificat che vorrebbe realmente “abbattere i potenti dai troni e risollevare gli umili”


Le Sorelle di Porta Palazzo

"La politica è vocazione" di Walter Veltroni


"In politica la prima alleanza da stringere è con i cittadini. Dobbiamo ritrovare il linguaggio della vita reale e comunicare il senso di una visione non tattica dei problemi del paese...Una generazione rischia di considerare la politica come un mestiere. E invece è una vocazione. Chi lo nega esercita il suo cinismo..."
Walter Veltroni

dal "Corrire della sera"

"Speranza e utopia in Chiara Lubich" di Piero Taiti

Chiara Lubich nella cittadella di Fontem in Camerun

Ho visto recentemente un vecchio video di una giovane Chiara che rispondeva ad una banale domanda sulla sua idea della giustizia .

La risposta profferta senza dubbi e senza timore era stata pressappoco una citazione di un pezzo del Magnificat ("Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi.” ) con uno scarno commento sul fatto che tutto quello che è importante è stato già detto nelle parole di Maria.

Il video fu registrato in un’epoca che oggi ci appare lontana: erano anni di scontri sociali cruenti, e talvolta insanguinati, in un paese uscito dalle rovine della guerra, alle prese con una protesta di rivendicazioni civili di classi sociali dimenticate da secoli nella storia di questo paese.

Di fronte a quella realtà drammatica, quella di Chiara poteva sembrare una risposta certo non evasiva, ma tutto sommato molto spostata su un’abile citazione diplomatica di un tratto delle Sacre Scritture, tanto per non prender parte in una realtà politicamente incandescente.

Ma né il tono della risposta, né il breve commento autorizzavano un’interpretazione edulcorata e un po’ pretesca, né d’altra parte la ancora giovane storia del Movimento era priva di elementi che consentivano di capire che quelle parole erano dette prendendole estremamente sul serio.

Basterebbe pensare agli innumerevoli episodi di pietà “francescana” degli inizi, nella città di Trento durante ed alla fine della guerra, la serietà esistenziale della scelta evangelica, la radicalità della nuova esperienza di vita comunitaria, che non si esprimeva solo con l’offrire agli altri “il superfluo”, ma anche nella scelta della condivisione dei beni necessari.

Ma vi erano certo anche altri temi del Movimento che inducevano ad una visione “utopica” della famiglia umana: un richiamo potente di apertura totale verso un’umanità ferocemente divisa da barriere di qualsiasi tipo, era dato da quell’interpretazione ribattuta della preghiera di Cristo “perché siano una cosa sola”; mentre il tema dell’abbandono sulla Croce, metteva, da un lato, in contatto il Movimento nascente con tutta la tematica della teologia novecentesca del Silenzio di Dio (dilacerante problema di fede in un mondo da poco uscito dalle rovine e dagli stermini coevi al secondo conflitto mondiale), dall’altro, con la fede nel Dio crocifisso, recuperava l’atteggiamento cristiano della speranza verso tutti gli uomini.

Che tutti capissero o no il senso di quelle letture, esse hanno oggettivamente agito come efficaci strumenti di ostinata interpretazione fraterna di un mondo di uomini che anche allora non parlavano e non volevano parlare di “compassione”, di dignità, di uguaglianza, di fratellanza, di pace; o, se ne discutevano, ne parlavano all’interno di poderose fortezze ideologiche che impedivano alla voce degli uomini di sovrastare quella dei cannoni.

Quelle parole d’ordine del Movimento furono potenti supporti di fiducia per una nuova umanità, una incauta e spesso derisa speranza per un nuovo ordine sociale, non ancora visibile, ma certamente edificabile.

Basterebbe pensare alla visione delle cittadelle, come costruzione di nuove “Einsideln”, in cui fosse possibile vivere secondo quelle regole che, per l’epoca, non erano certamente meno stravaganti di quelle immaginate da Tommaso Moro per la sua Utòpia.

Dopo il viaggio a Fontem ho ripensato molto alla considerazione che il termine fratellanza era stato quello, della triade rivoluzionaria ( Libertà, Uguaglianza, Fratellanza) meno vissuto nelle istituzioni civili e più dimenticato nelle elaborazioni politiche, dopo ma anche durante, il periodo della Rivoluzione Francese.

Mi sono chiesto, come molti altri più attenti e curiosi di me, quali fossero le motivazioni.

Una almeno che ho trovato mi sembra particolarmente calzante con l’esperienza del Movimento, o almeno con la mia interpretazione dell’esperienza del Movimento.

Confermando quanto aveva scritto Bloch nel suo Il principio speranza, Arrigo Colombo ha scritto che tutti i veri progetti utopici (da quelli “mitici”, a quelli più recenti) hanno in comune alcuni valori fondamentali: la giustizia, l’amore fraterno, la comunione dei beni, di vita, di affetti, la libertà dal bisogno e dal lavoro inteso come coercizione (non certamente come fatica necessaria per contribuire alla comunità ), la pace e la felicità (Colombo Arrigo, L’utopia, Dedalo).

Ho riscontrato così che storicamente l’idea di fratellanza (dagli Stoici al Cristianesimo, dalle Utopie rinascimentali al Socialismo utopistico) si è sempre associata al concetto della condivisione dei beni.

In questa luce credo allora di capire perché quella risposta di Chiara era fortemente creduta, perché di fronte alle miserie delle Favelas le sia venuta in mente l’Economia di Comunione, perché Fontem sia passata quarant’anni fa da una speranza utopica ad un briciolo di speranza realizzata nel tempo e nello spazio, nel ricco, ma anche povero e travagliato continente africano.

A Fontem si chiese all’inizio la fratellanza, la pace, l’amore fra tutti, un po’ di terreno e qualche palma che c’era sopra cresciuta. Il resto fu dato gratuitamente, in parte anche costruito nella condivisione, ma non fu mai chiesto sostanzialmente in cambio nulla di più del dono.

Quello che con il tempo è venuto, anche nei tempi più recenti, è stato certamente benedetto, ma non era uno scambio né di fedi né di ideologie e perfino nemmeno di prevedibili benefici (seppure poi ci siano stati anche quelli), fu ed è un dono gratuito offerto per amore del prossimo nello spirito della fratellanza e del rispetto della cultura di quella umanità, che lo Spirito o gli Spiriti avevano posto in quelle foreste tropicali.

L’esperienza di Fontem è nata all’interno dell’utopia del Magnificat ed è facile prevedere che, come la fiaccola sul moggio, solo all’interno di quella sarà capace di continuare a splendere la sua luce.

Piero Taiti

mercoledì 3 marzo 2010

"Valore" di Erri De Luca


Considero valore ogni forma di vita,
la n
eve, la fragola, la mosca.
Consid
ero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Consid
ero valore il vino finché dura il pasto,
un sorriso involontario, la stanch
ezza di chi non si e’ risparmiato,
du
e vecchi che si amano.
Consid
ero valore quello che domani non varra’ piu’ niente,
e quello che oggi vale ancora poco.
Consid
ero valore tutte le ferite.
Consid
ero valore risparmiare acqua,
riparar
e un paio di scarpe,
tac
ere in tempo,
accorr
ere a un grido,
chi
edere permesso prima di sedersi,
provar
e gratitudine senza ricordarsi di che.
Consid
ero valore sapere in una stanza dov’e’ il nord,
qual’
e’ il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Consid
ero valore il viaggio del vagabondo,
la clausura d
ella monaca,
la pazi
enza del condannato, qualunque colpa sia.
Consid
ero valore l’uso del verbo amare
e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di qu
esti valori non ho conosciuto.


Erri De Luca