martedì 24 gennaio 2012

In dialogo con Amos Oz

lo scrittore israeliano Amos Oz

Amos Oz , 72 anni, è una delle voci più amate e ascoltate della letteratura israeliana. Straordinario il suo libro autobiografico Una storia d’amore e di tenebra (Feltrinelli) dove emerge con forza il senso della speranza che anima la vita di ogni essere umano. “Ogni storia è basata sulla speranza. Non importa quanto possa apparire pessimista, malinconica o addirittura disperata. Chi la racconta si aspetta comunque che ci sia qualcuno in ascolto, un altro disposto a leggere e a creare così un legame di condivisione. Scrivere è un atto di speranza e la speranza è una necessità umana elementare”1
Nell’intervista, concessa a Alessandro Zaccuri, Amos Oz entra nel dramma che si consuma nella sua terra, ma ci offre anche spunti di riflessione per la crisi economica globale che investe tutti.

Il realismo impedisce oggi una soluzione del conflitto palestinese?
Al contrario, direi: il realismo imporrebbe semmai di accelerare una decisione che in questo momento appare più visibile e possibile di quanto lo fosse in passato.
Si riferisce alla divisione in due Stati distinti, uno per gli ebrei e uno per gli arabi?
Certo è un compromesso che in questo momento incontrerebbe larghissimo consenso. Tutto dipende dalle decisioni che verranno prese a livello politico. Diciamo così: il paziente è pronto per l’intervento, ma i medici sono troppo spaventati per eseguirlo.
In alcuni suoi libri, come nel Monte del Cattivo Consiglio (Feltrinelli), da poco tradotto in italiano, domina un sentimento di attesa, addirittura di incertezza. Anche questo ha a che vedere con la speranza?
Le storie raccolte nel Monte del Cattivo Consiglio sono ambientate…nel biennio 1946-1947. Subito dopo la Shoah, subito prima della nascita dello Stato ebraico. Un periodo di grande incertezza, ma anche di fortissime aspettative…Una battuta circolava a quell’epoca: “In Israele, se non credi nei miracoli significa che non sei abbastanza realista”. La penso ancora così.
Fino a non molto tempo fa Israele e il Medio Oriente erano considerati una zona a rischio sulla scena internazionale. L’Occidente si sentiva al sicuro da sostanziali minacce. Poi è venuto l’11 settembre, è venuta la crisi economica. E adesso come la mettiamo?
(…)Circolava la convinzione che l’Occidente avesse ormai ottenuto tutto quello che desiderava…Non è andata così. Ora possiamo dire che si è trattato di una previsione clamorosamente sbagliata. Nello stesso modo, tuttavia, ci rendiamo conto di quanto sia tornata ad esserci cara la speranza. Non è una virtù per tempi tranquilli, ma è l’unica virtù di cui abbiamo necessità assoluta nelle epoche di instabilità e incertezza, come questa che stiamo vivendo.
Ma in epoche come la nostra anche la paura rischia di avere il sopravvento.
La paura è soltanto l’altra faccia della medaglia, per questo non va temuta troppo. Speranza e paura sono separate da una linea sottilissima, ma per fortuna ciascuno di noi può decidere da che parte stare.
Come?
Rispondendo a una domanda molto semplice: io che posso fare? La responsabilità individuale è il primo dei due pilastri su cui poggia la speranza.
E l’altro qual è?
La solidarietà sociale che personalmente ho sempre considerato come la “terza via” tra il darwinismo economico del capitalismo e il totalitarismo ideologico del comunismo. In questi tempi di crisi economica, occorrerebbe un ripensamento a livello internazionale sui parametri di una nuova solidarietà. Sarebbe una prova di grande concretezza e, quindi, di un coraggioso atto di speranza

Da Alessandro Zaccuri, “La speranza abita il cuore di ogni uomo” Avvenire 18 dicembre 2011


lunedì 23 gennaio 2012

Il sogno di Aaron Eckhart

l'attore Aaron Eckhart

Aaron Eckhart , 42 anni, è il protagonista del film The Rabbit Hole. Una grande interpretazione nel dramma di una famiglia che cerca di sopravvivere alla perdita del figlio. “Una storia di speranza” dice l’attore nell’interessante intervista concessa alla giornalista Arianna Finos 1. “La speranza che l’amore, perché è di questo che parla il film, sia più forte del lutto.”
La sua carriera di attore comincia quasi per gioco a 14 anni, quando si presenta ad un provino per uno spettacolo scolastico, ed oggi è un attore affermato che non risparma critiche allo star system della città del cinema.
Cresciuto in una famiglia mormone - “la mia educazione è una parte importante della mia cultura anche se non sono praticante”-, ha fatto non poca fatica a spuntarla in un contesto come Hollywood. “Per lavorare - dice sempre nell’intervista -, devi sentirti una star, avere le feste come stile di vita. Io, semplicemente non sono in grado di farlo. Hollywood è un grande club e i film si fanno tra amici. La cosa ha rallentato la mia carriera. Io forse non sono un artista, ma un attore che cerca la verità. Trovarla anche in una sola scena, regala un senso.”
Confida infine ad Arianna Finos che, come tanti attori affermati, coltiva il sogno di essere regista. “Mi piacerebbe raccontare le storie che Hollywood ignora, quelle sulla gente comune alle prese con le difficoltà della vita.”

1 da Arianna Finos, Hollywood è tutta un party: troppo per un ex mormone, il Venerdì di Repubblica 11/2/2011

venerdì 20 gennaio 2012

La fraternità antidoto al fondamentalismo e al terrorismo

Chiara Lubich a Tagaytay

Il problema del fondamentalismo religioso esploso in questi ultimi decenni ha creato grossi problemi e vere tragedie nella vita dell’umanità: attentatti, uccisioni di massa, violenze di ogni genere, guerre. Lo stesso attentato alle torri gemelle può considerarsi l’atto estremo di un violento terrorismo fondamentalista.
Molti associano, ingiustamente, a tali tragici atti anche le convinzioni religiose di gruppi o popoli, ma come afferma Sante Bagnoli, ogni vera convinzione religiosa è sempre rispettosa dell’altro e delle scelte personali e mai violenta; il fondamentalismo e i conseguenti atti terroristici rappresentano “l’uscita dal religioso”:
“Il fondamentalismo, sia quello degli evangelisti di Bush che di Al Qaeda, è la sovversione dell'uomo religioso. Non è una semplice deriva di una religione, come può essere il clericalismo, ma è una uscita dal religioso. Le sue ragioni sono nella politica, non nella dottrina. Lo scandalo dei paesi arricchitisi con il petrolio, ma che hanno creato una tremenda distanza tra ricchezza e miseria, è stato il brodo di coltura di reazioni radicali. Il fondamentalismo, dunque, non è uno sguardo sul passato, ma un fenomeno moderno. Per esistere ha bisogno dei parametri della modernità.” 1
Ma c’è un parametro della modernità ancora disatteso dalla Politica, quello della “Fraternità”, che Chiara Lubich negli ultimi anni della sua vita ha ripetutamente indicato ai grandi e ai piccoli della Terra.
Proprio in riferimento al tragico evento dell’11 settembre in America, inviando il suo messaggio alla prima giornata mondiale dell’interdipendenza a Filadelfia il 12/9/2003, lei afferma esplicitamente che le cause degli atti terroristici e delle molte guerre nel mondo sono da ricercarsi nel sempre più forte divario tra popoli ricchi e popoli poveri, tra zone estreme di povertà e zone di opulenta ricchezza:
“Ci chiediamo oggi… se sia possibile vivere in un mondo di popoli liberi, uguali, uniti, non solo rispettosi l’uno della identità dell’altro, ma anche solleciti alle rispettive necessità.
La risposta è una sola, ma è l’essenza del progetto politico dell’umanità. E’ l’unità dei popoli nel rispetto delle mille identità, il fine stesso della politica, che la violenza terroristica, la guerra, l’ingiusta ripartizione delle risorse nel mondo e le disuguaglianze sociali e culturali sembrano oggi mettere in discussione.
Da più punti della terra, oggi sale il grido di abbandono di milioni di rifugiati, di milioni di affamati, di milioni di sfruttati, di milioni di disoccupati che sono esclusi e come "recisi" dal corpo politico (...)
La politica non avrà raggiunto il suo scopo, non avrà mantenuto fede alla sua vocazione fino a quando non avrà ricostituito questa unità e guarito queste ferite aperte nel corpo politico dell'umanità.
Ma come raggiungere questa meta così impegnativa, che sembrerebbe al di sopra delle nostre forze?
Libertà ed uguaglianza, dinanzi alle sfide del presente e del futuro dell'umanità, non sono da sole sufficienti. La nostra esperienza ci insegna che c'è bisogno, crediamo, di un terzo elemento, lungamente dimenticato nel pensiero e nella prassi politica: la fraternità. Senza la fraternità, nessun uomo e nessun popolo sono veramente e fino in fondo liberi ed uguali (...) E' la fraternità che può dare oggi contenuti nuovi alla realtà dell'interdipendenza. E' la fraternità che può far fiorire progetti ed azioni nel complesso tessuto politico, economico, culturale e sociale del nostro mondo. E' la fraternità che fa uscire dall'isolamento e apre le porte dello sviluppo ai popoli che ne sono ancora esclusi. E' la fraternità che indica come risolvere pacificamente i dissidi e che relega la guerra ai libri di storia. E' per la fraternità vissuta che si può sognare e persino sperare in una qualche comunione dei beni tra Paesi ricchi e poveri, dato che lo scandaloso squilibrio, oggi esistente nel mondo, è una delle cause principali del terrorismo.
Il profondo bisogno di pace che l'umanità oggi esprime, dice che la fraternità non è solo un valore, non è solo un metodo, ma un paradigma globale di sviluppo politico. Ecco perché un mondo sempre più interdipendente ha bisogno di politici, di imprenditori, di intellettuali e di artisti che pongono la fraternità - strumento di unità - al centro del loro agire e del loro pensare.”2


1 - da Piero Melati, Jaca Book,santa editrice della rivoluzione, Il Venerdì di Repubblica, 25/11/2011
2 – Messaggio video-registrato per la Prima Giornata Mondiale dell’Interdipendenza. Filadelfia USA ,12 setembre 2003

mercoledì 18 gennaio 2012

“A un giovane italiano”di Carlo Azeglio Ciampi

Carlo Azeglio Ciampi e Danilo Audiello

E da poco in libreria l’ultimo libro di Carlo Azeglio Ciampi A un giovane italiano, per i tipi della Rizzoli, un libro di grande interesse che si ispira ai valori etici che l'autore ha ricevuto dalla famiglia e nel quale, con coraggio, egli prende le distanze dall’estremismo liberista che ha caratterizzato gli ultimi decenni della vita economica, affermando che oggi la finanza è diventata “la foresta dove appagare appetiti ferini, dove impera la legge del cinismo, del disprezzo di ogni valore che non sia quello del guadagno, del successo, del potere.”.
Pur riconoscendo alcuni importanti meriti al liberismo nello sviluppo dell’economia e nel progresso della società, egli non esita a puntare il dito sulla degenerazione di tale dottrina oggi: “Libertà e giustizia sociale sono principi che…non riducono l’uomo a strumento dello Stato…o del Mercato…In questo mi riconosco nella riflessione , allarmata e allarmante, di Nicola Abbagnano, secondo il quale ‘il capitalismo, seguendo il cammino dell’economia, e andato assumendo a sua volta il colto assolutizzante e disumano dei mostri incarnatisi negli assolutismi politici e istituzionali radicati nelle ideologie di matrice hegeliana’.”

martedì 17 gennaio 2012

"La follia di politici divisi " di Dario Fo

Coltivo la speranza che non prevalga la follia dei politici divisi da un odio atavico fra destra e sinistra. Spero che non mandino tutto all’aria solo per dispetto…Penso che nessuno voglia essere accusato di essere il responsabile della catastrofe in cui rischiamo di cadere davvero. Comunque questo è un momento epocale di grande svolta. Forse nascerà qualcosa di buono…Non ci vogliono leader, ma idee intorno alle quale unirsi. E questo i giovani l’hanno capito molto bene. Hanno capito che sono saltati tutti i luoghi comuni e le vecchie divisioni. L’unica grande divisone oggi è fra i poveri, di cui fanno parte gli studenti, i lavoratori, gli immigrati, insomma: tutti i cittadini senza privilegi, e i ricchi: ovvero la casta. Per questo la gente ormai disprezza la politica.

Dario Fo ricece il Premio Nobel 1997 per la letteratura

Da Federica lamberti Zanardi, Vista da Dario Fo l’Italia è ancora un “mistero buffo”, il Venerdì di Repubblica 25/11/2011

lunedì 16 gennaio 2012

L’importanza dei maestri nella vita di Umberto Eco


Per gli 80 anni, Umberto Eco ha concesso al giornalista Antonio Gnoli un’interessante intervista nella quale ripercorre la sua vita, a cominciare dall’infanzia, evidenziando la grande importanza avuta dai maestri nella sua vocazione di narratore e filosofo. Infatti alla domanda : “Quali sono i maestri che hanno contato nella sua vita” egli ha così risposto: “Sono stato formato a 11 anni dalla meravigliosa signorina Bellini, una professoressa di italiano che mi ha insegnato le virtù dell’invenzione. Al liceo ho avuto la fortuna di incontrare il professore Marino. Da lui ho appreso la libera critica. E poi all’università il rapporto con Luigi Pareyson: fondamentale anche se tormentato. Se ci si fa caso, tutti i miei romanzi sono come un Bildungsroman: c’è un giovane che apprende da un legame formativo con un anziano. E’ la ragione per cui ho fatto il professore e resto in contatto affettuosissimo con tutti i miei studenti.”

da Antonio Gnoli, Umberto Eco, La Repubblica, 3 gennaio 2012

martedì 3 gennaio 2012

"Miracolo a Le Havre" di Aki Kaurismäki

una scena del film

Tra i film più belli e significativi in programmazione va segnalato Miracolo a Le Havre del regista finlandese Aki Kaurismäki. Riportiamo un passo dell’intervista del giornalista Marco Cicala al regista.

All’inizio Miracolo a Le Havre lascia spiazzati. Ha il sapore della tavoletta edificante sull’immigrazione, le leggi infami, i truci poliziotti, il popolino dal buon cuore. Invece è un trucco. Alla fine scopri che è una favola assurda. Esagerata. Benché laconicissima. E ti rimane in testa. “Potrei averla girata in Italia. O in Grecia – dice il regista - .Ovunque sbarca questa gente, il problema è identico. Non possiamo spazzarli sotto il tappeto. Limitarci a vendere le nostre porcherie e buonanotte. Quanti di noi un tempo sono stati come loro?”

Da Marco Cicala, Il Miracolo di Kaurismäki, il Venerdì di Repubblica, 18 novembre 2011

lunedì 2 gennaio 2012

"Capodanno 2012" di Erri De Luca

lo sguardo di Erri De luca (Foto di Sassier/Gallimard)


Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l'ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l'italiano
a chi studia musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all'astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l'offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all'ultimo insulto che sia l'ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto ad un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

Erri De Luca

Alessio Boni e la lotta all'AIDS


L’attore Alessio Boni alterna la sua attività artistica con un continuo impegno umanitario: l’Unicef e ultimamente la Ong Cesvi per la campagna “Fermiamo l’Aids sul nascere”. Riportiamo parte di un’intervista rilasciata da Boni alla giornalista Giulia Calligaro sul tema della lotta all’Aids.

Oggi che percezione ha della malattia?
Diciamo che l’Aids è stato per un po’ una nuova spinta alla fedeltà dopo le libertà degli anni 70…Oggi se ne parla meno, perché nel mondo ricco esistono farmaci che la controllano. Ma è in terribile espansione tra i giovani tra i 15 e i 22 anni. Io non vado più molto nei locali notturni, ma di recente in una discoteca milanese ho visto a che livello arriva lo sballo tra i giovanissimi, un mix di alcol e droghe sintetiche…?! E a quel punto chi fa più attenzione a cosa succede e a come e con chi si fa sesso…?! Per non parlare del turismo sessuale nei Paesi a rischio…

Come mai lei dedica tanto di sé all’impegno umanitario?
Guardi, non è nato prima l’impegno e poi l’idea di viaggiare con le missioni umanitarie…Nel mondo patinato ci sto bene, mi considero fortunato, ma ho bisogno di verità. Dopo un po’ se non vado in qualche luogo genuino mi manca l’aria. Quindi ho iniziato a viaggiare prestissimo. Da solo, con la moto. Per conoscere davvero chi sono gli altri, i nostri vicini. Da lì all’impegno il passo è stato breve.

Come è nato il suo ultimo viaggio in Zimbabwe?
La Ong Cesvi è di Bergamo come me, e da un po’ ci pensavo. Finché c’è stata l’occasione giusta. Non era la prima volta in Africa per me, e non sarà l’ultima…La mortalità è tra il 30 e il 33 percento, soprattutto bambini. Manca l’educazione di base su prevenzione e cura, e qui agisce Cesvi. Se la mia faccia servisse a mettere anche solo una goccia di acqua sana dentro un mare malato, ne sarebbe valsa la pena. Anzi, forse è anche perché sono stato lì che questa sera posso andare sul palco con leggerezza, senza pensare che tutto si concluda sotto questi riflettori.

Da Giulia Calligaro, “Lotta all’Aids? Io ci metto la faccia” Io Donna del 26 novembre 2011