venerdì 28 febbraio 2020

Carlos Clarìa: L'amore e la pace

Carlos Clarià (1940-2009)
Quando si parla di amore si può essere fraintesi. Bisogna capire che non si tratta di una parola che esprime soltanto un dolce sentimento. Si parla di una realtà molto forte, esigente. Si parla di un impegno serio, perché costruire  una realtà di dialogo tra persone di convinzioni diverse senza lo sforzo, la fatica, il coraggio, la decisione di essere pronti s pagare di persona...questo sì che è un sogno. Poco tempo fa Chiara Lubich, ricevendo il premio per la pace dell'Unesco a Parigi, tra le altre cose diceva: "Bisogna accettare la sofferenza, come misura dell'amore. Non si fa nulla di buono, di utile, di fecondo al mondo, senza conoscere, senza saper accettare la fatica, la sofferemza...Non è uno scherzo impegnarsi a portare la pace! Occorre coraggio, occorre saper patire."

Carlos Clarìa

dal Convegno In dialogo per un mondo più unito 1997

Luigi Nappa: Ninetta nel giardino di Velia

"Ninetta nel giardon di Velia" di Luigi Nappa

mercoledì 26 febbraio 2020

Albert Camus: Amare l'intera umanità

Albert Camus (1013-1960)


Ci si chiede di amare o detestare questo o quel paese, questo o quel popolo. Ma siamo in tanti ad avvertire anche troppo bene le nostre somiglianze con l’umanità intera per accettare una scelta del genere.

Albert Camus



LA CENTRALITA' DELL'UOMO

Carlos Clarìa
Se il crollo delle ideologie avvenuto in questi ultimi anni può far temere che rimanga spazio solo per il nichilismo, o per lo meno per un relativismo totale, che non lascia in piedi valori in cui credere, nello stesso tempo questo vuoto mette in evidenza il bisogno di ritrovare la centralità dell'uomo, della sua dignità, rimessa come punto essenziale per ogni possibile vita sociale.
Sono sempre più quelli che capiscono che tutti, bianchi gialli o neri, uomini o donne,  siamo membri di una sola famiglia e che occorre, quindi, una mentalità e nuove forme che aiutino a creare convergenze  e coscienze universali.

Carlos Clarìa

mercoledì 12 febbraio 2020

Giovanna Cerruti Schiaffino: Un rapporto forte con i miei alunni


 
Giovanna Ceruti Schiaffino

 Un’ordinanza ministeriale auspica la presenza, in tutte le scuole italiane, di sezioni che adottano il Metodo Montessori. Tuttavia essa non ha trovato ancora grande applicazione in quanto sono necessari insegnanti qualificati. In altre nazioni nel mondo, invece, la presenza di scuole con tale indirizzo educativo è diffusa. Abbiamo incontrato l’insegnante Giovanna Cerruti Schiaffino, che ha dedicato la sua vita professionale nelle scuole primarie all’applicazione del Metodo Montessori ed è confondatrice di Andersen.

Come è nata la passione per l’insegnamento e, poi, per il Metodo Montessori?
In modo graduale. Fin da bambina mi piaceva giocare alla maestra con mio fratello e i miei cugini. Non era tanto un gioco in cui esprimere il ruolo di comando, quanto il desiderio di anticipare l’idea che un giorno sarei diventata maestra.
C’era una tradizione familiare in tal senso?
No, nessun insegnante nelle mie due famiglie di origine. Ero attirata dall’idea della scuola. 
Come affrontò l’esperienza scolastica?
Con entusiasmo. Fu come continuare il gioco dell’infanzia, cambiava solo il ruolo, non più maestra ma alunna. Finite le magistrali partecipai al concorso per l’insegnamento. Lo vinsi e l’incarico arrivò nel 1966, a Genova, in una classe femminile dove vigevano metodi tradizionali che poco si confacevano alla mia idea di scuola. La pedagogia aveva fatto passi avanti, ma nelle scuole italiane si era ancorati a metodi superati. Successivamente mi fu assegnata una classe maschile e qui nacquero le prime difficoltà nella disciplina. Guardavo le altre classi maschili, affidate a insegnanti uomini, dove i ragazzi marciavano come soldatini. Io non ci riuscivo. Chiesi consiglio a un collega che aveva elaborato un suo personale metodo didattico: fare scuola fuori dalle pareti scolastiche. Mi invitò a uscire con la sua classe all’aperto, su una collina di Genova. Ottenute le necessarie autorizzazioni, comprese quelle dei genitori, sperimentai che si poteva insegnare con poco, in quanto la natura offriva grandi opportunità. Ma la cosa più significativa fu che il testo nasceva da queste esperienze, un testo che per quei ragazzi era frutto della loro vita. Dall’osservazione la conoscenza e dalla conoscenza il testo… un metodo che affascinava gli alunni ed anche me.
Ci fu poi l’immissione in ruolo
Entrai di ruolo nel 1970 e cambio tutto. Erano state introdotte le classi miste e c’era una programmazione standard. Ciò nonostante trovavo sempre lo spazio di libertà per uscire da confini preordinati. Ricordo lo stupore dei colleghi quando realizzai con gli alunni il primo giornalino di classe. Leggevamo tanto. Tuttavia sentivo che dovevo trovare la mia strada e realizzare quella dimensione nuova in cui il bambino fosse al centro del processo educativo. Nei miei studi ero stata colpita dalla figura di Maria Montessori, per cui volli approfondire questo metodo. Mi misi in aspettativa e frequentai un corso per sei mesi. Ne uscii trasformata e conquistata.
Cosa la affascinò?
Prima di tutto la centralità del bambino, coi suoi tempi e ritmi. Poi l’attenzione ai processi di autoformazione, un processo collegato alla “mente assorbente” del bambino. Il bambino capta ciò che vede, ciò che osserva e possiede, ciò che sperimenta attraverso un processo personale di analisi e sintesi. Perché questo processo avvenga è necessario applicare tre principi fondamentali: l’ambiente, il materiale scientifico di sviluppo (sensoriale prima, strutturato dopo), il maestro. Avevo sempre intuito che se il bambino non sente la mia stima non si pone in connessione con me. Oppure se lui pensa che il maestro seleziona, controlla, classifica e punisce, inevitabilmente si crea una distanza con me insegnante ed è finita. I voti in tal senso costituiscono, nella fase evolutiva del bambino, un grande pericolo. Il bambino deve vivere con serenità il processo di apprendimento, nel rispetto del proprio ritmo e mai in competizione con altri. Si apriva davanti a me una prospettiva grande e decisi di dare il mio contributo applicando il Metodo Montessori.
Può dirci qualcosa di più sull’importanza dell’ambiente?
Nessun processo formativo ed educativo può avvenire in ambienti sciatti, disordinati, indecorosi, disarmonici e privi di stimoli specifici. Occorre armonia ambientale, equilibrio persino nella disposizione dei mobili, silenzio, con stimoli visivi e strumentali affinché il bambino possa sentirsi spinto ad auto-educarsi in maniera spontanea, in un processo di auto-formazione che non può essere uguale per tutti. Fondamentale è la consapevolezza che i bisogni vitali dei bambini, pur della stessa età, possono essere diversi. Da qui la necessità di mettere a loro disposizione un materiale scientifico, ideato da Maria Montessori, strutturato in modo da soddisfare interessi e bisogni che nascono in tempi diversi e si sviluppano in modo diverso anche in bambini che frequentano la stessa classe.
Ma questa diversificazione non porta ad una eccessiva confusione in classe?
No, perché i bambini sono l’uno diverso dall’altro e ciascuno vive nel suo personale mondo. Usare lo stesso metodo per tutti non sempre funziona. Il maestro deve porsi come elemento di equilibro e far comprendere che l’individualità ben vissuta non si scontra con la realtà sociale del gruppo classe. Un bambino che si dedica ad approfondire un concetto usando un particolare materiale alla fine, soddisfatto, lo lascia in ordine, perché sa che esso potrà servire ad altri compagni per soddisfare in tempi diversi gli stessi interessi e bisogni, in quel processo di conoscenza, autoformazione e autostima che lui ha appena vissuto.
La “mente assorbente” è un concetto fondamentale per la Montessori…
La Montessori parla di mente assorbente attraverso i 5 sensi. Una scuola basata solo su ascolto ed esercizio mentale con esercitazioni scritte sicuramente realizza un metodo deficitario. Ci sono ragazzi che si bloccano perché hanno bisogno di esercitare altri sensi. Il tatto è importantissimo nel processo di apprendimento così come l’olfatto, l’udito e gli altri sensi.
Si lavora essenzialmente in classe?
Sì. Il lavoro a casa è minimo, solo per sistemare un lavoro iniziato in classe o una ricerca rispetto a un argomento che si vuole approfondire.
Applicando il Metodo Montessori ha realizzato quel bene relazionale che dovrebbe costituire l’obiettivo primario di ogni processo educativo?
Il bene relazionale è intrinseco al Metodo Montessori, ne costituisce la premessa fondamentale. La corretta relazione e un continuo e rispettoso dialogo tra maestro e alunno, tra alunno e alunno, è la piattaforma sulla quale si costruisce ogni processo. Logicamente i bambini arrivano nelle nostre classi da esperienze diverse, per cui portano dentro realtà diversissime: serenità, angoscia, conflitto, perdono, lealtà, slealtà… a seconda dell’esperienza da cui provengono. Le difficoltà in tal senso non mancano. Sta a noi maestri far sperimentare che si inizia un cammino nuovo, che deve coinvolgerli a tal punto da portare ogni alunno a desiderare di ritrovarsi ogni giorno insieme con gioia. Se qualche genitore ci comunica che il bambino non ama venire a scuola, quello è un campanello di allarme, in quanto significa che qualcosa non sta andando bene. Ci si interroga e si cerca di individuare le cause: qualche errore nostro, uno screzio col compagno, una conflittualità forte in famiglia… Se ne parla insieme e si cerca di ristabilire l’armonia e la serenità. Sempre il ragazzo al centro di ogni dinamica.
E per le valutazioni di fine anno?
Mai voti, ma sempre valutazioni discorsive, dove mettiamo in evidenza il cammino percorso e le capacità acquisite dal bambino. Sperimentiamo sempre che ogni bambino, chi prima chi dopo, raggiunge quella maturazione degli obiettivi che ci siamo prefissi.
Oggi è in pensione. Un bilancio?
Ho vissuto un’esperienza ogni giorno sorprendente. La mente del bambino è qualcosa di grande. Aiutarla ad entrare nella conoscenza è qualcosa che affascina e commuove. Bene orientato, il bambino sviluppa potenzialità inimmaginabili. Ma la gioia più grande è aver sperimentato un dialogo e un rapporto forte con i miei alunni. Ancora oggi molti di loro vengono a trovarmi. Quella relazione di stima reciproca, fiducia e ricerca comune ha segnato la mia vita e anche la loro. Sento una profonda gratitudine per quanti, grandi e piccoli, mi sono stati accanto in questa meravigliosa avventura.

A cura di Pasquale Lubrano Lavadera


da Città Nuova Ottobre 2018

venerdì 7 febbraio 2020

Chiara Lubich: L'UNICA FORZA CHE PUO' CAMBIARE IL MONDO

Chiara Lubich e Madre Teresa
L'unica forza che può davvero cambiare il mondo è l'amore; ma l'amore non è un sentimentalismo, è una realtà più grande, più profonda, che ci fa attenti alle necessità di chi ci sta accanto. Chi ama dà. Se tutti amassimo, una nuova cultura si affaccerebbe sulla terra, la "cultura del dare", la sola che rende l'uomo veramente libero e felice, e può riportare un equilibrio nel nostro pianeta.... Proviamo a dare, liberamente, ciò che abbiamo: il nostro tempo, la nostra amicizia, i talenti, le idee, le nostre cose... Formiamo, lì dove siamo, dei piccoli o grandi gruppi e diamo il via a tutte quelle azioni concrete che la nostra fantasia ci suggerisce per venire incontro ai bisogni gli uni degli altri, anche al di là dei confini delle nostre nazioni.

Chiara Lubich


da Gen 3, n.7-8, 1992

martedì 4 febbraio 2020