giovedì 30 aprile 2020

L'idea del mese: L’amore reciproco


Rocca di Papa: Giovani per un mondo unito
 Alla fine dei loro giorni, grandi maestri di sapienza, hanno pronunciato il loro discorso di congedo. Consci della prossimità della morte, in quel momento drammatico e solenne, era solito che facessero un lungo discorso di addio, per dire ai loro discepoli cose importanti e affidare loro quelle parole che non avrebbero dovuto dimenticare.  È  il loro lascito.
   Perciò i discepoli debbono preoccuparsi di continuare ad essere uniti al maestro, mettendo in pratica quell’ereditá preziosa che hanno saputo assimilare vivendo accanto a lui, nella prassi di ogni giorno.
 Quando questo lascito è l’amore, si è imparato che proprio è quell’amore ciò che ci rende liberi, leggeri, per camminare senza il peso inutile dei nostri attaccamenti, dei giudizi negativi, nella ricerca affannosa dell’illusione di avere tutto e tutti sotto controllo. Nel nostro cuore ci sono pure delle aspirazioni e dei progetti positivi che però non avrebbero senso senza quel motore che è l’amore.  Eppure in circostanze dolorose della nostra vita, impareremo che dietro c’ è sempre l’amore.
   Il frutto saporito per colui che si lascia inondare dall’amore è la pienezza della gioia. Una gioia speciale che fiorisce anche in mezzo alle lacrime e straripa il cuore per inondare il terreno circostante.  Un piccolo anticipo di illuminazione e di eternità. 
  Chiara Lubich nel proporci di vivere il dialogo ha sempre sottolineato l'importanza di realizzare tra noi  l'amore reciproco, quell'amore che ci porta fuori di noi stessi per incontrare i fratelli, a cominciare da coloro che ci stanno più vicino: nella nostra città, in famiglia, in ogni ambiente della vita,  quell'amore che crea reti di rapporti positivi, punto di partenza  di quel mondo nuovo che tutti  auspichiamo.

A cura del 
Centro del Dialogo con persone di convinzione non religiose




     
     


Jordi Illa: Allenarci nella pratica del dialogo

Da sinistra: Michelle Teboul, Martin Achoval, Jordi Illa, Piero Nuzzo
Il merito più grande del nostro" gruppo del dialogo", un'esperienza che si realizza a Barcellona da qualche anno, è quello di aver costituito uno spazio aperto d'incontro permanente e sistematico, nel quale le persone che partecipano non lo fanno sotto la pressione di risolvere un particolare affare, ma con la finalità gratuita di scambiare opinioni e di ascoltare gli altri su degli argomenti di carattere generale. 
Qualcosa dunque di così semplice e complesso come il fatto di voler dedicare un paio d'ore al mese per allenarci nella pratica del dialogo.
Ciò che caratterizza quest'iniziativa è l'ascoltare e il parlare pensando all'altro; un andirivieni d'idee  che s'intrecciano, che fluiscono sfumate dalla visione del mondo di ciascuno dei partecipanti. 
Una volta alcuni parlano e gli altri ascoltano, poi succederà all'inverso. 
Quelli che ascoltano, a volte, prendono appunti, altri preferiscono incidere tutto nella memoria; ci sono  anche coloro che completano le idee esposte, mentre c'è chi le presenta, chi pone delle domande, qualcuno che ne fa la sintesi. 
Il tempo trascorre veloce e l'argomento diventa più completo, s'impara qualcosa di nuovo...si riflette sul punto di vista altrui allo stesso tempo in cui s'arricchisce il proprio.
Niente di più e niente di meno di questo: un ambito che esiste e ben riuscito, diventato ormai un punto fisso sulla nostra agenda.

Jordi Illa

El merito más grande de nuestro “grupo del diálogo”, una experiencia que se hace en Barcelona desde hace algunos años, es haber constituido un espacio abierto de encuentro permanente y sistematico en el cual las personas que participan no lo hacen bajo la presión de resolver un asunto en particular, sino con la finalidad gratuita de un intercambio de opiniones y de escucha a los otros sobre argumentos de caracter general.


Por lo tanto algo tan simple como el hecho de querer dedicar un par de horas al mes para entrenarnos en la práctica del diálogo.

Lo que caracteriza ésta iniciativa es el escuchar y hablar pensando en el otro, un ir y venir de ideas que se entrelazan, que fluyen esfumadas por la visión del mundo de cada uno de los participantes.

En algún momento unos hablan y los otros escuchan, más adelante sucederá inversamente.
Los que escuchan, a veces toman apuntes, otros prefieren mantener todo en la memoria; estan los que completan las ideas expuestas, mientras hay quien las presenta, quien hace las preguntas, quien hace una síntesis.

El tiempo transcurre veloz y el argumento se hace más completo, se aprende algo nuevo… Se reflexiona sobre el punto de vista del otro mientras al mismo tiempo se enriquece el proprio.
Nada más y nada menos que ésto: un ámbito bien logrado, que se ha transformado en punto fijo de nuestra agenda.

Jordi Illa

mercoledì 29 aprile 2020

Faruk Redzepagic: La povertà causa di tutti i mali


Per la gente decisa  ad affrontare la povertà come l'origine e il luogo di nascita di tutti i mali e delle sofferenze, è essenziale la consapevolezza che la povertà si sta appunto spostando dalle aree  rurali verso i centri urbani. Questo non significa affatto che si debbano trascurare  i metodi per combattere  la povertà rurale. Se il genere umano saprà e vorrà raccogliere questa sfida, riuscirà ad evitare molte prognosi nere  relative al nostro futuro.

Faruk Redzepagic

lunedì 27 aprile 2020

Chiara Lubich: Perché ci sia pace e unità nel mondo

Chiara Lubich (1920-2008)

   Cristo, il "Figlio" per eccellenza del Padre, il Fratello di ogni uomo, ha lasciato questa norma per l'umanità: l'amore vicendevole. Egli sapeva che era necessaria perché ci sia pace e unità nel mondo, perché vi si formi una sola famiglia.
   Certo, per chiunque si accinga oggi a spostare le montagne dell'odio e della violenza, il compito è immane e pesante. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell'amore scambievole, della comprensione reciproca, il movente essenziale della propria vita.

Chiara Lubich

sabato 25 aprile 2020

Alan Weisman: Urge una politica saggia

Alan Weisman



Purtroppo quando c'è crisi globale la prima cosa a a cui si assiste è l'ascesa dei demagoghi che sfruttano la paura della gente…Dunque non vedo ottimi segnali da parte della politica. Ma spero che dopo questa esperienza le persone capiscano e votino politici capaci di imparare la lezione: stiamo attraversando una crisi esistenziale, non tanto per il coronavirus, quanto per il riscaldamento globale…E' un tema cruciale. La fida dunque è tra politici saggi che danno ascolto agli scienziati e cattivi politici che rimandano la soluzione dei problemi alle generazioni future.

Alan Weisman

da Luca Fraioli, La natura cerca un equilibrio, Robinson 18-4-2020

venerdì 24 aprile 2020

N.K. Jemisin: Costruire comunità e rispettare le leggi della natura

N.K. Jemisin


La terra ci dà delle regole da seguire: se non le rispettiamo la sua reazione può essere violenta…Quando facevo ricerche per scrivere i miei libri, mi sono molto focalizzata sul concetto di comunità. Bisogna costruire network con le persone affini, fare attenzione alla gente, prendersi cura. Se non riusciamo a cambiare  la leadership fatta da potenti miliardari, almeno cerchiamo di creare rapporti più umani: è accertato che in casi di catastrofi, disastri, epidemie chi riesce a creare rapporti con gli altri riesce più facilmente a sopravvivere.

J. K. Jemisin

da Luca Valtorta, Padre Terra ci punisce, Robinson  18.4.2020

Fernando Pessoa: Il paesaggio è parte di noi

Lo scrittore Fernando Pessoa ha scritto: "E' in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo". 
Una illuminante riflessione che Bernard Lassus. uno dei maggiori paesaggisti francese ha condiviso profondamente.
Chiamato in tutto il mondo a restaurare paesaggi compromessi o deturpati dall'uomo,  Bernard Lassus  al giornalista Gabriele Bojano che gli chiede l'influenza del paesaggio sulla nostra esistenza così risponde: "Il paesaggio ci circonda, ci avvolge, ne facciamo parte ed è parte di noi. Da quando l'uomo ha messo piede sulla Luna, la terra avrebbe dovuto - e così non è - essere un giardino. Lo diventerà forse, ma soltanto con un diverso e più consapevole approccio ai temi del paesaggio..." 
Un approccio  che tenga conto della complessità del paesaggio e della necessità di interventi interdisciplinari. Se per esempio pensiamo di salvare il paesaggio di una città metropolitana come Napoli, occorre come prima cosa umanizzare e rendere gradevoli e riconoscibili i quartieri dell'espansione recente e nello stesso tempo restituire decoro alla città consolidata, risolvere il problema delle periferie anonine e dispersive, e non affidare alla casualità le relazioni tra aree urbane e territorio rurale.


da Gabriele Bojano, Lassus, il "dottore" del paesaggio ferito, Il Corriere del Mezzogiorno 11 novembre 2012

mercoledì 22 aprile 2020

Papa Francesco: Il mio pensiero in questo giorno di Pasqua

Papa Francesco

Il mio pensiero quest’oggi va soprattutto a quanti sono stati colpiti direttamente dal coronavirus: ai malati, a coloro che sono morti e ai familiari che piangono per la scomparsa dei loro cari, ai quali a volte non sono riusciti a dare neanche l’estremo saluto. Il Signore della vita accolga con sé nel suo regno i defunti e doni conforto e speranza a chi è ancora nella prova, specialmente agli anziani e alle persone sole. Non faccia mancare la sua consolazione e gli aiuti necessari a chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità, come chi lavora nelle case di cura, o vive nelle caserme e nelle carceri. Per molti è una Pasqua di solitudine, vissuta tra i lutti e i tanti disagi che la pandemia sta provocando, dalle sofferenze fisiche ai problemi economici.

Papa Francesco

da Messaggio Urbi et Orbe Pasquale 2020

martedì 21 aprile 2020

Natalia Ginzburg: Gli scrittori non sanno tutto

Natalia Ginzburg (1916-1991)


Si pensa che gli scrittori sappiano tutto, invece non è così. Meglio precisare subito di cosa si è sicuri, e i dubbi, le incertezze: facilita il discorso. E' bene che risulti evidente che mi muovo dentro certi limiti, ed è inutile cercarmi altrove.
Non riesco a stabilire quando sono autentica. Se siamo candidi o meno sono gli altri  a saperlo: noi proprio no. Siamo contenti se abbiamo la sensazione che ci hanno capiti, non quando ci attribuiscono qualità che non possediamo.
Mi lega alla vita i miei figli e lo scrivere. Il legame con i figli è così strano, tendiamo a proteggerli come se fossero sempre piccoli, e ci capita anche di appoggiarci a loro, è cosa sbagliata, però succede spesso.
Ho molte paure. Ho paura di non potermi più esprimere, che mi venga tolta la libertà. Ho paura di lasciarmi andare a delle vigliaccherie.
Non ritengo di essere tanto modesta e nemmeno tanto ostinata, subisco molto le influenze, e neppure mi ritrovo tanta fermezza.
Rimpiango di Torino, la mia infanzia nelle strade, la mia infanzia non c'è più e neanche quelle strade. Era una citta molto pulita e deserta. Ora non so.

Natalia Ginzburg

da Dicono di lei, Interviste di Enzo Biagi, Bur 1978

"Pace" per Massimiliano Varrese

L'attore Massimiliano Varrese
 “Ho capito che il valore più importante nella vita di un uomo è l’amore e che l’amore è strettamente connesso con la pace, quella pace interiore di cui andiamo continuamente alla ricerca. Se vivo una vera esperienza d’amore con gli altri, sono in pace con me stesso e riesco a stare anche in pace con tutti e a dare il mio contributo per la realizzazione di quel sogno di una umanità nella quale tutti hanno diritto di piena cittadinanza. ”

Massimiliano varrese

lunedì 20 aprile 2020

Ilaria Cerioli: Nella scuola vale l'impegno

Ilaria Cerioli

La scrittice Ilaria Cerioli, docente in una scuola superiore di Ravenna, apprezza gli sforzi affrontati in questi giorni di pandemia attraverso la didattica on line a distanza, promettendo un voto alto  a tutti, «per il coraggio dimostrato, perché nonostante la connessione che non funziona, le famiglie disagiate con cui vivono, la paura dell’ignoto, lo stato di confusione a cui sono stati costretti da un giorno all’altro, la mancanza di spazio, di sport, di amici e la loro vita interrotta, sono tutti presenti ogni mattina. E se tardo due minuti sono loro a richiamarmi all’ordine. Non metterò neppure una insufficienza perché nel compito di realtà hanno riportato tutti il massimo»

dal Blog Ravennaedintorni.it

Michelangelo Antonioni: Non sopporto le menzogne, l'ipocrisia



Michelangelo Antonioni (1912-2007)
Nella vita  non sopporto le menzogne, l'ipocrisia, la falsità…. Ho un po' paura della vecchiaia e temo anche le malattie. Mi piacerebbe restare sempre così, non ho mai capito perché si deve decadere…A pensarci ti vengono le vertigini, ma non mi sgomenta…. Tra i momenti che hanno contato di più, quelli dolorosi. Mia madre è morta durante la guerra. Arrivai a casa, avevo le chiavi, aprii la porta, entrai. Se n'era andata un anno prima…Mi è dispiaciuto molto non avere figli.
Mio desiderio è fare un film biologico, nel significato letterale: sull'esistenza, il caso, i nostri sentimenti, i conflitti, il senso che non siamo che delle particelle in un universo, la cui unità, la cui grandezza spesso ci sfugge.
Michelangelo Antonioni


Da Enzo Biagi, Dicono di lei, le interviste che avreste voluto fare voi, BUR 1978

sabato 18 aprile 2020

Mario Pomilio: Coinvolti reciprocamente

Mario Pomilio (1921-1990)

"E' davvero una colpa cercar di fare amare quel che noi si è amato? Di prolungare di vita in vita la sussistenza di valori in assenza dei quali l'umanità ci parrebbe impoverita?" 

Mario Pomilio




venerdì 17 aprile 2020

Chiara Lubich: DI FRONTE ALLA POVERTA'

Chiara Lubich (1920-2008)
Nessuna persona responsabile può infatti sottrarsi all’affascinante imperativo di togliere la povertà sulla terra e di alleviare i dolori e le sofferenze che ne conseguono. Il fatto che finora non si sia riusciti a risolvere questo grosso problema rappresenta un lato oscuro, una tenebra, che paralizza il progresso umano e ci induce quindi a porvi rimedio con vigore.


Chiara Lubich

Luis Sepulveda: Non serve chiudere le porte

Luis Sepulveda (1949-2020)
Non serve chiudere le porte:
la tristezza non esce, 
l'allegria non entra.

Luis Sepulveda

Antonio Borrelli: un'arte per la città

Antonio Borrelli (1928-2014)



 Lo scultore amico Antonio Borrelli,  è stata uno dei testimoni del nostro dialogo  nella comunità di Napoli.

La Fondazione Premio Napoli in occasione della pubblicazione della monografia sullo scultore Antonio Borrelli[1],ha voluto dedicare all’artista un incontro presso il Palazzo Reale di Napoli: “Antonio Borrelli: dalla Cina a Pizzofalcone, la storia di un artista napoletano”.
Di convinzioni non religiose egli partecipa da molti anni con sua moglie Diana, di fede cattolica, al Gruppo del dialogo promosso dal Movimento dei Focolari in Campania.
“Il dialogo è fondamentale nella vita dell’umanità”, egli dice. “Quando c’è dialogo non c’è conflitto… ma non è facile imparare a dialogare. Sentii questa parola per la prima volta da Togliatti, in anni difficili, quando alla base del PCI c’era risentimento per certe posizioni della Chiesa e per la scomunica. Ciò nonostante, Togliatti lanciò tra i comunisti il dialogo con i cattolici. Fu certamente una scelta di lungimiranza politica”.
Cosa ricordi di quegli anni?
Avrò avuto 18-19 anni e ricordo un grande entusiasmo, un grande desiderio di democrazia. Mi iscrissi al PCI dopo l’attentato a Togliatti. Un’adesione palpitante, nella consapevolezza di contribuire in tal modo al rinnovamento della società, nello spirito di una libertà ritrovata dopo gli anni duri del fascismo.
Quanto ha inciso su questa scelta il rapporto con la tua famiglia di origine?
Il rapporto che c’era tra noi si basava su valori fondamentali quali il lavoro e l’onestà. Una famiglia semplice, popolare, e radicata nella cultura cattolica. Per questo amo definirmi “un cattolico non credente” nel senso che la mia vita è intrisa di quei valori che provengono dal cattolicesimo… Pur avendo vissuto un allontanamento dalla fede, non ho mai voluto spezzare le mie radici storiche e culturali e sono stato sempre propenso al dialogo col mondo cattolico.
Sei intervenuto più volte in questi ultimi tempi sul problema della pace e spesso hai affermato che c’è un rapporto diretto tra il dialogo e la pace.
Un rapporto stretto perché se non c’è il dialogo corriamo il rischio di risolvere i problemi grandi e piccoli con una guerra.
Problema della pace strettamente connesso con quello economico…
Non possiamo continuare a vivere come se non esistessero popoli che muoiono di fame. E’ un discorso che attraversa il mondo intero, e deve coinvolgere grandi e piccoli in maniera nuova…Se vogliamo un mondo in pace dobbiamo fare i conti con la triste realtà di chi non ha come vivere.
Gli Stati hanno giustificato l’ultima guerra in Iraq con la necessità della difesa.
Siamo ancora imbevuti di cultura imperiale. Prima i romani, poi gli inglesi, poi i francesi, ora gli USA… Per questo dico che dobbiamo trovare insieme – e il dialogo è fondamentale – forme nuove di interventi economici per rispondere alle esigenze di molti popoli della terra, e non andare a versare sui nostri avversari tonnellate e tonnellate di esplosivo…Ripeto: il problema di base è per me la fame nel mondo. Risolto quel problema penso che molte cose, anche a livello terroristico, cambierebbero…
Quale contributo offrire in questo momento ancora così carico di tensioni.
Il primo passo, non facile, è l’accettazione delle diversità. Le diversità nel mondo sono una ricchezza e non un elemento di divisone. Ma bisogna fare ancora molta strada perché questa visione entri nella nostra mentalità.
Lavori da molti anni in campo artistico soprattutto nella scultura, per il quale hai ricevuto l'importante "Premio Palizzi" nel 2006, questo grande riconoscimento della città di Napoli all’interno del Premio Napoli 2009 e con l’importante monografia sulla tua opera. Ritieni che l’arte abbia un suo specifico da offrire per il dialogo e per la pace?
Il linguaggio dell’arte è sempre universale ed è comprensibile da ogni uomo, in ogni cultura. C’è come un legame profondo tra tutti gli artisti della terra, quelli di ieri e quelli di oggi. Il dialogo tra gli artisti può aiutare anche gli altri a capire che si può progettare insieme, pur essendo diversi.
Hai insegnato all’Accademia delle Belle Arti per tanti anni e molti allievi oggi sono persone affermate nel campo artistico. Le loro testimonianze durante la giornata organizzata dal Premio Napoli avevano un denominatore comune: ti erano riconoscenti per il rapporto che hai sempre costruito con loro prima di ogni altra cosa: un rapporto di onestà, trasparenza, piena collaborazione e ricerca comune.
Ho sempre sentito che c’era uno stretto rapporto tra quello che realizzavo come artista e la purezza, la sincerità la genuinità… tutte manifestazioni di quel “divino” che è in noi, quel divino che per un credente è l’orma di Dio, e per me quell’energia primordiale che ha dato vita al cosmo, al sistema solare, alle stelle, ad un lago.... E tutto questo ho cercato di trasmetterlo con la vita ai miei figli e ai miei allievi.

Pasquale Lubrano Lavadera


Antonio Borrelli  (1928 -2014) nasce a Napoli e da ragazzo conosce l’apprendistato di orafo e frequenta l’istituto Statale d’Arte, ma a 15 anni è costretto a interrompere gli studi per l’incalzare della guerra. Lo vediamo giovanissimo  in una Napoli sconvolta dal dolore e dalla miseria nella ricerca di un’occupazione. Catturato dall’impegno sociale del PCI si trova coinvolto negli anni 50 nelle storiche agitazioni, conoscendo anche l’esperienza del carcere. Ha intanto completato gli studi e le sue doti di disigner gli offrono la possibilità, nel 1955, di lavorare in Cina a Hong-Kong per tre anni. Segnato interiormente dall’incontro con la cultura cinese avvertirà sempre l’esigenza di sintesi espressiva tra visioni culturali diverse, proiettandosi in ricerche spazio-struttulali nuove.Nel 1959 è di nuovo a Napoli dove lo attende il primo incarico di insegnamento presso l’Istituto d’Arte.  Le sue espressioni artistiche si indirizzano sempre più decisamente verso la scultura metallica. Negli anni 70 è stato prima nella Direzione della Federazione Nazionale degli artisti della CGIL e poi nella Segreteria Nazionale della Federazione Nazionale Lavoratori Arti Visive - CGIL . Dal 1978 è stato docente di “Tecnica della fusione” presso l’Accademia delle belle Arti di Napoli. Le sue opere sono sparse per il mondo e la critica è concorde nel riconoscere in Antonio Borrelli uno degli artisti contemporanei più validi.   




[1] A cura di Paolo Mamone Capria, Antonio Borrelli, Paparo Edizioni, Napoli 2009
foto 1: Antonio Borrelli e sua moglie Diana
foto 2: Antonio nel suo studio a Napoli
foto 3, 4, 5: sue sculture di vari periodi

giovedì 16 aprile 2020

Riccardo Bacchelli: La più grande ricchezza

Ricardo Bacchelli (1891.1985)


Sulla nostalgia ho scritto una poesia: Senso non ha per me la nostalgia,/quando e se non comprende anche il futuro.
Ho avuto sempre critiche dure sulle mie opere: o elogiavano il passato o il futuro.
Non sono stato mai ricco e i miei guadagni modestissimi. La più grande ricchezza avere avuto amici  veri: Cardarelli con il suo esame critico continuo approfondito, geniale, anche mio padre, col quale avevo contrasti, un educatore liberalissimo, il mio ortopedico Alessandro Codivilla per il suo impegno morale di scienziato  e poi l'intensa  e continua frequentazione con Giorgio Morandi.
Volendo fare una valutazione della mia vita direi che è stata operosa, e poi in sostanza, non direi fortunata ma certamente favorita dalla sorte. Anche le disgrazie familiari, un fratello morto in Russia, un altro in un incidente d'auto, a Menphis, sono nell'ordine naturale delle cose.
Se qualcuno mi chiedesse oggi cos'è per me la morte, direi: "Fa paura, è il terribile dell'esistenza umana, ed è ciò che la fa feconda."

Riccardo Bacchelli

da Enzo Biagi, Dicono di lei interviste, Bur 1978


mercoledì 15 aprile 2020

Pietro A. Cavaleri: Il disagio di non essere capiti

Pietro A. Cavaleri
Come psicologo trascorro buona parte della mia giornata ad ascoltare persone che portano in sé il profondo disagio di non essere capiti e di non capire. Si tratta di coppie che non riescono più a risolvere i propri conflitti o a gestire quelli con i figli; di bambini che hanno paura di andare a scuola; di adolescenti che si barricano in casa perché temono il giudizio dei loro coetanei; di giovani che hanno il terrore di lasciare la propria famiglia di origine per sposarsi; di adulti che si sentono schiacciati dall'incertezza del futuro; di anziani resi terribilmente tristi da un mondo che prima apparteneva loro e che adesso cinicamente li emargina.
I molteplici volti del disagio sociale e della sofferenza mentale sembrano oggi avere in comune la medesima difficoltà a relazionarsi, a comunicare, a gestire il rapporto che ci lega agli altri. In questi ultimi anni si ha la netta impressione che nella società occidentale siano venute meno le "competenze relazionali" più elementari e scontate, quelle che riguardano la paziente attitudine all'ascolto, la capacità di mettersi nei panni dell'altro, la disponibilità a condividere e ad essere solidali.
Sono queste le "competenze" da cui dipendono non solo i nostri rapporti con gli altri, ma anche la nostra felicità personale, la nostra salute mentale, la nostra capacità di affrontare la realtà e di adattarci creativamente ad essa.
Pietro A. Cavaleri

da Pietro A. Cavaleri, Vivere con l'altro, Città Nuova Editrice, Roma

martedì 14 aprile 2020

Povertà felice

Francesco Tortorella
Fin da bambino, e poi da ragazzo, per amore di giustizia rinunciavo a qualcosa di mio per darlo a chi aveva di meno: una volta vendetti per questo motivo persino i miei strumenti musicali e la moto.
Quando poi conobbi il Vangelo, iniziai a vivere un'esperienza di fraternità che mi portò a considerare ogni persona come mio fratello e sorella, facendomi sentire uguale a lei. Capii che anche nel possedere dovevo essere uguale agli altri, che non si trattava di dare qualcosa ogni tanto, restando comunque ricco, ma che dovevo assumere uno stile di vita improntato alla condivisione e alla sobrietà dei consumi.
Con un gruppo di amici con cui condividevo questo ideale cominciammo fra noi una certa comunione dei beni, compilando periodicamente una lista delle cose e del denaro che ognuno custodiva, ed attingendovi per le nostre necessità e per quelle di altri giovani del mondo, Vivendo così e confrontando i miei consumi con quelli degli altri, anche di Paesi molto poveri, mi accorsi che tante cose le compravo solo per attirare l'attenzione degli altri, cominciai allora ad acquistare solo ciò che mi era veramente necessario.
Approfondendo poi l'argomento anche negli studi, mi sono reso pian piano conto che la mia sobrietà di vita e la mia condivisione con altri poteva non solo alleviare la loro povertà, ma anche agire sui meccanismi economici che generano e perpetuano l'indigenza, influire - in positivo - sull'inquinamento dell'ambiente, sulla paga e sulla salute di molti lavoratori, sui traffici delle armi e sulle guerre.

Francesco Tortorella 

da Francesco Tortorella, Sobrietà: povertà felice,  in Atti del Convegno  Dialogo su coscienza e povertà, Castelgandolfo maggio 2007

lunedì 13 aprile 2020

Il dialogo costruisce persone positive

Mreno Orazi
Nel presente il dialogo non ha più, socraticamente, lo scopo di approdare alla verità attraverso il confronto delle opinioni; esso è chiamato ad adempiere una funzione di armonizzazione delle spinte contrastanti che agitano l’animo dell’uomo.
La consapevolezza dei limiti interni della lingua, dell’impossibilità della parola di dire pienamente l’Essere dell’Uomo, assegna al dialogo una funzione positiva, tanto più utile nel presente in quanto tale funzione rischia di venir meno o di dissolversi a causa del rumore assordante prodotto dalla cacofonia mass-mediatica dei nostri tempi.
Attraverso il dialogo possiamo conseguire una maggiore consapevolezza e comprensione dei significati delle parole e dei condizionamenti negativi che l’eredità storica racchiusa nella lingua frappone alla comunicazione-comunione.
Il dialogo che stiamo sviluppando tra noi consiste in un esercizio responsabile della parola, in un'attività ermeneutica volta a identificare e a superare il negativo della lingua e a trasformare la comunicazione verbale in forza positiva aggregante.
Quando è orientato alla ricerca del bene, è sostenuto da un vigile senso critico, si alimenta di una spiritualità che scommette sulla bontà dell'uomo, il dialogo costruisce persone positive, rifonda i rapporti interpersonali e rigenera la socialità

Moreno Orazi



da Atti del convegno "Dialogo su coscienza e povertà" promosso dal Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose del Mov. dei Focolari

sabato 11 aprile 2020

Albert Camus: La madre e il figlio

Albert Camus (1913-1960)

Voglio scrivere qui la storia di una coppia legata da uno stesso sangue, con tutte le differenze. Lei simile a tutto ciò che c'è di meglio sulla terra, lui tranquillamente mostruoso. Lui scaraventato in tutte le follie della nostra storia; lei che attraversa questa stessa storia come se fosse di ogni tempo. Lei quasi sempre silenziosa e con un patrimonio di poche parole per esprimersi; lui che parla senza sosta e in migliaia di parole non riesce a trovare ciò che lei poteva dire con uno solo dei suoi silenzi…La madre e il figlio.

Albert Camus

da Albert Camus, Il primo uomo, Bompiani

venerdì 10 aprile 2020

Il grido della valle del Nilo



Il Mediterraneo è come se tagliasse il mondo in due. Su di esso galleggiano sia la speranza di uomini che vogliono vedere spuntare il sole dopo le lunghe notti nel mare e sia la paura della gente civile che non li vuole.

Il vero male non sono le migrazioni, esse sono la conseguenza di una grave patologia, quella dell’ingiustizia sociale che riguarda il mondo e sono anche la denuncia di un Occidente che nonostante si consideri il fulcro della civiltà in realtà dimostra che sta sfaldandosi.

Forse occorrono sognatori, non solo tecnici. “Se un uomo sogna da solo, il sogno resta un sogno, ma quando tanti uomini sognano la stessa cosa il sogno diventa realtà” (Camara). Ci vuole gente nuova che sappia sognare, guardare lontano convinta che il futuro comincia già da adesso.

Le multinazionali creano schiavi affamati, denutriti e sempre più agguerriti. Il grido dalla valle del Nilo non si è spento ma continua nelle molte tragedie di genocidi, guerre, disastri ecologici, provocati dalle mani dell’uomo. Il grido degli schiavi , registrato nelle prime pagine della Bibbia, continua a risuonare. Chiniamoci “su chi ha bisogno, per tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione.”
Raffaella Bellucci Sessa

martedì 7 aprile 2020

Luciana Scalacci: Vivere il proprio lavoro con grande impegno


Luciana Scalacci

Luciana Scalacci, toscana, membro  della Commissione internazionale del dialogo con persone di convinzioni non religiose del Movimento dei Focolari, ha rappresentato per tanti una testimonianza viva  di impegno concreto e fattivo in questo dialogo che lei condivide con suo marito Nicola Cirocco. Di convinzioni non religiose, Luciana  ha sempre sentito il "vivere il  dialogo" come un aspetto fondamentale in una società  in cui è ancora molto presente la contrapposizione e dove le diversità anziché una ricchezza diventano motivo di scontro e di conflitto. 
Attualmente in pensione,  ha lavorato per 42 anni  sia in ambito privato che in ambito pubblico. Sempre  contenta del proprio lavoro e della sua famiglia, ha una figlia con due nipotine, ancora molto impegnata in attività culturali e di promozione sociale, è stata contenta di rilasciarci questa intervista per il blog "In cammino".
Hai lavorato come impiegata per molti anni  in ambito privato e pubblico. Sei soddisfatta della tua attività lavorativa o avresti voluto fare altro?
Soddisfatta perché era quello che avrei voluto fare nella vita:
Nessun pentimento quindi in questo lungo periodo lavorativo?
Nessun pentimento solo qualche rammarico.
So che hai sempre cercato di essere professionalmente aggiornata. Cosa hai cercato di di salvaguardare all’interno della tua professione, a parte l’aspetto di preparazione e di aggiornamento?
Offrire sempre all'utenza il vero servizio  e la massima funzionalità.
Quanta attenzione hai prestato ai giovani colleghi, e quanto impegno hai messo nel passare loro il testimone?
Ho quasi sempre gestito uffici da sola. Quando mi sono trovata a lavorare con altri giovani o adulti ho sempre offerto la massima disponibilità. Sentivo che questo rapporto di condivisione con tutti era essenziale, per cui ho cercato anche di essere di riferimento con colleghi di altre sedi di lavoro dello stesso mio settore e anche con superiori.
Oggi  che non sei più in servizio attivo ti senti ancora un punto di riferimento per  gli altri, in relazione alle tue competenze e alla lunga esperienza, o hai iniziato un nuovo capitolo chiudendo quello precedente?
Ho continuato ad essere punto di riferimento per tanti anni ancora, fin quando ho potuto. Ho inoltre cercato di donare, con grande rispetto delle visioni altrui, sia nell'ambiente di lavoro sia in tutte le relazioni sociali,  quegli orizzonti nuovi che si aprivano nella mia esperienza.

lunedì 6 aprile 2020

Muhammad Yunus: Premio Nobel per la pace

Muhammad Yunus
Il fondatore del microcredito Muhammad Yumus, l'economista del Bangladesh, è stato insignito nel 2006 del premio Nobel per la Pace e qualcuno l'ha definito il banchiere dei poveri. Yunus ricevendo il premio ha dichiarato: "Così si aiuta il sogno di un mondo senza miseria", e agli organizzatori che gli consegnavano i fondi del premio ha detto: " Voi sostenete il sogno di un mondo libero dalla povertà". Il Dalai Lama ha dichiarato: Un premio incoraggiante a chi difende i diseredati."

Nereo Cocchi


da Povertà, in Atti del Convegno Coscienza e Povertà, 2007


domenica 5 aprile 2020

Aldo Masullo: INOPEROSITA'


Aldo Masullo (da destra) con Antonio Borrelli e Diana Pezza Borrelli

Riportiamo integralmente l'Intervista di Fiorinda Li Vigni al Filosofo Aldo Masullo nostro amico del Dialogo, dal portale dell'Istituto italiano per gli Studi Filosofici

D. Caro professore, sono ricorrenti in questi giorni i rimandi a grandi testi della tradizione che evocano la peste, dall'opera di Tucidide ai Promessi sposi di Alessandro Manzoni, fino a La peste di Albert Camus. L'epidemia provocata dal Coronavirus verosimilmente non può essere assimilata a tale morbus pestiferus, ma è la stessa evocazione di quest'ultimo a porci un quesito: è possibile affermare che l'attuale epidemia e il suo diffondersi a livello globale evochino fantasmi che continuano ad abitare – se mi concede l'espressione – il nostro inconscio collettivo?
R. Certamente nella nostra profondità mentale si sedimentano le grandi esperienze collettive e quindi immaginiamoci se non si sedimenti l'esperienza traumatica di una epidemia. Però io credo che oggi la nostra percezione delle cose, con lo spavento che essa genera, sia molto mutata: siamo in un'epoca avanzata tecnologicamente, con il progresso di tutti gli strumenti e soprattutto siamo dotati di una possibilità di vita di relazione collettiva di livello notevole, quindi non ci par vero che possa essere tutto ciò spazzato via da una epidemia banale. Questo sottofondo prima che di paura è di dispetto, di sofferenza, e ciò crea uno stato d'animo che non è tanto uno stato d'animo di terrore, quanto uno stato d'animo di rabbia: la gente è arrabbiata più che addolorata e spaventata. Questo mi sembra un carattere particolare della nostra epoca e quindi un carattere particolare di questo virus, del contagio che attualmente siamo costretti a subire.
D. La riflessione sviluppata nelle sue opere ci ha indicato la necessità di tenere distinte la dimensione dell'esperienza (Erfahrung), dal carattere prevalentemente cognitivo, e la dimensione del vissuto (Erlebnis), che ha invece un carattere affettivo. Come si configura la relazione fra l'elemento patico e quello conoscitivo nella situazione che stiamo vivendo, per noi del tutto inedita?
R. Io ritengo che il patico e il conoscitivo non siano due dimensioni diverse, come Lei sa. Ritengo che non vi sia atto conoscitivo che non abbia la sua radice nella paticità. Certamente da un punto di vista di analisi si può distinguere il momento conoscitivo dal momento patico, tenendo però presente anche, fatta l'analisi, che non vi è argomento o attività conoscitiva che si possa separare dall'emotività. Lo scienziato ricerca per passione, lo scienziato si esalta quando scopre finalmente quello che cercava: immaginiamoci uno scienziato oggi che scopra finalmente questo benedetto virus, il modo di isolarlo e di combatterlo: sono, queste, cose in cui le vibrazioni emotive sono inseparabili dalla ricerca puramente intellettuale. Il ricercatore dei nostri tempi, dunque, è spinto alla ricerca dalla pressione del dolore, dalla pressione delle difficoltà che vede sempre più gravi e quindi da una reazione che è innanzitutto una reazione emotiva. La sia contromossa è come quella di un pugilatore che di fronte al pugno che gli viene dato da un altro pugilatore non trova di meglio che rispondere nella maniera più efficace possibile. Però bisogna anche dire che il patico è tutta la nostra emotività, tutta la nostra emozionalità, tutta la nostra vitalità e quindi il patico comporta anche la possibilità che di fronte al pericolo si rimanga bloccati, come è caratteristico dell'organismo vivente. Questo è un pericolo che riguarda sia i singoli sia le collettività. Fortunatamente mi pare che oggi la nostra collettività, invece di rimanere bloccata come altre collettività, si sia messa a rispondere con la maggiore efficacia possibile all'attacco di questo nemico.
D. Nei suoi studi Lei ha dedicato particolare attenzione al tema dell'intersoggettività, alla tesi della comunità come fondamento nascosto del soggetto. Il pensiero non si produce mai in un vuoto di relazioni, ma sempre in un contesto. Al tempo stesso esso si fa valere profilandosi, sullo sfondo di tale contesto, con una sua singolarità ed autonomia. La mia impressione è che nella situazione che stiamo vivendo il contesto – anche mediaticamente inteso – eserciti su ciascuno di noi una pressione del tutto particolare. Lei condivide quest'impressione?
R. Direi che è naturale, inevitabile che l'atteggiamento, perfino l'umore di ciascuno di noi sia fortissimamente influenzato dall'ambiente, da ciò che gli sta intorno e quindi la mia paura è fortemente ingigantita dalla paura di che mi sta vicino, la mia preoccupazione dalla preoccupazione di chi mi sta vicino, la mia speranza dalla speranza di chi mi sta vicino. Questo, direi, è uno dei misteri dell'umanità, dei misteri molto fra virgolette naturalmente; l'uomo è uno e molti, vecchio problema della filosofia greca. Ciascuno di noi è uno, in sé incomunicante radicalmente con gli altri, però d'altra parte ognuno di noi non è se non nel suo rapporto con gli altri; quindi questa dialettica fra l'uno e i molti si esprime nel fatto che io ho paura e la mia paura è diversa dalla sua, ma al tempo stesso ho paura anche in relazione alla sua paura. La relazione non si può sopprimere, neanche quando ognuno dei due si sforzi di essere indipendente, di essere solo, o quando si lamenti di essere solo o cerchi di non essere solo. Su ciascuno di noi si esercita quindi questa pressione della vita e della cultura, che sono poi la stessa cosa: la vita dell'uomo è la cultura e la cultura è la vita dell'uomo – vita e cultura che in ogni uomo dipendono dalla vita e dalla cultura degli altri e al tempo stesso hanno una propria unicità, che quindi impedisce a ciascuno di confondersi con l'unicità dell'altro.
D. Se l'uomo, come Lei ci insegna, è intrinsecamente tempo – tempo inteso come percezione interiore del prodursi delle differenze nell'organizzazione delle forme di vita – cosa ne è dell'uomo (di ciascuno di noi) in un momento in cui la temporalità (la progettualità, la proiezione in avanti) sembra sospesa, mentre l'orizzonte appare come annebbiato, difficilmente percepibile? Che ne è del senso?
R. Come Lei ha ricordato, il tempo siamo noi stessi, la nostra vita. In questa situazione il tempo è come congelato. E infatti proviamo una specie di dispetto di fronte al non muoversi delle cose; la depressione di molte persone, l'indignazione di molte altre, l'agitazione di molte altre, è non tanto l'effetto dell'impossibilità di fare questo o quello, quanto deriva dal fatto che l'impossibilità di fare questo o quello è come se cancellasse la nostra vita; non ci sentiamo più vivere, ci sentiamo come morti o come, appunto congelati, e la vita in queste situazioni è colpita nelle sue radici. Le radici della vita sono il desiderio, l'operosità, il lavoro, e naturalmente il frutto dell'operosità e del lavoro: mettere in atto dei mezzi in funzione dei fini e vedere la realizzazione di questi fini. Oggi ciò non è possibile, ad eccezione che per i medici e il personale sanitario. Tutti gli altri, tutti noi siamo inoperosi e questo è l'aspetto direi più drammatico. Essere inoperosi è essere senza tempo, il tempo non è altro che il continuo cambiamento che qualcuno deve promuovere e che deve volgersi a qualche obiettivo e che deve di tanto intanto mostrare qualche risultato. Ma nel momento in cui io, che non sono medico, che non ho nessuna carica che mi coinvolga in questa situazione e nella sua mobilitazione, sto in casa, io mi sento veramente come morto. Come si dice: il tempo non passa mai. Non passa perché non c'è, non può passare.
D. Una particolarità del momento che stiamo vivendo è la riemersione di soggetti collettivi: i singoli si trovano accomunati ai loro simili da un comune vissuto. Nondimeno sembrano emergere anche delle peculiarità nelle reazioni di questi soggetti. Possiamo ad esempio individuare una specificità della condizione e della reazione di Napoli – che, come tutti sappiamo, non è solo una città, ma un “mondo”?
R. Questo è un tema che ci portiamo avanti da millenni, domandarci quale sia la specificità di Napoli, se vi sia la specificità di Napoli. Da un punto di vista approssimativo, empirico, certamente Napoli ha la singolarità di un carattere dei suoi abitanti che è molto disponibile al rapporto con gli altri. Questo ha una sua origine storica. Chi abita nel basso, a pochi passi da un altro, è inevitabilmente abituato a una consuetudine comune, ed è questa consuetudine comune che lo soccorre nei momenti talvolta di pericolo o nei momenti di difficoltà. Questo è un primo aspetto. Ed è su questo aspetto direi fondamentale, di base, che si sviluppa poi tutta una cultura. La cultura napoletana è una cultura della collettività, dello stare insieme, come si potrebbe dire. Si tratta poi di analizzare se questo stare insieme è soltanto una superficiale ricerca di rimediare a ciò che ci manca, cioè a qualcosa di più profondo del nostro vivere, o se questo stare insieme è esso stesso il profondo vivere che noi cerchiamo. È tutto da decidere e sono millenni che non lo abbiamo ancora deciso.
D. In conclusione vorrei tornare alla domanda iniziale, ai testi sulla peste della tradizione letteraria. La descrizione offerta da Tucidide della peste che colpì Atene nel secondo anno della guerra del Peloponneso (430 a.C.) mette l'accento sugli effetti anomici dell'epidemia: non solo il venir meno dell'azione cogente delle leggi, ma anche lo sfaldarsi dei codici morali che tengono unita una comunità (oggi, piuttosto, si riflette con timore sulla possibilità dell'imporsi di uno stato di eccezione). Per contro ne La peste, il romanzo che Albert Camus pubblicò nel 1947, ad essere evocato è il tema della responsabilità, anche individuale, di fronte ad un male che porta allo scoperto l'assurdo dell'esistenza. Fra tenuta del tessuto civico e sociale e richiamo alla irriducibile responsabilità individuale, c'è qualcosa che l'epidemia e le misure prese per il suo contenimento riportano allo scoperto, a fronte dell'inconsapevolezza che spesso accompagna le nostre esistenze?
R. Nel paragonare la condizione attuale con quella delle pestilenze, dei contagi narrati nelle grandi opere letterarie dell'antichità e dell'età poi moderna, dobbiamo riconoscere delle diversità profonde, perché oggi i rapporti umani sono di tipo molto diverso da quelli di mille, ma anche di 50 anni fa: alla lentezza e anche intensità di ogni rapporto si sostituisce una molteplicità di rapporti velocissimi. Il che naturalmente influisce anche sul modo di reagire a situazioni come quella nella quale ci troviamo, perché quella lentezza e quel perdurare dei rapporti moderava, faceva da scudo alla disperazione o per lo meno allo stordimento che noi viviamo; oggi questo non c'è. È come se gli uomini oggi – io lo sento dai discorsi che io faccio con gli altri, o per meglio dire dai discorsi che gli altri fanno con me – vivessero in una specie di stordimento. Detto in termini volgari, è come quando uno ha una mazzata in testa, una batosta, viene stordito; infatti non vi sono reazioni agitate, violente, ci sono reazioni di grande pena; si direbbe a Napoli “aggio passato nu guaio”, cioè non si sa bene che cosa è successo, si sa materialmente che cosa è successo, ma non si comprende nel suo senso profondo in che modo tocchi la nostra vita. Tocca la nostra vita perché innanzitutto, come dicevamo prima, ha immobilizzato il tempo; ma immobilizzando il tempo, ha svuotato lo spazio. Noi viviamo come in uno spazio vuoto, storditi come se ci avessero anestetizzati. Una signora romana mi ha scritto fra le altre cose che lei si sentiva come nel vuoto. Ecco, questo sentirsi nel vuoto è la sensazione che ha colui che ha subìto una bastonata in testa, ciò che sta intorno a lui ha perso consistenza e lui non sa che cosa fare. Ti dicono “non ti muovere”, ma lui, anche se si stava muovendo, in effetti non si muoveva già più, era dentro di sé come immobilizzato.
La carenza di vita, la carenza di tempo, come dicevamo prima insieme, costituisce il modo di essere eccezionale nel quale ci troviamo inchiodati per questa vicenda di carattere esteriore, e tanto più, ripeto, questo senso è forte, in quanto siamo in un'epoca di tecnologie avanzare. È come se ognuno di noi dicesse: ma come, è mai possibile che oggi si debba soccombere a non si sa che cosa? Abbiamo i mezzi per andare sulla luna, su Marte, per fare i grandi viaggi interplanetari e pure ci arrendiamo di fronte a un minuscolo essere vivente qual è il un virus di cui siamo in questo momento i prigionieri. In situazioni come questa non è che si riesca bene a comprendere attraverso il ragionamento: appunto l'immagine della mazzata in testa. Abbiamo perso la lucidità, abbiamo perso la pienezza della nostra presa sulle cose. Poi in seguito verrà il grande tema del disastro economico, ma questo è fuori dell'arco della nostra conversazione.


a cura di Fiorinda Li Vigni

Istituto italiano per gli studi filosofici