mercoledì 8 giugno 2011

Ateismo e vita spirituale in Hilary Putnam


Hilary Putnam è nato a Chicago, ha 85 anni ed è considerato il più grande filosofo analitico in circolazione. Da poco ha pubblicato Filosofia ebraica, una guida di vita (edito da Carocci con una postfazione di Massimo Dell' Utri e Pierfrancesco Fiorato) e già il titolo mette in chiaro che non si tratta di una ricostruzione neutra del pensiero di Rosenzweig, Buber, Lévinas e Wittgenstein, ma di una vera e propria lettura che implica una scelta di campo, un'adozione e una solidarietà intima con il pensiero ebraico.

Professor Putnam da dove nasce il bisogno di misurarsi con i problemi della fede, oltretutto abbracciandone la sostanza spirituale?

«È stato Kierkegaard a parlare del salto della fede, che deve avvenire solo dopo la riflessione. Io ritengo che avere una propria vita spirituale sia una benedizione, ma senza riflessione si rischia di provocare quei disturbi o malesseri che spesso accompagnano la religione».

Quali malesseri?

«Kant ne ha elencati quattro: fanatismo, superstizione, delusione, stregoneria. Sono un gran pericolo per chiunque abbracci una religione».

Lei utilizza alcuni importanti pensatori ebraici come antidoto ai pericoli che una religione può rappresentare. Ma che cosa hanno in comune Rosenzweig, Buber e Lévinas?

«Sono molto diversi tra loro, ma hanno in comune il fatto di filosofare nel solco della tradizione ebraica e di essere tutti e tre dei filosofi esistenzialisti. Ossia tutti e tre sarebbero d'accordo nell' affermare che filosofi e religiosi sono tali per il loro modo di essere al mondo e non solo per la loro capacità di sviluppare una teoria. Questo aspetto, che reputo fondamentale, è un loro debito nei confronti di Kierkegaard».

Ma si può essere, come nel suo caso, insieme atei e credenti? Non si rischia di confondere due piani inconciliabili?

«Da un lato, non credo nel sovrannaturale e agli occhi di molta gente questo mi rende un ateo; benché preferisca personalmente usare questo termine solo per chi si oppone attivamente alla religione. D'altro canto, credo che gli ideali religiosi e morali abbiano una qualche validità. In altre parole, penso che valori e ideali sono costruzioni umane, ma le richieste che questi ci permettono di esaudire non sono state inventate da noi. Non scherzo né mento quando affermo che pregare Dio – cosa che faccio ogni giorno – , non è pregare un essere fittizio. Per alcuni questo fa di me un credente. Ma ciò in cui credo quando dico: "credo in Dio" non è affatto quello che l'ateo nega quando dice: "Dio non esiste". Capisce perché quello tra un ateo e un credente può diventare un dialogo tra sordi».

Si può ricondurre la distinzione tra atei e credenti a una più generale distinzione tra fatti e valori?

«Non penso che i valori non religiosi – morali, epistemologici ecc. – presuppongano la religione o Dio. Ci dicono, semplicemente, che esistono modi di vivere, di ragionare, di agire che sono migliori o peggiori di altri. Non vedo il naturalismo in filosofia incompatibile con il credere nella realtà normativa. Chi è scettico sulla normatività del mondo lo sarà sicuramente anche sull'idea che il modo di vita religioso possa avere un valore oggettivo».

Nella sua visione filosofica viene prima la conoscenza scientifica o quella religiosa?

«Penso che la religione non dovrebbe essere considerata una forma di conoscenza. Quando alcuni invocano l'autorità della religione per negare dei dati scientifici (per esempio l'evoluzione), ebbene essi sono semplicemente irrazionali. Inoltre la conoscenza morale – il sapere cioè che tutti noi siamo degni di rispetto e abbiamo dei diritti – non dipende dalla religione che professiamo».

La sua idea di religione?

Dal mio punto di vista, un modo di vita religioso soddisfacente deve condurre verso il fiorire, compreso il fiorire morale, dell'individuo e della comunità. Quello che la religione non deve fare è creare dei dogmi su argomenti scientifici e morali».

Lei sostiene di non credere in una vita ultraterrena e di non credere nei miracoli o in un Dio che ci salva dai disastri. Su cosa basa la sua fede?

«Come Kant, ritengo che il genere più prezioso di religiosità non riponga sull' attesa di una qualche ricompensa. E d'altronde, Kant aveva ragione quando affermava che molte persone hanno bisogno di credere nella vita eterna e in una ricompensa dopo la morte. Io no. Ma non posso disprezzare ciò che dà alla gente il coraggio di andare avanti. Purché questo non porti all' intolleranza».

a cura di Antonio Gnoli

Da Antonio Gnoli (a cura di) Intervista a Hilary Putnam, “La Repubblica” 31 maggio 2011

martedì 7 giugno 2011

Ai politici eletti


“Per favore, voi che siete stati eletti o state per diventare assessore, sindaco,governatore, ministro, dimenticate le polemiche, dimenticate le astrazioni, ascoltate la gente, studiate i loro problemi, non siate ipocriti, dite la verità, quando non sapete dite che non sapete, risolvete un problema alla volta, ma per davvero.”

Francesco Alberoni

da Francesco Alberoni, I guai dell'Italia sono affrontabili. Si deve ascoltare lagente e fare. Corriere della Sera 16/5/2011

venerdì 3 giugno 2011

"L a svolta etica della politica " di Bruno Forte


«Ora l’attenzione di tutti è rivolta all’analisi delle conseguenze politiche, ma questo come pastore non mi riguarda. A me sta a cuore la svolta sul piano etico».

E da questo punto di vista, eccellenza, che ne dice?

«Che è un segnale importante perché la gente non ne può più. È chiaro che in questa vicenda ci siano segnali di insoddisfazione profonda rispetto alla scena etica e sociale del Paese. Anche se il difficile comincia adesso».

Perché la gente non ne può più?

«Perché è stanca della scena politica che si presenta ogni giorno. Molte cose non vanno, la situazione economica, la fatica ad arrivare a fine mese, la crisi generale, ma anche le ferite allo stato sociale, la famiglia, il lavoro, la scuola, l’educazione, la sanità, le difficoltà delle piccole imprese,insomma i problemi reali. C’è voglia di cambiamento».

In che modo?

«La priorità assoluta è che si faccia l’interesse dei più deboli. Non è possibile anteporre il bene privato a quello pubblico, occorre trasparenza di comportamenti e rispetto degli impegni, soprattuttouna politica nella quale i toni aggressivi di questa campagna elettorale siano abbandonati per sempre: io sento una forte esigenza di serietà, anche nei rapporti tra istituzioni».

Mesi fa lei parlò di «disgusto» , il presidente della Cei ha denunciato una politica

«inguardabile» e ridotta a «vaniloquio».

«Le parole del cardinale Bagnasco sono state un segnale importante perché profondamente vero. Noi tutti vescovi ci siamo sentiti rappresentati da questa denuncia».

A Milano si è evocata Zingaropoli...

«La linea del cardinale Tettamanzi risplende come una luce per tutti: ha ricordato ciò che dice la dottrina sociale della Chiesa sulla dignità di ogni essere umano, demonizzare le sue posizioni significa non conoscerla».

Nell’assemblea Cei c’era disagio per l’uso della «leva della paura».

«Tra l’altro mi è sembrata una scelta assolutamente improduttiva. Può funzionare quando le cose vanno bene e si ha paura di perdere ciò che si ha. Ma quando invece vanno male, e si ha bisogno di proposte credibili, l’evocazione della paura infastidisce, esaspera e produce il contrario di quello che si voleva ottenere».

E adesso?

«C’è bisogno di un sussulto etico generale. Nei momenti difficili ci vogliono modelli di responsabilità e solidarietà, figure come De Gasperi o Adenauer, gente che univa l’assoluta dedizione al bene comune alla totale affidabilità sul piano personale: e questo, sia chiaro, va chiesto a tutti».

Perché diceva che il difficile comincia ora?

«Di là dall’onda del momento, abbiamo bisogno di convinzioni profonde, di scelte da portare avanti pagando di persona. E questo è molto più difficile, in questo senso le elezioni hanno detto più un no"che un "sì". Occorre qualcosa di diverso, c’è un’esigenza di etica sociale e personale forte. Perciò la grande sfida comincia ora.... Noi pastori abbiamo il dovere di educare alla politica come forma di carità: oggi, lo so, è un’espressione che fa sorridere. Questo è il problema»

Gian Guido Vecchi


da Gian Guido Vecchi: "E' un segnale importante sul piano etico e sociale. Lagente non ne può più" Corriere della sera del 1 giugno 2011