martedì 30 agosto 2011

50 anni fa l'Accattone di Pier Paolo Pasolini

una scena del film Accattone

Il dato più innovativo e sconcertante dell’esordio cinematografico del poeta e intellettuale Pier Paolo Pasolini sono i personaggi che attraversano i luoghi senza abitarli, senza viverli, come fossero davvero gli sfondi di un dipinto.Questa frontalità, però, richiama anche il cinema muto, fonte d’ispirazione del nuovo regista per sua stessa ammissione.

Il cinema con la sua trasparenza disarmante, e il poeta con in mano una cinepresa che per lui è ancora un mistero, diventano quindi un’alchimia perfetta per l’intellettuale ossessionato dall’incombere della società dei consumi. Che non ha trovato nella politica risposte sufficienti per sé e per gli altri. E che ora vuole lasciarsi andare a una risposta personale tutta poetica, finalmente libero dai vincoli di un’ideologia precostituita.

Il cinema, da questo momento in poi, sarà per Pasolini il territorio franco dove far convivere tutte le sue contraddizioni, e dare ampio sfogo a quella permeabilità di dottrine interiori che sulle pagine dei giornali continuerà a far discutere, scandalizzare, disorientare gli esponenti di ogni parte politica.

Se la società non riesce a riconoscere in quel corpo una persona, Accattone farà in modo di liberarsene per conto proprio. Non a caso, con l’aiuto di un simbolo della modernità. Ruba una motocicletta come l’Antonio di Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948) rubava la più umile delle due ruote. Entrambi falliscono nel loro maldestro, illusorio tentativo di scalare la piramide sociale.

Ma se Antonio veniva graziato in un finale aperto, Accattone trova l’agognata morte in un finale che non potrebbe essere più definitivo.

Nella sua brama febbrile, quasi disperata di vivere, anche a dispetto della difficoltà di trovare un posto nel mondo come i suoi personaggi, Pasolini forse aveva già scorto una nuova risposta per sé e per l’uomo moderno.

Emilio Ranzato

Da Emilio Ranzato , Accattone non muore mai, Osservatore Romano, 28 agosto 2011

venerdì 12 agosto 2011

La fratellanza universale


Sappiamo bene che i migliori principi e le migliori leggi si basano sui loro rispettivi valori, e che questi vanno sostenuti dal consenso attivo di tutti, altrimenti restano lettera morta. La stessa Dichiarazione universale dei diritti umani, del 10 dicembre 1948, si autodefinisce come un “Ideale da raggiungere”, non essendo dotata di poteri coercitivi.

Faccio un esempio: l’art.1 della Dichiarazione universale dice: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali, sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire fra loro in spirito di fratellanza”.

Questo è un caso evidente di diritti accettati ma largamente disattesi, in quanto i relativi valori e ideali non sono praticati sufficientemente.

Di quel libertà gode, infatti, quel miliardo di persone che non ha niente per nutrirsi, di quale uguaglianza chi ha meno di un dollaro al giorno rispetto a chi – e siamo noi occidentali – ne ha 70? Di quale ragione può servirsi chi non ha accesso ad alcun tipo di istruzione, come può essere libera la coscienza di chi è assalito dalla fame, dalla malattia senza assistenza medica, da vari tipi di schiavitù? Certo, può rivendicare i suoi diritti verso il proprio Stato, ma non otterrà nulla se lo Stato non funziona.

La Dichiarazione universale riprende, ad un secolo e mezzo dalla rivoluzione francese, il tema della fraternità, e parla nel preambolo di “famiglia umana” e all’art. 1 di fratellanza. Ciò significa che la fratellanza universale è un valore concreto.

Consideriamo quindi libertà (degli altri), uguaglianza (cogli altri) e fraternità (verso gli altri) come valori, come grandi idealità che, se da noi messe per quanto è possibile in pratica, possono maturare l’umanità tutta ed elevare la nostra personale condizione di esseri umani

Arnaldo Diana

giovedì 11 agosto 2011

Gandhi, un idealista pratico



La religione di Gandhi fu una religione razionale ed etica. Egli non avrebbe accettato alcuna fede che non facesse appello alla ragione, né alcun precetto che non riscuotesse l’approvazione della coscienza.

Un aspetto fondamentale, della concezione etico-politica di Gandhi, è rappresentato da un profondo rispetto per la dignità e l’autonomia dell’individuo e, in particolare, un’altrettanta profonda fede nella sua umanità, intesa come capacità di rispondere in modo positivo all’appello della ragione e del cuore.

Per Gandhi la suprema considerazione non è solo l’uomo, l’individuo che egli erige a misura della verità, bensì l’umanità intera, senza distinzioni di razza o classe, nazione o religione: “Tutte le mie azioni hanno principio dal mio inalienabile amore per l’umanità: lavoreremo per l’unità del genere umano”.

Da queste parole scaturisce naturalmente l’adozione della non violenza come scelta per risolvere problemi e conflitti sia a livello individuale che sociale.

Gandhi affermava di non essere un visionario, bensì un idealista pratico.. La non violenza non è riservata solo ai santi e ai saggi, ma anche alla gente comune: “La non violenza è la legge della nostra specie, come la violenza è la legge del bruto. Lo spirito soggiace addormentato nel bruto ed egli non conosce altra legge salvo quella della forza fisica. La dignità dell’uomo esige ubbidienza a una legge superiore – alla forza dello spirito”.

Arduino Damieto


dagli Atti del Convegno "In dialogo per la pace" promosso dal "Centro del dialogo con persone di convinzioni non religiose " del Movimento. dei Focolari 28-30 maggio 2004