sabato 27 febbraio 2010

David Maria Turoldo e la donna


David Maria Turoldo scriveva delle donne: “Donna, forma estrema del Sogno, anima del mondo, tu sei il grido della creazione” (Le mie notti con Qohelet, 56).

Ma nei fatti nessuna sublimazione. Nei fatti. David chiedeva, esigeva, una presenza femminile necessaria per capire se stesso e l’esserci davanti all’ “altro di lui” (cosi mi fece tradurre y’ezer keneado di Gen 2,18.20).

Una donna non sublimata.

David era vaccinato contro la mistica dell’oblatività, così cara al magistero ecclesiastico e a un certo mondo cattolico che pensa l’amore come dono di sé all’altro, innescando il perverso meccanismo di un ricatto che dura una vita.

E’ presunzione pensare di avere qualcosa da donare ed è la forma più raffinata di autoaffermazione e di possesso dell’altro. Quanti mariti, quanti figli sono stati umiliati e schiacciati sotto il peso del dono di sé, della moglie, della madre. David sa che amare è chiedere l’altro, di fronte al quale si è disarmati, a mani vuote, vulnerabili.

Se ti amava, ti chiedeva e tu dovevi rispondere: eccomi, e consegnarti a lui in ostaggio. Il vero atteggiamento di David verso le donne è espresso dalle parole di un altro poeta, Evtushenko “Qui / a condividere il mio dolore, sta umile, sommessa / la sua timida, semplice, femminile tenerezza.”

Cosi ti voleva, così dovevi e volevi essere per lui. Per condividere il tempo di Giobbe, per gridare con lsaia, per cantare la gioia di ogni resurrezione, perché “non è bene che l’uomo sia solo”.


in ricordo di David Maria Turoldo

Wilma Occhipinti Gozzini, sua amica e collaboratrice

giovedì 18 febbraio 2010

"Il Concerto" di Radu Mihaileanu



La Storia con le sue aberrazioni ideologiche nel dramma dell’umanità di oggi nel film del regista rumeno Radu Mihaileanu Il Concerto. Straordinario film e splendida interpretazione degli attori Alexei Guskov, Dmitry Nazarov, Francois Berleand, Miou-Miou, Mélanie Laurent.

Andrei Filipov, geniale direttore d’orchestra al Bolshoi di Mosca, ai tempi di Breznev, viene dichiarato nemico del popolo per la sua aperta protezione a musicisti ebrei. Privato del suo lavoro è costretto a fare le pulizie nel teatro e i suoi artisti sono deportati nei campi di concentramento in Siberia. Andrei vive il suo destino di emarginazione coltivando segretamente il sogno di un concerto a Parigi con la più celebre violinista europea.

E’ l’inizio di una storia drammatica che si sviluppa come un giallo metafisico, dove la suspense per l’azzardo, e il rischio in cui Andrei e i suoi amici vivono, prende e cattura emotivamente lo spettatore.

Un’impresa folle e allo stesso tempo titanica, quella di Andrei, una lotta dell’uomo contro ogni logica di potere, e la convinzione che quel punto di arrivo intravisto è essenziale ricerca e manifestazione della verità, per la quale vale anche rischiare la vita. La posta in gioco è enorme, il pericolo incombe, ma la spinta a vincere ogni logica razionale frenante è più forte del tuono e più veloce del lampo.

I destini e le aspirazioni dell’animo umano si incrociano al di là di ogni barriera, la bellezza e l’armonia represse aspettano un punto di rivelazione. Gli uomini, sembra dire Mihaileanu, non possono vivere senza la bellezza espressa dall’arte: nutrimento spirituale indispensabile al cammino dell’umanità, contro tutte le mafie politiche e criminali.

Un film epico e visionario dove immagini e suoni, passato e futuro, in alcune scene di geniale composizione ritmica, sul nastro magnetico dello straordinario concerto di Tchaikovsky, diventano unico spartito capace di portare ad unità l’umanità divisa e dispersa dalle violenze.

Dopo il primo grande successo mondiale di Train de vie, Radu Mihaileanu si conferma con questo Concerto uno dei più interessanti ed estrosi artisti europei.

Foto1: una scena del film

Foto 2: Il regista Radu Mihaileanu

mercoledì 17 febbraio 2010

Confini


Confini

Si erige uno steccato per paura

che altri invada una proprietà:

- a volte il nostro stesso cuore -

o per tenere a debita distanza

il matto, il divergente, il non omologato;

talvolta viene rinforzato,

filo spinato in alto, si provino a saltarlo:

ieri gli ebrei, oggi gli “stranieri”

avranno mani e piedi insanguinati…


Li costruiamo noi questi confini

a linea retta, duri e innaturali

e li moltiplica la nostra indifferenza:

domani saremo tutti circoscritti

mani dietro la schiena, vinti.


Carla Serra


Nella foto: "Confini" scultura in rame di P.Blundo

venerdì 12 febbraio 2010

Lettera della Grande Quercia


Ciao,

io sono la Grande Quercia.

Abito da 200 o 300 anni – boh, non ricordo bene… sai, la memoria fa cilecca – a Castelvetro piacentino, in zona Oppiazzi.

Tu dirai: perché una quercia mi scrive?

Semplice: ho bisogno di te.

Ti racconto la mia storia.

Sono nata per volontà di un uomo che amava molto gli alberi, soprattutto le querce. Diceva che noi querce siamo l’orgoglio dell’uomo perché diventiamo grandi e potenti come lui. Io non sapevo nulla del potere e della grandezza, ero piccola e fragile. Ogni volta che un temporale arrivava io cercavo di ancorarmi più saldamente al terreno, perché temevo che il vento forte mi portasse via.

Crescendo, ho poi imparato che il vento non bisogna ostacolarlo, ma al contrario bisogna ascoltarlo, così sono diventata amica del vento e ho cominciato a giocare con lui.

Diventavo sempre più alta e facevo sempre più fatica a guardare il mondo che si muoveva sotto di me, mi veniva più facile guardare in alto. Anche i miei amici uomini lo facevano sempre, loro sempre in alto guardavano.

Così vidi delle cose che mai avrei pensato di scoprire. Un mondo meraviglioso e oscuro, stelle brillanti e suoni magici. Belloooooo!

Credevo che il mondo fosse solo questo.

Finché un giorno scoprii che esistevano anche altre cose.

Il mio amico, l’uomo che mi aveva dato la vita, non c’era più. Se n’era andato in un mondo lontano che non conoscevo, doveva essere terribile perché tutti quando pronunciano quel nome piangono e ne hanno paura. Il paese è “morte”.

Credevo fosse un paese, poi un giorno ho scoperto che non è così.

La morte non è un paese, ma è un luogo non lontano né vicino, né brutto né bello, è semplicemente il posto in cui andiamo quando il nostro tronco e i nostri rami sono troppo vecchi e non servono più. In quel posto ritroviamo tutto e tutti, ritroviamo coloro che amiamo e che vogliamo ritrovare.

Quante cose che ho imparato nella mia lunga vita! Ho anche scoperto che agli uomini piace pensare che sul pianeta tutto sia loro. Pensano che la terra sia loro, continuano a guardare in alto e non si curano di tutto ciò che calpestano.

Sai, io non ho piedi e mai mi sono potuta spostare da dove sto. Tutto quello che ho imparato l’ho appreso perché ho ascoltato coloro che volevano parlare con me, come gli uccelli, che volano sempre più in alto, ma che sanno guardare in basso. Mi piace ascoltare la voce del mondo, ma essendo una nonna quercia ho imparato anche ad ascoltare con il cuore: io leggo nel cuore di tutti. Scopro così molte cose.

La solitudine, per esempio. Molti si sentono soli in questo mondo.

Sai cosa dico io?

La solitudine non è una cosa negativa.

La solitudine è solo un’opportunità di crescita. Non cresci se corri, non cresci se sei circondato dal rumore e cerchi di urlare per farti ascoltare.

La voce del silenzio insegna più di mille professori urlanti. La solitudine ti porta il tuo silenzio, e quel silenzio molti lo hanno sperimentato sotto il mio grande ombrello. I miei rami hanno protetto molti cuori di uomini e donne, bambini e animali che hanno voluto ascoltarmi e che hanno saputo ascoltarsi.

Io sono la Grande Quercia e vivo per amare chi vuole amarsi.

Mi piacerebbe che tu venissi a trovarmi, ma devi fare presto perché l’uomo che guarda sempre in alto mi vuole tagliare.

Al mio posto verrà costruita una grande strada a sei corsie, che farà correre ancora più velocemente l’uomo.

Io non ho paura di morire (ho scoperto che la morte è un bluff), so che vivrei ancora e che poi un giorno ritornerei. Ma penso a tutti quei cuori che non riusciranno più ad ascoltarsi perché saranno circondati dal rumore.

Aiutami.

Io non sono importante, sono solo una semplice creatura che ha bisogno di te.

Dammi una mano: fai sapere quello che vogliono fare.

So di chiederti molto, ma so anche che il tuo cuore è bello e grande. E’ grande come sono grande io.


La Grande Quercia 23 gennaio 2010


Questa è la storia della grande nonna Quercia.Il finale della storia lo scriveranno ancora una volta gli uomini.Io mi auguro dal profondo del mio cuore che il finale sia silenzioso e pieno d’amore. Ciao. Grazie per avermi ascoltata, Daniela.

www.salviamononnaquercia.com (materiali e adesioni petizione)

petizione@salviamononnaquercia.com (dove è possibile aderire, inviando nome e cognome)

Gruppo Facebook “salviamo nonna quercia”

lunedì 1 febbraio 2010

la coscienza



Il Gruppo di lavoro internazionale del "Centro del dialogo con persone di convinzioni non religiose” ha sviluppato in un convegno tenutosi al Centro Mariapoli di Castelgandolfo un approfondimento sul tema della coscienza. Riportiamo una sintesi dell’intervento di Piero Taiti.

La corale partecipazione dei presenti ha prodotto, credo in tutti, la profonda soddisfazione per aver provato la sensazione di aver scoperto un valore di fondo, un punto archimedico su cui fondare una visione condivisa del nostro modo di pensare e soprattutto di agire: noi (e quindi tutti gli altri, anche non presenti) siamo come portatori di un valore indisponibile che è la libera coscienza di ognuno, valore degno quindi di un rispetto connaturato alla nostra stessa natura umana.
Penso che abbiamo scavato nelle nostre teste e nei nostri cuori, con grande libertà e soprattutto ciascuno di noi con profonda sincerità, trovando una sostanziale motivazione del nostro “dialogo” e forse un ancoraggio comune alle nostre azioni ed esperienze: oltre a tutti i valori che abbiamo riscoperto insieme, in questi anni di “lavoro”, abbiamo questa volta convenuto che se di fronte ad ogni nostra azione o pensiero ci sono degli uomini, ebbene allora dobbiamo aver rispetto prima di tutto del loro essere anche “coscienza”.
Tanto più abbiamo sentito insieme questo pensiero, in quanto ciascuno di noi ha scoperto nell’altro una persona con la propria coscienza; abbiamo avuto l’esperienza della coscienza degli altri; prima di noi, ma poi di tutti gli altri.
Qualcuno penserà che questo lo sapevamo anche prima - e forse è anche vero - forse quelli che si sono impegnati si sono sempre mossi con questo profondo convincimento, ma questa volta di diverso c’è stato che abbiamo collettivamente fatto esperienza di questo valore: l'abbiamo trasformato da concetto razionale, affermato teoreticamente, in scoperta di vita vissuta, in valore acquisito concreto e relazionale.
Ci è stato poi comunicato che Chiara Lubich aveva già affermato che il futuro del nostro dialogo sarebbe stato fondato sul valore della coscienza o non vi sarebbe stato un futuro.
Questa comunicazione ci è sembrata una sfida accattivante. Per quelli del gruppo “con convinzioni diverse”, è stato forse più facile: fin dal primo incontro Chiara Lubich ci ha identificato come un insieme di persone, che non avendo a fondamento della loro vita valori religiosi, si identificavano, pur nelle loro diverse esperienze e motivazioni, con una caratteristica: nelle vicende della vita si conformano (o cercano di conformarsi ) all’ascolto della “voce interiore”, all’ascolto della propria coscienza.
E’ stato un riconoscimento che abbiamo apprezzato: di fronte a tante ostentazioni di Verità, che ci vengono sbatacchiate in faccia in modo obbligante ed indiscutibile, che a volte non comprendiamo o che non condividiamo, c’è stata l’espressione della stima per il nostro desiderio insaziabile di ricerca, l’umano rispetto per chi non ha certezze da erigere, soprattutto perché proveniente da una persona che rivendica sì il rispetto della sua fede, ma ne fa un momento di comunità e non di divisione.
Certo la fiducia dimostrata nella “nostra” coscienza ci ha posto anche molti interrogativi: quanto sia giustificata per noi che facciamo parte di questo gruppo, quanto sia giustificata per tutti coloro che genericamente si dicono “laici”, in quanto non fanno riferimento a valori religiosi, quanto e come poi questo rispetto alla coscienza coinvolga anche tutti coloro che non hanno riferimenti di tipo religioso, ma ancor di più coloro che orientano la loro vita su valori di fede.
Abbiamo capito che per dare qualche risposta a qualcuna di queste domande, abbiamo parlato fra noi per anni, forse ancora con qualche prudenziale reticenza, per non dilacerare il gruppo nelle discussioni ideologiche, prima che si fosse consolidato in un rapporto umano forte e reciproco, e individuando valori che ci univano e non ci separavano.
Ma alla fine abbiamo anche dovuto cercare, al di là del rapporto di amicizia che si è nel frattempo creato, anche le motivazioni per stare insieme nonostante i pensieri che ci dividono ancora, ma che soprattutto, al di fuori di questo gruppo, dividono gli uomini fra loro: poiché ci siamo posti sempre il problema che non potevamo fra noi creare una comunità pensante e vivente, e poi, tornando a casa propria, ciascuno potesse schizofrenicamente uscire da un mondo e rientrare in un altro, che in larga misura non ci rispecchia.
Lo straordinario è stato che, a questo punto del nostro percorso, non erano più i fondamenti religiosi, che separavano o univano ciascuno di noi, fra noi ed il resto del proprio mondo di vita, ma era un diverso modo di ragionare sull’umanità che stava fra la nostra piccola comunità e tutto quello che ci circonda: io credo di poter testimoniare questa mia esperienza e forse quella di tanti “laici”, ma credo anche che qualcosa di simile sia successo per chi condivideva valori di fede e perfino per chi operava dentro il Movimento dei Focolari.
Forse, nella nostra ricerca sulla coscienza e sul rispetto per ogni individuo che ne è titolare, abbiamo scoperto ciò che ci unisce fra noi e ciò che ci differenzia nel mondo, ma questo non l’abbiamo vissuto contemporaneamente come un motivo di chiusura, bensì come una necessità di apertura, presa di coscienza che, se abbiamo scoperto un piccolo grande tesoro della nostra esperienza, non possiamo non condividerlo con tanti altri, anzi, quanto più ne partecipano, tanto più ne possediamo: in fondo questo sentimento ci ha riempito di gioia.
A volte succede, nelle nostre riflessioni, di sentir dire a qualcuno di noi che non è importante fare tanti ragionamenti, ma vogliamo vedere e sentire l’esperienza dei fatti, che soddisfa il nostro desiderio di concretezza, a volte la nostra cupidigia di non essere come quei filosofi che contemplano il mondo, bensì come quelli che – secondo la ben nota undicesima tesi di Marx – operano per trasformarlo.
Non v’e alcun dubbio che se ciascuno di noi non fosse anche operativo, probabilmente saremmo, secondo la metafora scritturale, bronzi risuonanti di nulla, produttori di un vuoto chiacchiericcio, di fronte a mille urgenze che stanno dinanzi ai nostri occhi.
Ma questa volta riflettendo, abbiamo illuminato di nuove consapevolezze la nostra azione quotidiana: se fare è un imperativo, come fare è un compito ben più arduo, che si somma, non si sottrae al primo. Dopo la scoperta dentro ciascuno di noi di una coscienza interiore (voce di Dio o profonda convinzione morale), ora vediamo chiaramente che quello che ci sta di fronte non è una persona che chiede alla nostra “sensibilità morale”.
Siamo noi piuttosto in debito verso quella persona, proprio in nome di quei valori morali che riteniamo di professare e almeno in parte possedere.
Il senso profondo del nostro fare non è la nostra “vincenziana” bontà verso gli altri, non è qualcosa di buono o di bene che sopravanza dentro di noi, che possiamo distribuire agli altri: è la condivisione del concetto che ogni altro individuo esprime, bene o male, la propria coscienza individuale (e da questo sentimento nascono i valori di solidarietà, di uguaglianza, di fratellanza) che ci obbliga, ci mette nella condizione di dover soccorrere con ogni mezzo chi si trova nelle difficoltà della vita, cominciando da quelli che ci stanno più vicino, fino a quelli che, solo geograficamente, sono più lontano da noi : con un senso di “compassione” ( nell’accezione buddista del termine ) che ci consente di “essere” prima di tutto noi “nel bisogno”, e poi quindi di “fare”.
A questo proposito, mi è venuto in mente di citare l’episodio scritturale dell’adultera: la palese e gravissima violazione della legge mosaica la condannerebbe, ma per Gesù, prima della legge, viene la comprensione per la persona: nel linguaggio moderno si potrebbe aridamente interpretare come la distinzione fra l’errore e l’errante, anche se l’episodio evangelico mi sembra molto più pregno di valori antropologici e di pietas.
Nessuno ha tuttavia dimenticato che esiste una dimensione pubblica della giustizia, della quale nessuna comunità organizzata può fare a meno : anzi la propensione individuale a questi modi di sentire, ci fa misurare tutta l’insufficienza di quella “giustizia distributiva”, che secondo il grande giurista statunitense John Rawls è una componente essenziale di qualsiasi teoria (e non solo) della giustizia.
Qualcuno forse lo ha sempre saputo, o forse meglio ha sentito questo interiore impulso ad agire con queste motivazioni, ma oggi abbiamo collettivamente realizzato che non è tanto il valore materiale delle nostre opere o delle nostre possibilità, quanto il dovere assoluto che noi sentiamo, che qualsiasi cosa facciamo dobbiamo sempre rispettare l’essere etico (la “coscienza morale”), e quindi la persona del ricevente; e questo non lo richiede l’ideologia o la fede, ma l’aver dato un contenuto valoriale umano al termine di fratellanza.
Piero Taiti