sabato 30 aprile 2011

Rosario Livatino e la credibilità

Rosario Livatino

Il giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990 mentre si recava in tribunale, aveva scritto su un quaderno queste parole: “Alla fine non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma se siamo stati credibili”.

Sono parole stupende per profondità e provocazione. Parole che aiutano a sottolineare due aspetti fondamentali della responsabilità educativa: la verità e la coerenza. Se vogliamo davvero crescere e aiutare a crescere attraverso il rapporto educativo, non ci è consentito bluffare. Non solo non è permessa la presunzione, il sentirsi superiori agli altri, l’obbligarti a camminare al nostro passo, ma una volta che si entra in relazione bisogna essere veri, leali, sinceri. Né sono ammessi impegni a metà: le parole devono saldarsi ai fatti, le intenzioni non possono restare sulla carta. Educazione e legalità sono due modi di pronunciare la parola “noi”.

Nell’educazione il “noi” ha il volto della reciprocità: io e te siamo diversi, ma è proprio sul terreno di questa comune diversità che possiamo incontrarci, riconoscerci, amarci.

Nella legalità il “noi” ha il volto della legge, un volto forse arcigno ma necessario.Un volto che non ci è chiesto infatti di amare ma di rispettare. Una società ha bisogno di leggi perché il volto della legge simboleggia quello degli “altri”, delle persone che non conosciamo direttamente ma che vivono insieme a noi e come noi hanno il diritto di essere riconosciuti nella loro unicità e dignità.

Luigi Ciotti

Luigi Ciotti, Ma per far crescere giovani nuovi servono progetti concreti di cambiamento. Avvenire 10 aprile 2011

domenica 24 aprile 2011

Il senso della Pasqua per chi non ha convinzioni religiose


Che cosa può dire la Pasqua a chi non partecipa della mia fede ed è curvo sotto i pesi della vita?

In questo mi vengono in aiuto persone che ho incontrato e in cui ho sentito come una scaturigine misteriosa, che le aiuta a guardare in faccia la sofferenza e la morte anche senza potersi dare ragione di ciò che seguirà. Vedo così che c’è dentro tutti noi qualcosa di quello che san Paolo chiama «speranza contro ogni speranza» (Lettera ai Romani, 4,18), cioè una volontà e un coraggio di andare avanti malgrado tutto, anche se non si è capito il senso di quanto è avvenuto.
È così che molti uomini hanno dato prova di una capacità di ripresa che ha del miracoloso. Si pensi a tutto quanto è stato fatto con indomita energia dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004 o dopo l’inondazione di New Orleans provocata dall’uragano Katrina nell’agosto successivo. Si pensi alle energie di ricostruzione che sorgono come dal nulla dopo la tempesta delle guerre. Si pensi alle parole che la ventottenne Etty Hillesum scrisse il 3 luglio 1942, prima di essere portata a morire ad Auschwitz: «Io guardavo in faccia la nostra distruzione imminente, la nostra prevedibile miserabile fine, che si manifestava già in molti momenti ordinari della nostra vita quotidiana. È questa possibilità che io ho incorporato nella percezione della mia vita, senza sperimentare quale conseguenza una diminuzione della mia vitalità. La possibilità della morte è una presenza assoluta nella mia vita, e a causa di ciò la mia vita ha acquistato una nuova dimensione».

Per queste cose non ci si può affidare alla scienza, se non per chiederle qualche strumento tecnico: al massimo essa permette un debole prolungamento dei nostri giorni. L’interrogativo è invece sul senso di quanto sta avvenendo e più ancora sull’amore che è dato di cogliere anche in simili frangenti. C’è qualcuno che mi ama talmente da farmi sentire pieno di vita persino nella debolezza, che mi dice «io sono la vita, la vita per sempre».

O almeno c’è qualcuno al quale posso dedicare i miei giorni, anche quando mi sembra che tutto sia perduto.

È così che la risurrezione entra nell’esperienza quotidiana di tutti i sofferenti, in particolare dei malati e degli anziani, dando loro la possibilità di produrre ancora frutti abbondanti a dispetto delle forze che vengono meno e della debolezza che li assale. La vita nella Pasqua si mostra più forte della morte ed è così che tutti ci auguriamo di coglierla.

Carlo Maria Martini

da "Avvenire" 15 aprile 2011

mercoledì 20 aprile 2011

Fraternità e coraggio nei film di Frank Capra


Il regista americano Frank Capra (1897-1991) molto amato dal pubblico di tutto il mondo per le sue favole ricche di umanità ma anche di forte critica al potere politico – per la qualcosa fu tacciato in patria di essere una spia sovietica – era convinto che “il genere umano aveva bisogno di vedere rappresentate le sue verità: che l’uomo in fondo in fondo è buono, un atomo vivente di divino, che essere amorevoli verso gli altri, amici o nemici che siano, è la più nobile virtù e che i film devono essere fatti per dire queste cose, per far da barriera contro la violenza e la brutalità, per guadagnare tempo nell’opera di smobilitazione dell’odio.” Era solito affermare la frase “un uomo, un film” per dire che l’unità dell’opera cinematografica è nel regista. Se un regista vende la sua ispirazione per soldi, l’opera d’arte è compromessa. Per le sue idee, nonostante i grandi successi, non fu molto amato a Hollywood e molti critici lo definirono demagogico e populista . Oggi lo si riscopre e si pubblicano saggi su di lui. Uno dei suoi film da vedere, di grande attualità, è “Lo Stato dell’Unione” con Spencer Tracy e Katharine Hepburn e distribuito in Italia dalla Cecchi Gori

Riportiamo due passi dalla sua autobiografia “Il nome sopra il titolo” (1971) edita in Italia da Lucarini.

“Negli anni 60 si sentiva nell’aria il cambiamento. Forse un violento cambiamento. Forse, ancor più di prima della guerra, c’era bisogno di film che parlassero di comprensione e suggerissero a questi cuori confusi, ansiosi, arrabbiati: ‘Fermatevi! La violenza ci fa regredire. Non cadete in preda all’odio. Non abbiate paura di amare. Avete il compito di far evolvere il mondo verso la fratellanza, la tolleranza e la pietà umana’.”

“Agli artisti che appartengono, o aspirano ad appartenere, al gruppo privilegiato di registi del principio ‘un uomo, un film’ mi permetto di suggerire: ‘Non scendete a compromessi. Perché solo i coraggiosi possono creare. E solo chi è capace di osare dovrebbe fare i film. Solo chi ha coraggio morale è degno di parlare ai suoi simili per due ore al buio. E solo chi è integro sul piano artistico può conquistare e mantenere la fiducia della gente’.”