lunedì 28 dicembre 2015

Doriana Zamboni: Amare il proprio tempo

Doriana Zamboni
In questi giorni ha concluso la sua avventura terrena Doriana Zamboni, giornalista e scrittrice, che ha seguito Chiara Lubich nell’esperienza del Movimento dei Focolari fin dagli anni della guerra a Trento, dando un personale contributo alla diffusione di esso in Europa e promuovendo il dialogo con persone di altre fedi e culture, nella prospettiva di una umanità rinnovata dall'impegno di tutti gli uomini.
Ricordiamo due frasi che lei ripeteva spesso.
La comunicazione ideale, che deve permeare il nostro essere giornalisti, ha un grande obiettivo:  “Far di molti un sol corpo”, aggiungendo poi: “ I nostri articoli devono portare di più l’uomo ad amare il proprio tempo, a guardare ogni uomo con amore e a lavorare per risolvere i problemi della nostra società.”
Ci piace pensare al nostro blog “In Cammino” in questa duplice prospettiva: aiutare tutti i lettori, pur nelle loro diversità di scelte e di convinzioni, a sentirsi incamminati verso la fraternità universale e a dare un personale apporto perché i tanti problemi della nostre città trovino soluzioni.

Ces jours-ci a terminé sa aventure terrestre Doriana Zamboni, journaliste et écrivain, qui a suivi Chiara Lubich dans l'expérience du Mouvement des Focolari depuis les années de la guerre de Trente, en donnant une contribution personnelle à la propagation de celle-ci en Europe, et de promouvoir le dialogue avec des personnes d'autres religions et cultures, dans la perspective d'une humanité renouvelée engagement de tous les hommes.
Nous nous souvenons de deux phrases qui elle a répété souvent.
La communication idéale, qui doit imprégner notre être journalistes, a un grand objectif: "Pour beaucoup un seul corps», ajoutant: «Nos produits doivent apporter plus d'hommes à aimer leur temps, en regardant chaque homme avec l'amour et le travail pour résoudre les problèmes de notre société ".

Nous aimons à penser que notre blog "In The Way" dans cette double perspective: aider tous les lecteurs, malgré leur diversité de choix et de croyances, de se sentir notre chemin à la fraternité universelle et de donner une contribution personnelle de sorte que les nombreux problèmes de nos villes trouver des solutions.


venerdì 25 dicembre 2015

Claudio Magris: A Natale....


“A Natale c’è un unico compleanero, uno solo di cui festeggiare il compleanno: quel bambino di Betlemme. E’ a lui che andrebbero fatti i regali, non ad altri – se non a quegli ultimi della terra con cui lui si è esplicitamente identificato.”
Claudio Magris

domenica 20 dicembre 2015

Paolo Curtaz: Prendiamo sul serio questo Natale

Paolo Curtaz

Viviamo come in una bolla, ormai assuefatti dalle tante notizie che arrivano dai quotidiani. Dobbiamo vivere come sempre, ci dicono i nostri governanti. Sì, giusto, abbastanza. Ma intanto la gente si arrangia, annulla viaggi, ci pensa due volte prima di partecipare ad un concerto. E il Natale, qui?
Domenica scorsa cercavo di proporre a me e a voi una cosa semplice: lasciare che sia la Parola ad interrogarci, ad illuminare, non le parole del mondo, tante, alcune azzeccate, ma molte di più quelle aggressive, urlate, giudicanti, inutili.
Prendere sul serio la Parola, una volta tanto.
Ce lo ha dimostrato Francesco che è andato dalle sue pecore ferite in Africa, senza paura dei lupi, non temerario od arrogante ma consapevole della verità del Vangelo. A parlare di pace, di giustizia, di solidarietà a gente che vive nella paura perenne e nella povertà.
Insomma: prendiamolo sul serio questo Natale.
Se ci sarà un inutile regalo in meno, qualche decibel di emozione in meno, e qualche istante di autenticità in più, di anima, di verità, di compassione, allora anche questa follia che è il terrorismo ci avrà richiamato alle cose vere, autentiche. E quei valori che diciamo di voler difendere non si ridurranno a voler prendere un mojito in santa pace, cosa legittima, ma a credere che l’uomo è più di quel che produce, di quel che consuma, di quel che odia.
Difficile? Vero. Ma si può gioire ugualmente, sul serio.

 Paolo Curtaz



del commento di Paolo Curtaz al Vangelo secondo Luca 3,10-18 

mercoledì 16 dicembre 2015

Cristiani e musulmani insieme per la pace

Ad un mese dagli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, aderenti del Movimento dei Focolari e rappresentanti delle Comunità islamiche delle varie regioni d’Italia si sono ritrovati insieme per un convegno all’Augustinianum di Roma. Le due comunità, inoltre, erano presenti in Piazza San Pietro per l’Angelus del Papa per testimoniare che un dialogo tra cristiani e musulmani è possibile.
“Andate avanti con coraggio nel vostro percorso di dialogo e di fraternità”. E’ questo l’invito che Papa Francesco, durante l’Angelus, ha rivolto loro
Non poche sono state le iniziative, soprattutto dopo i fatti di Parigi. E l’appuntamento di domenica 13 è stato l’occasione per stringere un Patto di prossimità e di collaborazione da estendere a quanti in Italia e altrove vorranno raccoglierlo.  Lo sottolinea Rosalba Poli, coordinatrice del Movimento dei Focolari in Italia: "Vorremmo che  questo convegno fosse una testimonianza di una vita già sperimentata come solidarietà, come aiuto reciproco fra le famiglie, ma  anche come impegno e servizio per tutti gli altri, insieme, cristiani e musulmani. E poi è anche un messaggio di richiesta di un nuovo impegno, di un impegno più radicale, visto che sono radicali le violenze, un impegno radicale che vorremmo esprimere in un patto di prossimità e di collaborazione: prossimità nel senso di farci vicini e di non considerare gli altri come nemici, ma anzi come persone con cui possiamo collaborare, condividere la vita nella pace e nella solidarietà; e di collaborazione, perché è necessaria una collaborazione fattiva per servire quelle che sono le periferie, le esigenze degli uomini, ma anche per un’educazione per le nuove generazioni alla pace, al vivere sociale, fondato sul rispetto e sul dialogo”.
Anche Abdelhafid Kheit, Imam della moschea di Catania e membro del direttivo dell’Unione delle Comunità Islamiche d'Italia (Ucoii) ha espresso il desiderio vivo di andare verso l’umanità insieme ai critiani per servire ogni uomo nel rispetto delle idee e della propria fede: “Le idee buone sono tante. Il fatto è che per metterle in pratica ci vuole l’impegno di tutti. Basta che ci siano il buon senso e la buona volontà, perché tutte le diversità si incontrino. Possiamo sicuramente lavorare insieme, perché quello che ci unisce – penso – è di più di quello che ci divide. Tutti abbiamo bisogno di questo incontro, che ci porterà ad un dialogo costruttivo per realizzare una società migliore”.


Da Radio vaticana 13 dicembre 2015 servizio di Alessandro Filippelli

martedì 15 dicembre 2015

Andrea Segre: Sconfiggere la paura

Andrea Segre
Riportiamo alcuni passi di una interessante intervista al regista veneziano Andrea Segre:

Il Veneto ha perso l’occasione di essere un incredibile laboratorio di intercultura…Ha prevalso la paura. Hanno vinto ragionamenti così: : “La mia vita sta cambiando,  colpa dell’altro. Non so cosa sarà il futuro. Le mie certezze si sbriciolano, dipende dai nuovi arrivati.” Non accetto l’atteggiamento di certa politica che consapevolmente alimenta dolori e ansie del “popolino”. Dobbiamo tutti abituarci a questi cambiamenti…Siamo ancora in tempo per cambiare…La paura è perdente. E’ fondamentale la società civile attiva, che permette alle comunità  di dotarsi di anticorpi, evitando il pericolo della xenofobia…Non possiamo frenare i processi di immigrazione…Un alleato speciale per creare anticorpi è la  cultura, l’economia da sola non basta: l’economia è interazione non integrazione…La sfida dei prossimi anni sarà quella di ridefinire un welfare globale, nel nome di diritti globali, non negoziabili. Abbiamo in mano il futuro, possiamo sconfiggere la paura, fare dei nostri anticorpi un corpo civile e per farlo abbiamo a disposizione uno strumento in più: la memoria. Che a Venezia si respira ovunque, inevitabilmente. C’è qualcosa nella città che aiuta a fermare la fretta, l’ansia per il futuro, a riflettere, a concentraci su ciò che è veramente importante.
Andrea Segre

da Annachiara Sacchi, Interazione non è integrazione ma questa terra può accogliere, intervista ad Andrea Segre che gira film sui temi delle migrazionei, Corriere della Sera La lettura 20/11/2015

giovedì 10 dicembre 2015

Prima di tutto, la Misericordia!

una scena del film "La rosa bianca"
Secoli di storia cristiana testimoniano che la misericordia di Dio non è compresa, scandalizza i credenti stessi, sembra un eccesso  che va temperato con le nozioni di verità e giustizia. 
Il Papa lo sa bene e lo denuncia con forza: “Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma innanzitutto che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza invece affermare prima che sono perdonati dalla sua misericordia…Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della misericordia, perché la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio”
Enzo Bianchi

da Enzo Bianchi, La caduta di un Muro, La Repubblica, 9 dicembre 2015


martedì 8 dicembre 2015

Francis Fukuyama: La democrazia è in declino?

Francis Fukuyama
Francis Fukuyama, studioso americano di politica, famoso per il saggio Fine della Storia (1992), nel suo ultimo libro Political Order and Political Decay, sostiene che, il destino della Storia politica  resta la democrazia e le prospettive attuali sono incoraggianti, nonostante  in alcuna società come quella americana si osservi un declino di essa, dovuto ad una classe politica molto mediocre.
Declino che è dovuto ad alcuni fattori importanti tra i quali sono rilevanti: una disuguaglianza di reddito che aumenta gli interessi privati in modo smisurato e una contrapposizione tra le parti politiche, sempre più  litigiose e violente, che determina l’allontanamento dei cittadini dalla vita politica con una conseguente forte crisi di rappresentanza.

Pertanto se oggi vogliamo combattere tale declino dobbiamo cercare di ridurre di molte le disuguaglianze retributive e smetterla di demonizzare l’avversario politico. Infatti l’eccessiva distanza fra il reddito di un operaio e quello di un dirigente aziendale è di fatto una contraddizione palese di principio di uguaglianza. Come pure la contrapposizione fra  Maggioranza e la Minoranza politica indebolisce  l’esercizio democratico della politica, che presuppone sempre la rappresentatività di tutti i cittadini in ruoli vene definiti e non la lotta che oggi osserviamo nel nostri parlamenti e nelle aule consiliari dei nostri comuni. 
Di qui la necessità di vivere il principio della fraternità in politica, come affermava Chiara Lubich nel 1996, nel mentre fondava il Movimento politico per l’Unità, invitando i politici di schieramenti opposti a vivere la fraternità. Ma già alcuni anni prima, in un viaggio in Brasile nel 1991, lei osservando l’opulenza dei ricchi circondata dalla grande miseria della maggior parte della popolazione, ebbe l’ispirazione della necessità di una economia di comunione  che destinasse parte degli utili alle classi povere. 

lunedì 30 novembre 2015

Caro fratello che hai scelto di combattere con l'Isis

Un gruppo di jiadisti dell'Isis
   Caro fratello che hai abbracciato il fucile per seguire  la politica di guerra dell’Isis, tu sei mio fratello anche se oggi mi sei nemico e vuoi uccidermi. 
   Gesù mi dice che devo amarti. 
   Ma come posso amarti se tu mi stai davanti con fucile pronto a colpirmi o a farmi salare in aria con la tua cintura di esplosivo? 
   Non lo so fratello. 
   Come cristiano posso solo chiedere al mio Dio di farti capire che con la violenza della guerra tutto è perduto e con la pace tutto è salvato. 
   Non ho altra arma se non la preghiera. 
   Resta un mistero per me la tua decisione di uccidere noi cristiani, solo perché un tempo anche noi siamo piombati con violenza nelle vostre terre per convertirvi. 
   Un crimine, il nostro, allora, un crimine, il vostro, oggi.  
   Ma non abbiamo già pagato abbastanza per questi crimini?
   Perché ancora altro sangue, altra violenza. 
   Sei proprio sicuro fratello che la violenza e il sangue è quello che il tuo cuore desidera ardentemente?
   Io penso di no. Io penso che tu, come ogni uomo, sia che tu abbia una fede religiosa o no, desideri guardare un cielo pieno di stelle e sognare con altri uomini una vita di amore e giustizia, abbandonarti teneramente tra le braccia della tua donna, carezzare il tuo bambino e donargli una vita senza guerre, aiutare il tuo vecchio padre a morire nel suo letto circondato dagli affetti…
   Ne sono convinto: è questo il mio e il tuo vero destino, un destino di fraternità, e un giorno, non so quando, lo realizzeremo insieme.

venerdì 27 novembre 2015

Chiara Lubich: Il terrorismo è generato dall'ingiustizia

Chiara Lubich (1920-2008)
   La pace è oggi un bene così prezioso che tutti noi, adulti e giovani, persone responsabili e semplici cittadini, dobbiamo impegnarci a salvaguardarla. Naturalmente per sapere come comportarci, occorre conoscere bene le cause più profonde dell'attuale drammatica situazione.
   E' noto come nel mondo non regni la giustizia, come vi siano Paesi ricchi e Paesi poveri, mentre il piano di Dio sull'umanità sarebbe quello d’essere tutti fratelli, in una sola grande famiglia con un solo Padre.
   E' questo squilibrio uno dei fattori, forse più determinante, che genera risentimento, ostilità, vendetta, terrorismo.

   E allora come creare maggiore uguaglianza, come suscitare una certa comunione di beni?  E' ovvio che i beni non si muovono se non si muovono i cuori. Occorre, quindi diffondere l'amore, quell'amore reciproco che genera la fratellanza. Occorre invadere il mondo con l'amore! Cominciando da noi stessi (...) Un amore rivolto verso tutti, simpatici o antipatici, piccoli o grandi, della tua patria o di un'altra, amici o nemici. Verso tutti. E amare per primi, prendendo l'iniziativa, senza aspettare d'essere riamati (...) Se così faremo tutti, la fratellanza universale si allargherà, la solidarietà fiorirà, i beni saranno meglio distribuiti, e potrà risplendere sul mondo l'arcobaleno della pace. 
Chiara Lubich


Messaggio  ai ragazzi per l’unità 26 maggio 2002 al Colosseo-Roma

mercoledì 25 novembre 2015

Scuola: una riflessione sulla valutazione e sulle prove INVALSI

Cè un gran parlare oggi della riforma Giannini sulla nostra scuola. A favore o contro.  
Vogliamo soffermarci un attimo sulla valutazione e sulle prove INVALSI.
Intanto siamo molto contenti di sapere che esiste un vivo dibattito in corso e che in molte scuole c’è un giusto concetto della valutazione, e che si entra con delicatezza nel sistema valutativo, per favorire una progressiva maturazione dell’allievo senza troppi traumi.
Nelle nostra esperienza di insegnamento, anni importanti perché entravano a buon diritto i Decreti Delegati, non poca fatica abbiamo fatto per convincerci della bontà di una maggiore democratizzazione scolastica. 
Riteniamo, però, che la valutazione resta l’argomento più complesso, spinoso e controverso nel quale intervengono tanti fattori di carattere sociologico, psicologico, pedagogico, dove non è stato mai facile trovare unanimità.
Ci siamo spesso rifatti a Don Milani e alla Montessori perché  abbiamo condiviso i loro sforzi e i risultati della loro ricerca.
Quello che vorremmo sottolineare oggi, è la  non condivisione del tentativo implicito di trasformare la scuola "da comunità educante ad azienda” e di riportare un certo tecnicismo statistico  nel sistema valutativo.
Ci fu detto nel passato, da Ispettori e Dirigenti, che la valutazione era uno strumento da usare oculatamente, non quale strumento selettivo, ma come unica possibilità per noi docenti di conoscere realmente le capacità del ragazzo, e quindi  come un aiuto sostanziale per il nostro lavoro di educatori, onde predisporre nuove strategie e nuovi strumenti di apprendimento.
Le prove INVALSI per come sono vissute oggi, molto spesso sono tutt’altra cosa, in quanto da esse statisticamente si dovrà rilevare la bontà della nostra Scuola o del nostro Istituto.
Questo è a pare nostro una” violenza sociologica e pedagogica” che  diventa dannosa nel processo formativo dei ragazzi nella delicata età della scuola dell’obbligo. 
Non crediamo che sia un caso isolato il fatto  che molti bambini, di seconda e quinta elementare (le classi in cui ogni anno si propongono le prove Invalsi), volevano, nel giorno stabilito, non andare a scuola per la “paura” di non saper rispondere bene ai quesiti.
Come pure non possiamo dimenticare  che è stata una conquista immaginare e realizzare “una scuola per tutti e a misura di ciascuno”, una scuola che non faccia comparazioni tra gli alunni, che sottolinei le qualità e le diversità di ogni ragazzo, che rispetti il ritmo di apprendimento di ciascun bambino nella ricerca di strade nuove per il recupero degli svantaggiati.
Ci sembra che tutto questo sia completamente fuori dai criteri che hanno determinato la nascita delle Prove INVALSI.
Una Istituto di periferia che ha la maggior parte di ragazzi provenienti da fasce sociali deboli, con ritmi di apprendimenti lentissimi, con scarso allenamento ad esercitare la volontà, verrà classificata dopo le prove INVALSI come una scuola di basso livello! E’ giusto questo?
Ricordiamo l’esperienza di un Preside di periferia  in quale, dinanzi ad un ragazzo per il quale si proponeva la bocciatura, perché “non aveva VOLUTO far niente”  pose agli insegnanti questo interrogativo: “Quali strumenti e strategie didattiche avete messo in campo per  sollecitare la volontà di questo ragazzo? Non possiamo dimenticare che la volontà è una delle capacità fondamentali che deve essere sviluppata nei nostri ragazzi, e per la quale dobbiamo attrezzarci? Se avete valutato questa mancanza di volontà dovevate per questo ragazzo predisporre opportuni percorsi didattici, diversi da quelli predisposti per il resto della classe….” 
Se quella scuola avesse dovuto presentare  oggi le prove INVALSI, certamente si sarebbe trovata agli ultimi posti in classifica. Eppure era una scuola dove, per la grande responsabilità pedagogica di quel Preside, molti ragazzi di strada sono riusciti ad entrare nel sistema scolastico senza più abbandonarlo.
Il Ministro Giannini e il Premier Renzi, invece, affermano a voce alta che le prove INVALSI portano la SCUOLA ITALIANA in Europa e che sono quindi esse  strumento avanzato per un recupero della bontà scolastica del nostro sistema.
Alla loro voce ufficiale, chi ha invece sperimentato il contrario ha il diritto di esprimere il proprio dissenso, senza violenza,  ma con la ferma convinzione che solo nel confronto onesto e leale  si realizza il bene della Scuola e dei nostri alunni.


martedì 24 novembre 2015

Quando la morte è una lezione di umanità

Funerale civile per Valeria Solesin
Oggi che il mondo si raggomitola su se stesso, che si chiude e inalbera una corazza a difesa dei suoi valori e della sua gente, che blinda frontiere e restringe passaggi, oggi c'è un uomo che a questo mondo dà una lezione di umanità commovente. È un uomo normale, o almeno lo era fino a 10 giorni fa: aveva un lavoro, una casa, una moglie, una figlia. Al mattino si alzava, afferrava gli occhiali dal comodino, si beveva un caffè, andava in ufficio, ci stava fino a sera poi, dopo un adeguato numero di ore, compiva il percorso inverso e tornava a casa, si levava gli occhiali e si addormentava nella rassicurante certezza della sua tranquilla quotidianità. Una notte però quella sua pacifica routine è stata scombinata, irrimediabilmente, da un gruppo di senza dio che in nome di dio gli hanno ammazzato la figlia. Che aveva 28 anni, questa figlia, ed era bella e anche buona: una di quelle che la gente te le invidia. E ora che la gente pensa di non avere più nulla da invidiargli lui, quest'uomo normale, si infila di nuovo gli occhiali e, senza nemmeno aver bisogno di un pulpito e di un pubblico, mette insieme la più grande lezione di umanità di cui io abbia memoria.
Alberto, questo è il nome nome normale di un uomo inconsapevolmente eccezionale, seppellirà sua figlia, e lo farà con dolore, rimpianto, angoscia e (immagino) un senso di perdita che solo un genitore che lo ha provato prima di lui, può comprendere. Ma lo farà senza quella rabbia e quel folle terrore che leggo nelle dichiarazioni di chi al Bataclan ha perduto solo l'idea di tranquillità in cui si cullava.
Nei giorni in cui il mondo annuncia la Terza Guerra Mondiale e si prepara a inondare di sangue i suoi quattro angoli, lui piano piano, senza alzare la voce, senza versare una pubblica lacrima (che non so immaginare quante ne stia versando nella violata tranquillità della sua casa) spiega al mondo che la pace è possibile. Lo spiega a capi di Stato e fanatici fiancheggiatori del terrore: quelli che tentano di giustificare stragi e omicidi in nome di altre stragi e altri omicidi patiti. Come se l'uomo non potesse vivere altrimenti che seguendo il Vecchio Testamento e la sua sanguinaria legge dell'occhio per occhio.
Al funerale civile, non laico - ci tiene a precisare - ogni preghiera, ogni benedizione, ogni lacrima sarà accolta. Anche quelle di un Imam. E, scusatemi, ma io mi alzo in piedi e abbasso gli occhi. Perché io stessa, che vivo con la parola "pace" a fior di labbra, riconosco che, davanti a uno strazio simile a quello che accompagna la nuova quotidianità di quest'uomo, sarei furiosa.
Lo guardo bene, allora, cerco nei suoi occhi l'umanissimo furore che aspetta di azzannare gli assassini: continuo a trovare pace. Dolore, certo, ma pace. Vorrei chiedergli come fa, come riesca a mantenere inalterata la sua civiltà, come riesca a non chiudersi in un guscio di rabbia e frustrazione, come possa naturalmente aprirsi a quella diversità che oggi spaventa tanti, quasi tutti.
Vorrei che, passati i giorni del dolore che annichilisce, Alberto venisse invitato nelle scuole (almeno in quelle del mio Paese): che magari, più del racconto del movimento per i diritti civili o della lotta non violenta di Gandhi, ai ragazzi servirebbe ascoltare la voce di un uomo fatto di carne e sangue che è riuscito a invocare la pace sulla bara di sua figlia. Un uomo che riconosce la liceità di ogni fede, di ogni dio, anche di quello che pregavano gli assassini di sua figlia. Un uomo che insegna che la rabbia e il rancore non servono a fare del mondo un posto migliore. Un uomo che, per la miseria, ha perso il suo bene più grande, che non ha fatto nulla per patire questa perdita, che avrebbe tutte le ragioni del mondo per inalberarsi in un grumo di revanscismo razzista, e invece no: si infila gli occhiali e consegna a chi lo ascolta sillabe di amore, accoglienza e rispetto.
Vorrei che ogni politico che oggi si arma, di droni intelligenti o di parole infuocate, si fermasse a riflettere, almeno un po', sul messaggio che gli ha recapitato quest'uomo normale. Che non fa proclami, non si siede in cattedra, eppure tiene una lezione indimenticabile sul potenziale dell'umanità. Io lo ringrazio, con tutto il mio cuore, il signor Alberto. Mi ha fatta sentire una pulce di ipocrisia e banalità. E sono felice di sentirmi così piccola, così perfettibile, così misera: solo in questo modo potrò migliorare me stessa e sperare, un giorno, di avere nel cuore quello stesso rispetto per l'altro che fa di un uomo normale un grande uomo. 

di Deborah Dirani - Huffington post

lunedì 23 novembre 2015

Come faceva Gandhi

Una scena del film "Gandhi" di Richard Attenborough (1982)
“Quando c'è vuoto di contenuti, mancanza di ideali si gratta nel secchio sporco e ci si infanga. La politica, purtroppo, è spesso in mano a qualche mestatore di odio...Non ci resta che combattere la nostra buona battaglia come faceva Gandhi: parola e azione, azione e parola, mai la violenza, mai la turpitudine, mai il marciume, mai il fango... ma la forza, il coraggio, la potenza dell'amore per l'uomo!”

Pavel Florenskji:Uno sguardo sapiente verso il futuro

Pavel Florenskji (1882-1937)

“Se la vita in genere ha senso e valore, dimenticare il passato è ingratitudine e insensatezza, poiché tutto diventa passato, allora tutta la vita, tirate le somme, dovrebbe rivelarsi uno zero. E’ attraverso  il flusso della memoria che scaturisce quella forma originaria della cultura che trasforma il passato in eterno presente, in sguardo sapiente verso il futuro... e che abbiamo l’obbligo di trasmettere ai figli, ai nipoti…Nel momento presente della vostra vita fate  ogni cosa perfettamente, con cura e precisione; che il vostro agire non abbia niente di impreciso; non fate niente senza provare gusto, in modo grossolano.”

Pavel Florenskji

domenica 15 novembre 2015

Enzo Bianchi: Tradurre i valori in realtà concrete.

Enzo Bianchi


La spiritualità - se vuole realizzarsi e non restare confinata nel non luogo dell’utopia o nel segreto dei cuori - dovrà non solo accettare ma anche desiderare di «farsi carne» nella vita pubblica e  comunitaria; così come, reciprocamente, la politica dovrà sollevarsi dalla ripetitiva amministrazione dell’esistente per ricercare un «governo degli uomini» degno di tal nome. Governo che non è dominio sugli altri, né affermazione dei propri interessi, ma efficacia dell’autorità, capacità di «far agire», di promuovere cambiamenti, di suscitare attese e di confortarle con risultati concreti.

In un mondo in cui si fa tanto parlare di «valori» e si fa così fatica a ritrovarli nel quotidiano, saper coniugare comunitariamente spiritualità e politica diventa allora un’esigenza ineludibile: le giovani generazioni presenti e future non ci chiederanno conto dei progressi di un mercato svuotato di senso né di una nobiltà d’animo nascosta nella nostra intimità, ma piuttosto di come avremo saputo tradurre i principi etici che ci abitano in realtà concrete, in politiche a beneficio dell’umanità, a cominciare dai più poveri. In fondo, l’interrogativo che Valadier pone come frase conclusiva del suo testo rimane decisivo: «E se la vita spirituale fosse una delle condizioni fondamentali di un'intensa vita sociale e politica?».
Le nuove generazioni ci chiederanno conto di come abbiamo saputo tradurre i valori in realtà concrete.

Enzo Bianchi


Non c’è politica senza spiritualità di Enzo Bianch in “La Stampa” del 29 gennaio 2011

venerdì 30 ottobre 2015

Maurizio Patriciello: la sua parola diretta e semplice

Maurizio Patriciello
La parola diretta e semplice di Maurizio Patriciello, - prete di frontiera che ha fatto conoscere all’Italia il dramma che si consuma  nella Terra dei Fuochi -, lascia nei nostri cuori il desiderio di lavorare di più e meglio, per combattere illegalità e corruzione in ogni sua forma. 
Si aprono al nostro sguardo scenari devastanti spesso dimenticati, Primo fra tutti, quello che miete vittime soprattutto tra i giovani, ossia il traffico di stupefacenti, poi la proliferazione delle slot machine che galvanizza e impoverisce giovani e adulti, l'uso improprio dell'alcol proprio tra i giovanissimi, l’abusivismo edilizio e lo scempio ambientale, un traffico spesso veloce e micidiale nelle nostre piccole e grandi città, la corruzione politica e il sordido intreccio tra politica e criminalità e… infine quel sentimento molto diffuso di pensare che posso sempre soddisfare ogni mio desiderio, nonostante i regolamenti e le norme.
Se vogliamo avanzare sulla strada della legalità e combattere la corruzione dobbiamo impegnarci  a sradicare dai cuori degli uomini questo sentimento, e capire tutti che senza regole condivise, senza opportuni limiti in tutti i campi, le nostre terre saranno devastata dai veleni di un individualismo esasperato, che ci porterà a combatterci a vicenda, a farci del male, e a lasciare sul nostro cammino il sangue della discordia e dell'invidia, della malevolenza, del sospetto, distruggendo quella pace sociale indispensabile per ogni bene.
Grazie ancora Don Patriciello, grazie per averci aperto gli occhi, accendendo in noi speranza di riuscire, sul tuo coraggioso esempio, a vivere e  testimoniare giustizia, onestà e leale trasparenza ogni giorno, in ogni azione e in ogni rapporto umano.


lunedì 26 ottobre 2015

Pace tra ebrei e arabi!

Israeliani e palestinesi insieme, per strada, in nome della pace. In centinaia sono sfilati per le vie di Gerusalemme, sabato sera, sotto lo slogan comune “Ebrei e arabi si rifiutano di essere nemici”. La manifestazione avviene nel momento di massima tensione a Gerusalemme e nei Territori col moltiplicarsi di attacchi palestinesi contro ebrei.
“Siamo qui - dice Uri Weltmann, insegnante di Haifa - per dimostrare che ebrei e arabi, israeliani e palestinesi possono convivere e favorire una nuova politica, una politica di pace, d’indipendenza per entrambi i nostri popoli, piuttosto che ampliare l’occupazione, che è ciò che il governo Netanyahu sta cercando di fare espandendo le colonie. La marcia ha provocato la protesta di qualche individuo che era contro la manifestazione di unità, ma si è svolta senza incidenti e in un clima pacifico che è durato fino alla fine.

da it.euronews.com

lunedì 19 ottobre 2015

Viaggi di istruzione: se ne parla troppo poco.

Dopo la tragica morte dell’alunno diciassettenne Elia Barbetti, in viaggio di istruzione a Milano in visita all’EXPO, molti interrogativi si pongono sulle modalità e sull'attuazione di tali viaggi.
Possiamo senz’altro dire che, oggi, non esistono le condizioni strutturali e psicologiche per affrontare un "viaggio di istruzione" con ragazzi che, il più delle volte, non amano il viaggio in quanto "viaggio di istruzione", ma essenzialmente come un momento di evasione nel migliore dei casi, oppure come un momento di trasgressione in molti altri. 
Occorrerebbe pertanto per ogni viaggio, in ogni scuola, interpellare una equipe psicopedagogica che prepari preventivamente tale viaggio e si renda conto se quel gruppo di ragazzi è in grado di affrontare in maniera adeguata un tale viaggio.
Inoltre è assurdo pretendere responsabilità dai docenti, i quali con le migliori intenzioni non sono umanamente nelle condizioni di controllare da soli un gruppo classe animoso e in forte eccitazione, soprattutto di notte. Un tempo era forse possibile, oggi no.
Il problema è diventato pertanto molto complesso e, visto i recenti casi di alunni tragicamente morti nelle gite scolastiche, esso va radicalmente ripensato.
E' completamente inutile portare una classe a visitare il Duomo o il Colosseo, il Monte Bianco, o la città di Recanati se questi luoghi non rappresentano gli interessi culturali dei ragazzi.
Ogni viaggio andrebbe pertanto finalizzato ad obiettivi ben definiti e offerto solo a quei ragazzi che mostrano un serio interesse per quell'obiettivo e del quale abbiano già preparato le fasi di attuazione, con il raggiungimento di obiettivi intermedi. di conoscenza. 
Quindi viaggi per gruppi non numerosi, di interesse specifico, con la presenza di esperti
Diversamente sono gite e per le gite oggi non si possiedono strumenti e personale adeguato per offrire un opportuno controllo onde evitare tragedie..
Certo questi spunti  a caldo andrebbero inseriti in una riflessione più ampia. La Scuola e le famiglie dovrebbero andare a fondo su questo aspetto. 
Evidenziamo solo che, nella maggior parte delle nostre città,  non esistono più spazi pubblici di socializzazione per i ragazzi, dunque c'è una totale disabitudine a stare "fisicamente" insieme usando questo tempo per la comunicazione. 
Forse la Scuola dovrebbe aprire di più i suoi spazi a questo, anche in orari extra scolastici, favorendo la comunicazione e la collaborazione  non vincolate al rendimento scolastico. 
Purtroppo non ci sono fondi per tenere aperta gli istituti scolastici col personale necessario (un bidello e un insegnante). 
Questa è la situazione generale.  E sempre di più i ragazzi, dopo l'orario scolastico, si rinchiudono in attività individuali, di comunicazione virtuale, ed è naturale che in occasione di una gita scolastica esplodano!


mercoledì 14 ottobre 2015

Gandhi: violenza passiva e violenza fisica

Giocabi per il dialogo e la fraternità in Belgio
Gandhi era solito  proporre ai giovani di disegnare la genealogia della violenza, nello stesso modo in cui si disegna un albero genealogico, perché era convinto che ciascuno di essi avrebbe apprezzato la non violenza se avesse capito e riconosciuto la violenza che esiste nel mondo.
Per questo invitava a ripercorrere alla fine di una giornata gli eventi vissuti e conosciuti, e riportarli sull'albero, come violenza fisica  se si si trattava di atti in cui veniva usata la forza fisica, o come violenza passiva se si trattava di eventi che provocavano ferite emotive.
Fu una sorpresa per tanti il rendersi conto che  le violenze passive erano molto più numerose di quelle fisiche, e che  la violenza passiva era  molto più insidiosa di quella fisica, in quanto generava rabbia nella vittima; rabbia che prima o poi sarebbe sfociata nella violenza fisica. I
Si capiva con chiarezza che era la violenza passiva a generare la violenza fisica.
Se non prendiamo coscienza di ciò i nostri sforzi di pace e di armonia tra gli uomini non produrranno frutto: "Come possiamo estinguere un fuoco se non spegniamo il combustibile che lo alimenta?"
Per questo Gandhi insisteva molto sull'importanza della non violenza nella comunicazione, sull'importanza di "diventare noi stessi il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo." 
Dobbiamo quindi, in tutto quello che facciamo ogni giorno, cercare di capire come comunicare in modo non violento, ossia assumendo in ogni circostanza un atteggiamento positivo che sostituisca quello negativo, perché in genere, anche senza accorgercene, "cerchiamo sempre di guadagnare qualcosa dalle nostre azioni ed anche dalla nostra comunicazione, ancor più se viviamo in una società materialistica in cui prospera l'individualismo. Ma questo atteggiamento non ci porterà mai a costruire armonia nella famiglia, nella comunità, nella società."
Se vogliamo pace, armonia intorno a noi, dobbiamo in qualche modo porre argini alla violenza e permettere al positivo che è in ognuno di noi di sbocciare ed essere sempre "guidati dall'amore, dal rispetto, dalla comprensione, dall'apprezzamento,dall'empatia, dall'interessamento verso gli altri anziché dall'odio, dall'avidità, dall'odio, dal pregiudizio e dal sospetto."1

1- dalla prefazione di Arun Gandhi in Le parole sono finestre (oppure muri) di M.B. Rosenberg - Edizioni Esserci 2003




martedì 22 settembre 2015

Non trascuriamo i disegni dei bambini


Se noi prestiamo interesse e attenzione ai nostri bambini, quando in età prescolare esprimono la loro visione del mondo con i disegni che mostrano ai genitori, o con le domande che pongono loro, questi bambini si sentono riconosciuti e il riconoscimento è alla base della costruzione di un’identità positiva; se invece trascuriamo le loro domande e non valutiamo i loro tentativi di descrivere come avvertono il mondo intorno a loro, il messaggio che mandiamo è che quello che fanno non è per noi di alcun interesse. E loro concludono che non contano niente ai nostri occhi e  quindi che non valgono niente. Premessa questa che porta all’autosvalutazione, per compensare la quale costruiscono un’identità negativa.
                                                                                                          Umberto Galimberti
da Umberto Galimberti, Sei tu a dirmi chi sono io, D la Repubblica 12 settembre 2015

sabato 19 settembre 2015

Scenari drammatici e semi di speranza dai 5 continenti


Libano: manifestazione per la pace in Siria
Il 14 settembre 2015 è iniziato  al Centro Mariapoli di Castelgandolfo l’incontro annuale dei  delegati del Movimento dei Focolari di tutto il mondo: 80 delegati da 36 paesi in rappresentanza di tutti i continenti.
Emerge, fin dalle prime battute tutto il carico di dolore e la tragedia  dei Paesi in guerra, il dramma dei profughi, ma anche le attese e la speranza.
La libanese Arlette Samman, di fronte ad un esodo senza precedenti di intere popolazioni in Siria, Irak e altri paesi, dice: «Chi parte lo fa con un dolore immenso. Va verso l’ignoto, perché sente che la morte è vicina o si trova senza risorse e sicurezze per il futuro della famiglia… Altrimenti nessuno vorrebbe lasciare la propria terra».
Le fa eco Philippe, da 14 anni in Egitto: «È confortante vedere la reazione umanitaria di tanti Paesi in Europa, ma vorremmo anche far sentire la voce del Medio Oriente che aspetta con ansia la pace e il diritto di “vivere e non di morire”».
 Entrambi sottolineano l’importanza di trovare insieme sempre nuove vie per la fraternità e soprattutto di alzare la voce dell’opinione pubblica.
Va in questa linea la mobilitazione per la pace che il Movimento dei Focolari rilancia in questi giorni insieme a quanti nel mondo operano in questa direzione.
Intanto in Europa, sollecitati dalle parole di papa Francesco, e anche dal risveglio di alcune  autorità politiche, si moltiplicano le iniziative già da tempo in atto per l’accoglienza: case private aperte, coordinamento degli aiuti, raccolte fondi…
Cuba: giovani si preparano all'arrivo del Papa
Dall’America Latina, Maria Augusta De La Torre, esprime, invece, la gioia dell’attesa di Papa Francesco, attesa carica di speranza che caratterizza la popolazione di Cuba in questo momento: « Da un lato la “nuova amicizia” tra Cuba e gli USA; dall’altro la Chiesa cattolica cubana, che si dimostra viva più che mai. ».
Riguardo alla crisi diplomatica in corso tra Colombia e Venezuela per il contrabbando transfrontaliero Maria Augusta precisa che si tratta di una situazione molto dolorosa: «La gente ha dovuto abbandonare le proprie abitazioni e c’è incertezza per il futuro, dolore e ribellione davanti ai fatti accaduti. Il contrabbando c’è sempre stato, ma ora non si sa cosa ci sia veramente sotto queste decisioni. Molti nostri amici sono sostenuti dalla forza che viene dal vivere il Vangelo e vogliono continuare a testimoniare la fraternità tra questi due popoli».
Dalla Nigeria Kenyota, Ruth Wambui Mburu, confida che la sfida più grande che si trovano ad affrontare  è la radicalizzazione della divisione tra nord e sud, tra musulmani e cristiani, tra etnie. Il loro sforzo e il loro impegno è quello di testimoniare la fraternità vissuta proprio tra queste.
Vietnam: lotta all'inquinamento
Scenari positivi dall’Est, seppur carichi di difficoltà, come afferma Marcella Sartarelli  che mette in evidenza «l’apertura che si registra in Vietnam, nei contatti con la Chiesa. Qui è tutto un fermento, che aumenta la speranza… In genere del Vietnam si conosce la guerra che c’è stata 30 anni fa, ma poco del Vietnam di oggi, un Paese che vive uno sviluppo velocissimo. Alcuni passaggi della Laudato Si’ sembrano proprio un ritratto di questo Paese: una tecnologia e un’economia che avanzano velocemente, con città modernissime e contemporaneamente campagne deturpate dall’inquinamento. Proprio su questo aspetto, con un piccolo gruppo di giovani, in un villaggio vicino Hanoi, dove la situazione è critica, abbiamo cominciato a documentare questo problema nascosto, e al tempo stesso a rimboccarci le maniche per ripulire».
Un saluto dalla comunità della Nuova Zelanda
«In Nuova Zelanda, invece, i giovani hanno promosso l’azione “Give one hour of your power”, ossia staccare la corrente elettrica per un’ora, nella giornata della cura del Creato», racconta Augustine Doronila, «mentre da anni è in corso un’azione in favore della popolazione di Kiribati, arcipelago a rischio di scomparsa a causa dell’innalzamento del livello dell’acqua».
Sono queste solo alcune delle prime voci provenienti dai 5 Continenti che  mettono in comune gli scenari drammatici e i semi di speranza che si vivono oggi nel mondo nell’esperienza dei Focolari. Essi  ci stimolano a vivere quel dialogo della vita  fra tutti, lì dove siamo, per realizzare sempre  più, con azioni concrete a servizio della pace,  un antidoto visibile e forte alla violenza, che mai come in questo momento invade il mondo.


giovedì 3 settembre 2015

Irina Bokovo: "Contrastare la propaganda dell'odio"

 
Irina Bokova
Riportiamo qui di seguito, sia  nella traduzione italiana che nella versione originale in inglese, la parte centrale del discorso di Irina Bokova, Direttore Generale dell'UNESCO, in occasione dell'apertura del Forum globale per la gioventù, pace e sicurezza  tenuto ad Amman,  alla presenza  di Sua Altezza Reale il principe ereditario Al Hussein bin Abdullah II, il 21 agosto 2015:

Il 23 aprile scorso, Sua Altezza Reale ha tenuto un discorso innovativo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in un dibattito organizzato dalla Giordania. 
Sono pienamente d’accordo con le sue parole: “Siamo in una gara per investire nei cuori e nelle menti e le capacità dei giovani.”
Sì. Questa è una gara. Una gara per educare, coinvolgere, nutrire, includere tutti i giovani uomini e donne. 1,5 miliardi di persone vivono in paesi colpiti da conflitti o fragili - il 40 per cento sono giovani. Solo il 20 per cento dei rifugiati in età di scuola secondaria sono a scuola.
Oltre la metà dei bambini che non vanno a scuola oggi vivono in paesi colpiti da conflitti o da fragilità - circa 28 milioni di ragazze e ragazzi.
Si tratta di una crisi dei diritti umani - un disastro di sviluppo - un imperativo di sicurezza.
Questa è una gara per i cuori e le menti di donne e uomini giovani nei quartieri poveri, nelle zone rurali. Per i cuori e le menti di donne giovane, costrette a matrimoni, fuori dalla scuola. Per i cuori e le menti dei giovani, attratti dall'estremismo violento.
Secondo la squadra di monitoraggio delle Nazioni Uniti per le sanzioni sull’Al-Qaida, i combattenti terroristiche straniere sono aumentate del 70 per cento tra metà 2014 e marzo 2015 - la maggior parte sono giovani, tra i 15 ei 35 anni. La posta in gioco è alta.
Ecco perché la nuova agenda di sviluppo globale deve essere un ordine del giorno per la pace, un ordine del giorno per le giovani uomini e donne, rinnovando con lo spirito di UNESCO, il cui 70 ° anniversario si celebra, insieme con le Nazioni Unite.
La Costituzione dell'UNESCO dice che le difese della pace devono essere costruite nella mente degli uomini e donne - giovani uomini e donne. Questo messaggio non è invecchiato di un giorno. Le fondamenta della pace si trovano in diritti umani e della dignità di ogni giovane.
Il loro ingegno è una forza di pace in questi tempi turbolenti, quando le società  si stanno trasformando, quando la cultura è sotto attacco.
La chiave è l'inclusione. Perché la esclusione porta all’odio e alla violenza.
La chiave è un senso di futuro. Perché ogni giovane deve deve sentirsi parte di un'unica umanità.
Dobbiamo riconoscere e sostenere il loro ruolo di costruttori di pace, come attivisti, come imprenditori, come il cambiamento-maker.
In questo modo si potrà sperimentare la capacità di recupero. Questo è il ruolo di UNESCO -  coltivare competenze e capacità, rafforzare l'educazione alla cittadinanza globale, costruire il dialogo tra le culture, proteggere il patrimonio comune dell'umanità.
Questi obiettivi guidano le “Reti dell'UNESCO del Progetto Giovani del Mediterraneo”, con il sostegno dell'Unione europea, in 10 paesi in tutto il Mediterraneo, tra cui la Giordania - per riconoscere e sostenere l'impegno civico dei giovani e dei media.
Questi obiettivi sono alla base della campagna  unite4heritage che ho lanciato a Baghdad nel mese di marzo, per contrastare la propaganda dell’odio, per proteggere con i giovani il patrimonio dell'umanità.
Questa è l'importanza della “Risposta Educativa dell'UNESCO alla crisi in Siria”,  da portare  avanti in Giordania, in Iraq, Libano e Siria…Vedo lo stesso spirito alla base della  dichiarazione di Amman,  che chiede ai i giovani di essere i leader di cui abbiamo bisogno, oggi e domani. Il mondo purtroppo parla di 'giovani' come se si trattasse di un unico gruppo:

Non è così.
Tu non sei una parte di un gruppo.
Ognuno di voi è unico.
Voi provenite da diversi paesi, diversi background.
Ognuno di voi condivide la stessa convinzione.
La convinzione che la tua voce conta per plasmare un futuro migliore per tutti.
UNESCO sta con te.
Il mondo ha bisogno della vostra voce più che mai.

Questo sarà lo spirito del 9 ° Forum della Gioventù UNESCO, il 26-28 ottobre 2015, prima della Conferenza generale dell'UNESCO e la 21esima sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Irina Bokova
Amman, 21 August 2015

On 23 April, His Royal Highness gave a ground-breaking speech to the United Nations Security Council, at a debate organised by Jordan. In his words: We are in a race to invest in the hearts and minds as well as the capabilities of the youth. I agree fully. This is a race. A race to educate, engage, nurture, include all young women and men.
1.5 billion people live in fragile or conflict affected countries – 40 percent are young people. Only 20 percent of refugees of secondary school age are in school. Over half of children out-of-school today live in countries affected by conflict or fragility – some 28 million girls and boys.
This is a human rights crisis -- a development disaster -- a security imperative. This is a race for the hearts and minds of young women and men in poor neighbourhoods, in rural areas.
For the hearts and minds of young women, forced into marriages, out of school. For the hearts and minds of young men, lured by violent extremism.
According to the United Nations Al-Qaida Sanctions Monitoring Team, foreign terrorist fighters increased 70 percent between mid-2014 and March 2015 – most are young men, between 15 and 35 years old.
The stakes are high. This is why the new global development agenda must be an agenda for peace, an agenda for young women and men, renewing with the spirit of UNESCO, whose 70 anniversary we celebrate, together with the United Nations.
UNESCO’s Constitution says the defences of peace must be built in the minds of women and men -- young women and men. This message has not aged a day. The foundations of peace lie in the human rights and dignity of every young person. Their ingenuity is a force for peace in these turbulent times, when societies are transforming, when culture is under attack.
The key is inclusion. Because exclusion breeds hatred and violence. The key is a sense of future. Because every young woman and man must feel part of a single humanity.
We must recognise and support their role as peacebuilders, as activists, as entrepreneurs, as change-makers.
This is how we will build resilience.
This is UNESCO’s role – to nurture skills and capabilities, strengthen education for global citizenship, build dialogue across cultures, protect humanity’s shared heritage.
These goals guide UNESCO’s Networks of Mediterranean Youth Project, with the support of the European Union, in 10 countries across the Mediterranean, including Jordan – to recognise and support youth civic and media engagement.
These goals underpin the #unite4heritage campaign I launched in Baghdad this March, to counter the propaganda of hatred -- to engage with young women and men to protect humanity’s heritage.
This is the importance of UNESCO’s Education Response to the Syria Crisis, led forward in Jordan, in Iraq, Lebanon and Syria. Let me highlight here the leadership of Mr Ahmad Alhendawi, the Secretary-General Envoy on Youth, to connect the dots on action for youth. I see the same spirit underpinning the draft Amman Declaration, for young women and men to be the leaders we need today for tomorrow. The world talks about ‘youth’ as if it were a single group.

It isn’t.
You aren’t.
Each of you is unique.
You come from different countries, different backgrounds.
Each of you shares the same conviction.
The conviction that your voice matters for shaping a better future for all.
UNESCO stands with you.
The world needs your voice more than ever before.

This will be the spirit of the 9th UNESCO Youth Forum, on 26-28 October, before the UNESCO General Conference and the 21st session of the Conference of the Parties to the UN Framework Convention on Climate Change.
Irina Bokovo