sabato 23 gennaio 2010

scossa di coscienza

Sconvolto dagli effetti apocalittici del terremoto di Haiti, sono andato in cerca di informazioni per scoprire com'era la vita nell'isola, fino all'altro ieri. Ho appreso che l'ottanta per cento degli haitiani vive (viveva) con meno di un dollaro al giorno. Che il novanta per cento abita (abitava) in baracche senza acqua potabile né elettricità. Che l'aspettativa di vita è (era) di 50 anni. Che un bambino su tre non raggiunge (raggiungeva) i 5 anni. E che, degli altri due, uno ha (aveva) la certezza pressoché assoluta di essere venduto come schiavo.

Se questa è (era) la vita, mi chiedo se sia poi tanto peggio la morte. Ma soprattutto mi chiedo perché la loro morte mi sconvolga tanto, mentre della loro vita non mi è mai importato un granché. So bene che non possiamo dilaniarci per tutto il dolore del mondo e che persino i santi sono costretti a selezionare i loro slanci di compassione. Eppure non posso fare a meno di riflettere sull'incongruenza di una situazione che - complice la potenza evocativa delle immagini - mi induce a piangere per un bambino sepolto sotto i detriti, senza pensare che si tratta dello stesso bambino affamato che aveva trascorso le ultime settimane a morire a rate su quella stessa strada. Così mi viene il sospetto che a straziarmi il cuore non sia la sofferenza degli haitiani, che esisteva già prima, ma il timore che una catastrofe del genere possa un giorno colpire anche qui. Non la solidarietà rispetto alle condizioni allucinanti del loro vivere, ma la paura che possa toccare anche a me il loro morire.

Massimo Gramellini



martedì 19 gennaio 2010

In dialogo sulla BIOETICA



Riceviamo da Tours(Francia) la trascrizione di un interessante dialogo tra Michel Teboul e Catherine Belzung sul tema della Bioetica.

Catherine, di fede cattolica, è Docente di “Biologia delle emozioni” all’Università di Tours, Michel, ateo ,è medico ginecologo-ostetrico alla Maternità di Lilas (93) e responsabile del Centro di Ortogenia dell’Ospedale Broussais (Parigi 14°).

Il dibattito si è svolto in un incontro promosso a Tours dal “Gruppo del dialogo con persone di convinzioni non religiose” del Movimento dei Focolari.

Nel testo vengono indicate le affermazioni di Catherine e di Michel. Le altre parti sono, indifferentemente, dette dall’uno o dall’altro.


Introduzione

Per cominciare, qualche parola per spiegare ciò che vogliamo fare: non un dibattito appassionato sulla bioetica, ma portare la nostra esperienza su come si possa dialogare in modo costruttivo e rispettoso quando, in un campo così coinvolgente da un punto di vista emotivo come quello della bioetica, si hanno punti di vista differenti.

Dialoghiamo fra di noi da molto tempo e desideriamo offrire questa esperienza che ci ha indotti ad elaborare alcuni principi necessari al dialogo, e qui citeremo i cinque punti principali, che in seguito illustreremo: 1) è un dialogo, non un monologo; 2) questo dialogo è fondato su ciò che i cristiani chiamano “amore” e che le persone senza fede religiosa chiamano “rispetto, benevolenza”; 3) è un dialogo che implica l’apertura all’altro; 4) altro punto fondamentale: ognuno mantiene la propria identità; 5) infine una questione metodologica: si comincia a dialogare su valori comuni poi, in un secondo tempo, su valori che ci separano.

  1. E’ un dialogo, non un monologo

Il termine dialogo potrebbe far pensare, a torto, che si tratti di un genere di dibattito in cui ciascuno argomenti e controargomenti sulle proprie posizioni ispirate dalle sue convinzioni religiose o non religiose. Ma in effetti non si tratta di questo. Il termine dialogo è qui inteso come un’esperienza di arricchimento reciproco, in cui ciascuno dona e riceve dall’altro i suoi argomenti, qualunque sia il suo punto di vista.

Michel : In questo dialogo non ho lo scopo di convincere a tutti i costi l’altro, né di fare mie le sue idee. E tuttavia non sarà soltanto uno scambio cortese e rispettoso che mi scivolerà addosso senza lasciare traccia. E’ invece importante per me comprendere la sua ottica, differente dalla mia, su queste cose. Questo sguardo mi interessa, mi arricchisce, chiarisce con altre sfaccettature di cui il mio pensiero si potrà nutrire, mi aiuta a comprendere ciò che nelle mie scelte risulta accettabile umanamente da tutti, e ciò che, al contrario, è dettato dalle mie convinzioni che non tutti condividono. Lo scopo del dialogo, per me, non è necessariamente raggiungere un accordo. Ogni scambio arricchisce: questo è vero per ogni dialogo. Nel centro di Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) che dirigo, passano in stage obbligatorio ostetriche o infermiere. Fra loro ci sono ovviamente persone le cui convinzioni religiose danno loro uno sguardo molto negativo sull’IGV. Le individuo molto rapidamente. Provo allora a costruire con loro un vero dialogo, non un monologo da insegnante ad allievo. Da questi scambi nasce spesso una visione delle cose più variegata. Lo scopo non è quello di convincerle, ma di portarle a non giudicare queste donne o queste coppie che scelgono l’IVG, a non pensare che c’è un unico percorso. Accade talvolta che queste studentesse siano tra le più felici fra quelle che passano nel Servizio, poiché si sentono ascoltate, comprese, rispettate. Quanto a me, questo dialogo mi porta ad avere un’ottica molto utile per alcune pazienti che hanno le mie stesse convinzioni, e mi proteggono da una troppo grande banalizzazione di atti, che, pur essendo parte del mio quotidiano, nondimeno sono molto intensi da un punto di vista emozionale o etico. D’altra parte, in quanto co-organizzatore a Parigi di un Diploma Universitario di “Regolazione delle nascite”, che in pratica significa contraccezione, aborto, è stato importante inserire nei corsi una relazione sulla visione del problema da parte di ogni grande religione monoteista: una religiosa domenicana, una donna rabbina, un pastore ed uno specialista dell’Islam hanno avuto un’ora e mezza ciascuno per esporre la visione della regolazione delle nascite nella loro religione. Ne è seguito un dialogo molto interessante con gli studenti.

Catherine : Anch’io parto arricchita dall’atteggiamento di Michel. Ciò per me significa superare una visione della società un po’ semplicistica con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Andare al di là di clichés ci porta a vedere le ragioni positive che sottostanno al modo di agire delle persone con convinzioni opposte. Così ho potuto percepire tutta la bellezza dell’impegno di Michel nel modo rispettoso con cui tratta le donne che fanno ricorso all’IVG, ed anche nella sua attitudine a realizzare compiti poco valorizzati nella pratica medica.

Questa disposizione interiore ha modificato anche la mia modalità di insegnamento (insegno biologia), rendendomi più attenta, quando nei miei corsi parlo di pratiche che pongono problemi etici (come la diagnostica pre-impianto); inoltre mi porta ad insegnare sempre in modo positivo e rispettoso della diversità delle correnti di pensiero e non soltanto del mio. Penso d’altronde che sia una delle specificità del mio lavoro universitario dare agli studenti gli spunti per riflettere in prima persona, conoscendo tutti i punti di vista possibili.

In tal modo, attraverso la diversità dei nostri modi d’essere e delle nostre disposizioni, ci arricchiamo vicendevolmente.

  1. Fondato sull’amore: l’arte di amare

Questo dialogo è fondato su ciò che i cristiani chiamano amore. Dunque non si può mai giudicare l’altro, anche se certe affermazioni potrebbero a priori sembrarci scioccanti. Non si può gettare l’anatema sull’altro pretendendo di possedere la verità. E’ un dialogo di vita, che non può esistere se, alla base, non c’è l’amore. Ma quando si parla di amore occorre subito sgombrare il campo da un equivoco, perché, agli occhi di molti, questo vocabolo amore ha un significato di sentimentalismo o di intimità che non ha nulla a che fare con la dinamica esigente e coinvolgente dei rapporti sociali. Qui si tratta di atti concreti e di attitudine interiore che altri potrebbero chiamare “rispetto” o “benevolenza”. In ogni caso è esclusa ogni forma di “proselitismo” (voler convertire l’altro o, quanto meno, portarlo alle proprie convinzioni), poiché in tal caso non si tratta più di amore ma del desiderio di portare l’altro dalla propria parte.

Michel : Ho a lungo rimproverato ai cristiani con i quali dialogavo l’affermazione: “Almeno l’amore è un valore universale sul quale ci si può incontrare”, poiché pensavo che l’amore fosse un valore specificatamente cristiano. Poco a poco ho preso coscienza che anch’io amavo le pazienti delle quali mi occupavo, contrariamente a tutto ciò che mi avevano insegnato: una neutralità benevola senza investimento personale. Certamente, come diceva Catherine, occorre intendersi sulle parole, non si tratta di innamorarsi, né di credere che si divenga amici. Ma, per tutto il tempo in cui mi occupo di loro, esse contano realmente per me, e credo che il mio profondo desiderio di aiutarle a portare a termine il loro progetto, mi aiuti a fare le scelte giuste, anche da un punto di vista medico. Tuttavia, quando partecipo questo stato d’animo alle studentesse del corso, è talmente scioccante per loro sentir dire che si amano le proprie pazienti che io, ateo, devo precisare: “Nel senso in cui i cristiani dicono di amare il prossimo”.

Quanto al proselitismo, anche se, in questi anni di dialogo, siamo riusciti a liberarci di un certo proselitismo “frontale” (non proviamo più a “convertire” l’altro), può restarne uno più sottile, talvolta in buona fede, che costituisce ancora uno scoglio a questo dialogo: è quel credere che i propri valori siano universali, e questo non sempre è vero. Nel mio lavoro si capisce che qualunque siano le nostre convinzioni, religiose o atee, in Francia siamo nati da una cultura giudaico-cristiana che ha foggiato i nostri valori. Com’è noto, in bioetica, anche quando difendiamo il diritto all’IVG o all’accompagnamento attivo della fine della vita, abbiamo coscienza che sono atti non banali, eticamente pesanti, ed abbiamo la tendenza a pensare che quest’ottica sia condivisa da tutti. L’incontro di professionisti o di pazienti dei Paesi dell’est o della Cina ci mostra che alcune culture guardano a questi stessi problemi con una leggerezza ed una banalità per noi sorprendenti, imbarazzanti, e ci portano a comprendere quanto i nostri valori sono solo nostri, e non valori universali.

Catherine : Su quest’ultimo punto occorre essere molto attenti. Talvolta infatti il nostro atteggiamento di proseliti si applica non al discorso di fede ma a quello sui valori: posso aver perso la voglia di convertire l’altro alla mia fede religiosa senza aver perso quella di convincerlo dell’universalità di alcuni valori del cristianesimo. Le cose sono sottili talvolta, e può esserci la tentazione di svalutare la posizione dell’altro, dando esempi caricaturali, che si riferiscono in special modo ad alcuni casi manifesti. Vivo molto questo aspetto e abbiamo spesso discussioni molto profonde sui valori in questione. Ciò mi induce a fare uno sforzo di definizione: che cosa intendo per “amore”, per “solidarietà”, ecc…?

D’altronde, poiché sono convinta che non c’è desiderio di proselitismo nei miei amici non credenti, posso anch’io non essere sulla difensiva, e dunque espormi, con le mie incertezze, talvolta con le mie incoerenze, poiché sono sicura dell’amore di questi amici. Si tratta davvero di una reciproca fiducia e questo è prioritario. Siamo in una società democratica, che ha come preciso obiettivo di far vivere insieme pacificamente persone di opposte convinzioni. L’assenza di proselitismo permette di ben articolare questi aspetti.

Riguardo a ciò che afferma Michel sulla necessità di abbandonare l’idea che i nostri valori siano universali, devo dire che questa tentazione emerge molto facilmente negli scambi sulla bioetica o sull’aborto. Per esempio, i cristiani che si oppongono alla pratica dell’IVG sono spesso tentati di fare ricorso a idee del genere: ”L’embrione è vivo dalla fecondazione, è scientificamente dimostrato”. Ciò suggerisce il concetto di bene universale, poiché fondato sulla scienza. Ora, è chiaro che la scienza manca di strumenti concettuali per definire una persona, criterio che sarebbe qui pertinente (piuttosto che il criterio “vivente”, perché anche le piante sono viventi). Dunque scientificamente non si può dimostrare che l’embrione in quello stadio sia una persona. La vera ragione per cui, in quanto cristiana, mi oppongo all’IVG è il pensare che, dal momento del suo concepimento, l’embrione è un’espressione di Dio, è amato da Dio. La mia idea dell’embrione, del rispetto al quale ha diritto, deriva da quest’idea, e non da un’idea scientificamente dimostrata. Non posso dire che quest’idea abbia un carattere universale; ha senso solo per i credenti.

  1. L’apertura all’altro

Come dice il filosofo Theodor Adorno, “ Non c’è amore che non si diffonda come un’eco”. Si ascolta dunque l’altro con un’apertura totale a ciò che può portarci, con un atteggiamento di totale benevolenza. Non si tratta di una semplice tolleranza, che non sarebbe altro che un’accettazione di ciò che ci divide, si tratta piuttosto di provare a comprendere realmente su cosa si fondi la proposta dell’altro per arricchirsene.

Questo permette che la nostra coscienza si arricchisca degli argomenti dell’altro, ed acquisiamo una coscienza affinata dall’altro, dalla sua cultura e dalle sue opinioni.

Poiché ciascuno è unico viviamo dalla mattina alla sera con la diversità degli altri. Come reagire? Come se fossimo il centro del mondo ed avessimo sempre ragione? Divenire marionette stupide, manipolate dalle idee dominanti del nostro ambiente culturale: sarebbe in entrambi i casi una malattia o una presunzione esagerata e poco intelligente.

Di conseguenza, o ci si scontra con l’altro, o lo si ignora, o gli si va incontro. Il nostro dialogo mira all’unità, vedendo nella diversità una possibilità di arricchimento. Per fare ciò bisogna andare incontro all’altro. Un autore diceva: “Occorre mettersi nella pelle dell’altro, camminare con le sue scarpe, vedere il mondo con i suoi occhi”. Bisogna dunque far cadere i nostri pregiudizi, accogliere l’altro con uno spirito di apertura. Atenagora diceva: “Bisogna arrivare a deporre le armi. Ho combattuto questa guerra per anni ed è stato terribile, ma ora sono disarmato. Non ho più paura di nulla, perché l’amore caccia la paura. Sono disarmato della volontà di avere ragione, di giustificarmi squalificando gli altri; non sono più sulla difensiva, gelosamente ripiegato sulle mie ricchezze. Ora accolgo e condivido.”

Michel : Nel mio lavoro di ginecologo provo quotidianamente la necessità di aprirmi all’altro che è unico e sempre diverso da me. La medicina procede troppo spesso con un monologo. L’esigenza di dialogo obbliga a considerare l’altro in tutta la sua dimensione, tenendo conto dei suoi valori. Particolarmente nella mia specialità (ginecologia-ostetricia), si toccano argomenti in cui le convinzioni degli uni o degli altri influenzano molto le decisioni. Così sono molto colpito, per esempio, che oggi una donna con più di 38 anni, che rifiuta l’amniocentesi, si faccia spesso trattare da pazza da medici troppo rigidi, in quanto la scienza permette loro di fare questa indagine sul mongolismo che in caso di anomalia porterebbe ad un’interruzione della gravidanza. Sebbene in quanto ateo pensi che l’amniocentesi costituisca un reale progresso, occorre che mi cali nelle convinzioni dell’altro, che mi “faccia uno” con lui, si direbbe qui, quando bisogna accompagnare una donna cristiana nel suo desiderio di accogliere la vita a qualunque costo, senza opporle norme mediche che prevaricherebbero la sua visione delle cose, né abbandonarla alle sue scelte senza alcun aiuto. Devo aiutarla a percorrere la sua strada, senza imporle la mia, ma anche senza lasciarla sola con i dubbi e i timori causati dalle sue scelte etiche. Ho l’impressione che questo non sia per me difficile e che derivi dalla mia concezione profonda di questo lavoro. Ma sarebbe la stessa cosa se non avessi sposato una cristiana, se non fossi stato nutrito da 25 anni da esperienze forti di dialogo?

Catherine : Per quanto mi riguarda, questo significa essere completamente aperta e cercare di comprendere sempre le motivazioni positive dell’altro, dietro ciò che a priori mi può sembrare molto negativo. Ciò significa anche essere in ascolto e non giudicare. Per esempio, un giorno un’amica mi ha detto di aver fatto ricorso all’IVG. In un primo tempo mi aveva annunciato con gioia la sua gravidanza e ne conoscevo la scadenza. Il mio atteggiamento è stato quello di ascoltarla fino in fondo, fino a far emergere il positivo nelle sue motivazioni. Ho così potuto vedere che il suo atto non era legato all’egoismo, ma ad un desiderio profondo di evitare che questo bambino fosse infelice (le persone del suo ambiente l’avevano convinta che non sarebbe stata capace di allevare un bambino). Il giorno previsto per l’interruzione, ho preso il coraggio a due mani e le ho telefonato, nella certezza che quel giorno aveva bisogno di ascolto. Non per evocare esplicitamente l’evento, quasi un rimprovero per ciò che aveva fatto, ma solo per esserle vicina e per manifestarglielo. Ne è stata molto felice, e mi ha detto che fra le persone che l’avevano incoraggiata nel cammino dell’IVG nessuna aveva pensato di chiamarla quel giorno che era per lei fortemente simbolico.

  1. Ognuno mantiene la propria identità

Altro punto fondamentale: ognuno mantiene la sua identità e la vede anzi rinforzata. Il credente resta credente, l’ateo resta ateo, l’agnostico resta agnostico, ecc… Non si tratta certo di creare un genere di unità artificiosa e composita nella quale ognuno sia un po’ anche l’altro. Siamo lontani da ogni sincretismo, da ogni tentativo di mescolanza, di assimilazione dell’altro al proprio sistema di pensiero o di vago consenso.

Quando si vive il dialogo può nascere un dubbio: “Aprendosi agli altri e cercando di comprenderli non si rischia di perdere la propria identità e la propria fede?”

No, non si tratta di rinunciare alla propria identità, né di elaborare un sincretismo superficiale (ovvero una combinazione più o meno artificiosa di elementi appartenenti a diverse dottrine religiose nel desiderio di arrivare ad un’unificazione religiosa), o una sorta di compromesso relativista in cui si dica che tutte le fedi si equivalgono, provocando una vera confusione. Infatti una vera apertura rispetta l’identità dell’altro. Anche in psicologia, si sa che solo colui che è cosciente della propria identità, che si riconosce e riconosce gli altri, sarà in seguito capace di aprirsi agli altri. Questo ascolto reciproco richiede una grande onestà intellettuale. Ciascuno conserva la propria identità quando si impegna ad agire nel rispetto profondo della sua coscienza e di quella dell’altro. E’ un’identità che rappresenta non solo il rispetto dell’altro, ma anche l’apertura nei suoi confronti. Thomas Merton dice: “ L’amore vero comincia dalla volontà di lasciare che gli altri siano completamente se stessi. Se non li amiamo per ciò che sono, di che amore si tratta?” (Thomas Merton). E Chiara Lubich afferma: “Il dialogo è tutt’altra cosa dalla tolleranza, è un arricchimento reciproco, un desiderio di bene per l’altro, un sentirsi fratelli, un cercare la fraternità universale su questa terra… “

Michel : Per me è molto importante che nel dialogo ognuno conservi la propria identità, che lo scopo non sia che tutti si riuniscano in una specie di mutuo consenso. Ho appena detto che un ostacolo al dialogo sarebbe considerare i propri valori come universali, nello stesso modo trovo che ci sia il rischio inverso: non sapere più osare appoggiarsi sui propri valori è un ostacolo altrettanto importante.

Nella mia esperienza di coppia, sposato ad una cristiana, vedo questo quotidianamente. Non è questione di nascondere le nostre differenze, anche se questo talvolta porta a discussioni piuttosto animate. Per me è un arricchimento essere sposato con una cristiana, ha allargato molto le mie vedute, mi ha impedito di cadere in pregiudizi antireligiosi diffusi nell’ambiente in cui viviamo. E questo ha forse obbligato lei a non vivere una fede un po’ sonnacchiosa e confortevole, a non diventare, per iperbole, una bigotta. Mia moglie usa spesso un’immagine che trovo molto efficace: quando la casa è su pilastri occorre che ogni pilastro mantenga ben saldo il suo posto. Se tendono troppo l’uno verso l’altro la casa crolla. Non ho avuto nessun problema ad augurarmi che Antoine, nostro figlio, fosse battezzato e avesse un’educazione cristiana, spiegandogli che non condividevo questa fede, ma trovavo nell’educazione cristiana una morale che coincideva con la mia in molti punti.

Nel reparto di Maternità in cui lavoriamo insieme, che ha un passato di sinistra post-sessantottina, ed ha sempre militato per il diritto all’IVG, praticamente sono tutti atei. Quando ho proposto a mia moglie, più di vent’anni fa, di lavorare nell’équipe, non ha centrato la sua attenzione su questo, ma ha anzi osservato quanto le coppie fossero trattate con rispetto, quanto facessimo una medicina prendendo il tempo di personalizzare le decisioni, di aiutare le persone a vivere i propri progetti, ecc… Malgrado le sue divergenze su alcuni punti ha pensato che “ciò che ci avvicinava era più forte di ciò che ci divideva”. Ma durante il suo lavoro, lei non ha fatto mistero della sua fede e del suo rifiuto di partecipare alle IVG. Ciò ha posto raramente dei problemi; al contrario le sue convinzioni hanno talvolta fatto di lei la referente alla quale si indirizzava una donna credente che viveva nella Maternità avvenimenti dolorosi.

Catherine : Certo, io conservo assolutamente le mie convinzioni. Ma la mia coscienza è arricchita anche dalle ragioni dell’altro, e questo l’ha in qualche modo allargata. Questa apertura all’altro ha avuto bisogno di un avanzamento nella sfera razionale. Infatti in caso contrario si rischia di restare nella sfera affettiva, cosa che ci induce a non sentire più la necessità di trovare motivi razionali ai nostri atteggiamenti. Quando si dialoga io resto nelle mie convinzioni: fare una IVG, un’eutanasia o una diagnostica pre-impianto (che può arrivare a una selezione di embrioni) rimane per me interrompere la vita di qualcuno, secondo la nostra definizione di essere vivente. La mia morale continua a rifiutare questo atto perché il progetto di Dio su questo essere vivente dà alla sua vita un carattere di sacralità ed un valore intrinseco.

5 . Cercare ciò che ci unisce, mettere in evidenza il positivo, i valori umani fondamentali

Infine una questione di metodologia. Si comincia a dialogare su valori comuni che, in bioetica, potrebbero essere il rispetto della dignità, l’ascolto della domanda di pazienti o utenti, il lavoro in équipe ecc… Solo in un secondo tempo, una volta stabilita la fiducia e acquisita la certezza che i valori degli altri sono, in fondo, positivi, dialoghiamo anche su valori che ci separano, come per esempio, sempre in bioetica, l’aiuto alla fine della vita o l’interruzione di gravidanza. Una caratteristica di questo dialogo è dunque cercare ciò che ci unisce prima di ciò che ci divide. Posare lo sguardo con forza e decisione sugli aspetti positivi che possono essere individuati in ogni convinzione e posizione. Ciò non significa non essere coscienti degli aspetti negativi o degli errori talvolta tragici compiuti da individui, gruppi, regimi politici… E’ importante affermare che certe tragedie non devono più ripetersi… Ma è più costruttivo e intelligente guardare avanti insieme, capaci di dialogare anche su ciò che ci separa.

Michel : Non bisogna credere che in bioetica tutto separi i credenti dagli atei. E’ evidente che gli obiettivi di tutti sono gli stessi: aiutare le persone che hanno fatto ricorso a noi, nel più grande rispetto possibile di ciò che sono, che domandano, e di ciò che sono pronte a vivere.

Il dialogo può cominciare con l’enunciare perché si pensa che tale atteggiamento, a priori scioccante per l’altro, è in effetti animato per noi da un reale desiderio di aiutarlo e in che cosa le convinzioni dell’altro, che a priori rifiutiamo, sono animate dallo stesso desiderio.

Una volta conferita all’altro la fiducia di questo prerequisito favorevole, si può cominciare a enunciare ciò che ci separa, e cercare di comprendere, pressoché dall’interno, le scelte dell’altro. Così, nella mia collaborazione con tante persone di convinzioni religiose, ho partecipato a soggiorni di riflessione, a congressi internazionali a Roma, a preparazioni al matrimonio, a incontri di coppia, ecc…

Fino a non molto tempo fa facevo attenzione ad affrontare solo valori che condividevamo come la fraternità, il perdono ecc… Poi con l’aiuto della fiducia reciproca, quando ad un incontro di coppie abbastanza giovani dovevamo parlare, con mia moglie, dell’impegno sotto ogni forma (professionale, militante, associativa…) e del peso che questo ha sulla vita di coppia, abbiamo deciso insieme che io avrei parlato del mio impegno professionale del momento, che era aver preso la Direzione del più grande centro di IGV di Parigi.

Avevamo un po’ paura di affrontare questo argomento, ma forti della nostra esperienza di dialogo insieme da più di 20 anni, questo ci ha concesso di non instaurare un dibattito sterile per o contro l’IVG, ma di restare nel tema dell’incontro: in che cosa un impegno professionale molto coinvolgente si ripercuote sulla vita familiare.

Catherine : sempre nei nostri scambi abbiamo parlato prima di tutto di ciò che ci univa come la pace, la giustizia, la solidarietà, la fraternità. Per esempio abbiamo fatto una riflessione in campo politico: quale programma politico bisognerebbe costruire per promuovere la fraternità? Abbiamo anche avuto degli scambi nei quali ci interrogavamo sull’universalità di alcuni di questi valori (per esempio, il perdono è un valore tipicamente cristiano?) e su ciò che fonda questi valori (per esempio la coscienza).

Partendo da lì, abbiamo poi potuto prendere in considerazione punti sui quali avevamo delle divergenze, ma coscienti del fatto che le opinioni delle persone non credenti nel campo della bioetica sono in effetti guidate da valori positivi quali la solidarietà, il rispetto del desiderio dell’altro, il desiderio di non rendere infelice qualcuno. Questi sono valori che abbiamo in comune, ma possono portarci a scelte differenti.

Ora, l’essenziale non è proprio in questi valori e nelle scelte che ci spingono a fare?

Conclusioni

Il nostro dialogo mi sembra dunque vitale e necessario, per creare un legame sociale pacato. Questi scambi ci permettono di costruire legami fraterni al di là delle nostre differenze di convinzione, ma senza nemmeno negarle. In effetti spesso, per conservare legami di amicizia, ci si può accontentare di parlare solo di ciò che ci unisce. Si è allora certi di non cadere nel conflitto ma, nello stesso tempo, si può davvero parlare di amicizia quando ci tocca passare sotto silenzio una parte di noi, quando certi scambi sono tabù? Una relazione così sarebbe falsa. I nostri scambi ci permettono di progredire in un legame fraterno ed amicale vero, perché senza tabù.


foto 1: Chaterine Belzung e Michel Teboul durante il dibattito

foto 2. Tours: Le Chateaux

foto 3: Le Jarden du Chateaux

foto 4: Le Vieux

foto 5: L'Hotel de Ville



martedì 5 gennaio 2010

In dialogo con Alessio Boni


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Dopo anni di serio e tenace impegno, Alessio Boni raccoglie oggi in tutto il mondo un meritato successo e importanti riconoscimenti. Tra questi il “Premio Fraternità – Città di Benevento 2008” promosso dai Gruppi del Dialogo della Campania, Puglia e Basilicata. Significativa la frase che egli cita per presentare il suo lavoro: “Un attore ha il dovere di afferrare il pieno significato della vita”. Di conseguenza ogni sua interpretazione è una ricerca senza risparmio, perché è in gioco sempre la possibilità di donare all’umanità questi frammenti di significato. Riportiamo l’intervista che ha voluto concederci ultimamente.

Una delle tue performance più significative è stata certamente l’interpretazione di Andrej Bolkonskij in Guerra e Pace di Robert Dornhelm, dal capolavoro di Toltoj, con un cast internazionale di rilievo. Ma anche un’esperienza fondamentale nel tuo percorso.
Beh, devo dire grande esperienza, perché recitare accanto ai russi, polacchi, austriaci, italiani, tedeschi francesi, spagnoli e inglesi amplia tantissimo il tuo modo di vedere e di ciò che pensi tu della recitazione…Sono lezioni di vita che arricchiscono immensamente se si è pronti ad accoglierle e non solo dal punto di vista professionale.
Quale è stato il tuo approccio con l’interiore complessità del principe Andrej?
Andrej Bolkonskij è stato un osso duro…un uomo che reprime i suoi sentimenti per la severa educazione ricevuta, e dove l’onore e la patria hanno la priorità assoluta di fronte a qualsiasi cosa, anche davanti alla famiglia stessa. Affronta la guerra in prima persona, rimane ferito e si rende conto di quanto sia insulso ed inutile qualsiasi scontro bellico: vite e beni sacrificati ad un fine inutile. Ed ecco che l’uomo fuoriesce dalla livrea di principe, si avvicina a noi, ai nostri pensieri quotidiani e diventa una persona del nostro tempo e che potrebbe possedere il nostro sguardo…
Una forte richiamo a cercare la giustizia attraverso l’ardua strada della pace.
Grande messaggio per tutti: il cuore non può essere costipato e costretto dalla pura logica della razionalità…Quanto esso avverte è più forte di qualsiasi cosa
Da Andrei Bolkonskij al musicista Giacomo Puccini, passando per Caravaggio…
Dopo la straordinaria emozione vissuta nell’interpretare l’inquieto e tormentato personaggio del pittore Caravaggio, mi sono trovato davanti il copione di “Puccini”. Come entrare nella vita del geniale musicista? Ho cercato di leggere tutto, mi sono tuffato negli archivi ,ho visto i lavori su di lui, tutti i documenti possibili, sono stato nella sua città, nei posti dove ha vissuto, mi sono fatto travolgere dalla sua musica….
Penso che il dramma intimo e mai domato di Puccini tra l’idea e la bellezza reale, tra la furia dell’ispirazione e la resa artistica abbiano trovato nella tua interpretazione un’unità altissima, resa con sensibilità espressiva e scavo psicologico. Ci hai fatto vedere la fragilità dell’uomo e la grandezza del genio, l’intima e mai domata sofferenza del vivere, esorcizzata spesso in quell’aspetto di gaudente e di sfrenata voglia di vivere… A distanza, cosa ha lasciato in te il personaggio Puccini?
Intanto la conoscenza di un uomo che mi era lontano. Poi ho compreso in profondità l’ispirazione della sua arte. Avendo perso il padre a 6 anni, la sua vita è stata dominata dalla presenza femminile, in particolare dalla mamma, una donna forte, gagliarda, laboriosa e intrepida. L’universo femminile diventa l’essenza della sua vita. Le sue opere sono sempre ispirate da un personaggio femminile e sono tutte metafore della forza della donna, nel cui rapporto egli cercava forse quella sicurezza che gli era mancata.
Nel 2009 il film Complici del Silenzio di Stefano Incerti, un’avventura tematica e geografica di cui sei stato protagonista.
Quando mi sono trovato tra le mani la sceneggiatura siglata da Incerti e Rocco Oppedisano, mi sono detto: “Qui si va in profondità nella Storia, in uno dei drammi più grandi vissuti da un popolo: la scomparsa di uomini e donne accusati ingiustamente da un regime totalitario, i Desaparecidos.”
Ancora il tema del male che si nasconde dietro l’apparente calma della realtà.
Ancora una volta il mascheramento, e dietro quella maschera una folle mattanza di uomini. Un film che potrà aiutarci a capire che bisogna sempre impegnarsi per migliorare i rapporti sociali. Quando incontro i giovanissimi dico loro una cosa sola: “Cercate di diventare persone di valore. In qualsiasi campo andrete a lavorare non cercate ad ogni costo il successo o il potere! Cambierete in tal modo la società in cui vivete…la renderete più umana e vivibile. E’ un clic mentale piccolissimo ma enorme nei suoi effetti.
Da Complici del silenzio ad un testo contemporaneo Il Dio della carneficina della drammaturga francese Yasmina Reza, attualmente nei più importanti teatri italiani.
Dopo tanti film in costume avevo esigenza di un testo teatrale che avesse a che fare con l’oggi della nostra società. Grazie al regista Roberto Andò leggo “Il Dio della carneficina”, dove con persistente ironia e leggerezza si entra in certe situazioni, apparentemente tranquill, ma che nascondono conflittualità inconsce, violenza di pensiero, ipocrisia.
Una storia ed un personaggio molto diversi da quelli finora interpretati.
Sono stato colpito prima di tutto dalla scrittura: parole forti, dure, dirette. Per una lite tra due ragazzi due coppie di genitori si incontrano e, parola dopo parola, rompono gli argini, cadono le maschere: comincia la “carneficina”, apparentemente comica e ricca di ilarità – il pubblico infatti ride - , ma in realtà si entra nella complessa mostruosità di pensiero dei personaggi, resi stupendamente da Silvio Orlando, Anna Bonaiuto e Michela Cescon .
Come viene accolto questo testo dal pubblico italiano?
La reazione del pubblico è di sorprendente complicità: esorcizza la paradossale situazione ridendo, ma alla fine, uscendo dal teatro, è soddisfatto e pensoso. Intravedono quello che manca…e di cui abbiamo necessità… Come sempre è la grande magia del teatro che ti porta in maniera diretta e immediata a ripensare la tua vita.

Foto 1. L’attore Alessio Boni
Foto 2. Alessio Boni nei panni di Andrei Bolkonskij
Foto 3. Anna Bonaiuto, Michela Cescon, Alessio Boni, Roberto Andò e Silvio Orlando durante le prove de Il Dio della carneficina