sabato 28 luglio 2018

Fedeltà nell'amare


       

      Siamo consapevoli di non essere a volte molto stabili nel nostro impegno, seppur sincero, di amare i fratelli, ma sappiamo che la fedeltà è qualcosa di caratteristico dell’amore che ci aiuta sempre, al di là delle nostre capacità. Con questa gioiosa certezza possiamo alzare lo sguardo del nostro limitato orizzonte e rimetterci ogni giorno in cammino.
      Avere uno sguardo di amore verso l’umanità fa anche emergere un meraviglioso disegno di fraternità.  E ci sono numerosi maestri che hanno testimoniato la loro fiducia nell’amore manifestandola con atti concreti, e soprattutto, con l’esempio della loro vita. Questi grandi maestri ci hanno svelato che la vocazione di ogni uomo e di ogni donna è quello di contribuire all’edificazione di rapporti di accoglienza e di dialogo.
      Come vivere l’IDEA DI QUESTO MESE?
     Chiara Lubich invitava ad avere un cuore di madre: “Una madre accoglie sempre, aiuta sempre, spera sempre, tutto copre. (.). Se noi avessimo il cuore di una madre,  (.) saremmo pronti ad amare gli altri in tutte le circostanze e a mantenere vivo l’amore in noi (.), ameremmo tutti e non soltanto i membri del nostro circolo ristretto, ma anche tutti gli altri.  (.). Tutti gli uomini di buona volontà ed ogni uomo che abita questa terra”
      Una giovane moglie che iniziò a vivire il Vangelo nella sua famiglia ci racconta:  “provai una gioia mai prima sperimentata ed il desiderio di versare questo amore al di là delle quattro pareti di casa.  E fu così che corsi in ospedale per incontrare la moglie di un collega che aveva cercato di suicidarsi.  Era da tempo che conoscevo le sue difficoltà, ma occupata com’ero nei miei problema non mi ero interessata di lei.  Ma in quel momento sentii come proprio il suo dolore e non ebbi  pace finché non si risolse la situazione che l’aveva condotto a quel gesto estremo.  Questo episodio ha segnato per me l’inizio di un cambiamento di mentalità.  Mi ha permesso di comprendere che se amo posso essere per colui che mi sta accanto un riflesso, pur piccolo, dello stesso amore eterno”.
      E se anche noi, sostenuti dall’amore fedele di madre, adottassimo questo atteggiamento interiore di fronte a tutti quelli che incontriamo durante la giornata?


Claude Larrique




  
  

Sindrome di Down:"Come spiegare ai bambini la diversità" di Martina Fuga

Foto di Martina Fuga

In un colloquio con gli insegnanti di Emma ci siamo chiesti come spiegare ai compagni della sindrome di Down. Dal primo giorno gli insegnati hanno cercato di trasmettere il concetto che Emma non è una bambina diversa dagli altri, ma abbiamo capito che non funziona. Come non funziona? Emma non è una bambina diversa dagli altri, perché non funziona?

Non funziona perché i bambini sono più intelligenti di noi e vedono che è diversa: è diversa perché parla in modo strano, perché ha dei tratti somatici particolari, e perché fa più fatica di loro in moltissime cose, quasi tutte, infine è diversa perché viene gestita dagli insegnanti in modo diverso. I compagni lo dicono chiaramente: “Ci dici che è come noi, poi tu la tratti in modo diverso: hai più pazienza, quando combina qualche pasticcio le dai tre avvertimenti invece di uno prima di metterle una nota o darle una punizione, quando ci fa un dispetto dobbiamo capire, ci può mettere più tempo a mangiare o a tornare dal bagno…” Più gli diciamo che è uguale a loro più si allunga la lista delle lamentele, più cresce il senso d’ingiustizia più si allontana il momento in cui Emma entrerà davvero in relazione con i suoi nuovi compagni.
Emma è una ragazzina come tutti gli altri? No, Emma è una ragazzina, ma è diversa. Emma è Emma e bastacome direbbe la mia amica Milena, che ci è arrivata molto prima di me. Lo è, come anche Cesare è Cesare e basta, così come Giulia, Paolo, Francesco, Andrea, Parth, Tuna, Angelina…
Sembra semplice ma non lo è, negare la sua diversità è una delle prime cose che ho fatto quando era piccola: “Emma è come tutti gli altri…”, lo ripetevo come un mantra rassicurante. In fondo allora non mi sbagliavo quando era piccola era davvero come tutti gli altri e forse anche ai compagni era giusto dire così, perché in fondo le differenze erano impercettibili, ma poi si cresce e nel crescere si definiscono le competenze, le debolezze, le identità. E’ giunto il momento di guardare in faccia la diversità.

Mi perdonino i neo genitori che stanno vivendo questa fase. Non è una critica nei loro confronti, l’ho passata anch’io ed è giusto che ogni fase venga vissuta nella sua pienezza. Ma davvero credo che ora sia tutto diverso. 
Non mi sento più di dire che Emma non è diversa. Mi sento di dire che essere diversi è normale, che essere diversi ha in sé qualcosa di potente, perché essere diversi è quello che ci definisce e ci rende unici. E questa diversità va cercata, scoperta, valorizzata, amata. 
Quello che definisce chi è Emma o un bambino con disabilità non è quello che riesce a fare rispetto ad un coetaneo o rispetto ad un programma scolastico, ma è quello che lei è. Che ne sarebbe allora delle persone con disabilità più pesanti? I bambini che non parlano, i ragazzi che non riescono a raggiungere le autonomie, i bambini che non possono andare in una scuola inclusiva? Non sono forse bambini come tutti gli altri? E’ la loro disabilità forse che li definisce?
No, è quel qualcosa di unico e caratteristico che è la loro identità che per lo più solo i genitori, i fratelli, gli amici veri che entrano in relazione profonda con loro riescono a scoprire, riescono a vedere. Quelli che non negano la loro diversità, ma quelli che vanno a leggerci dentro e che una volta trovato quel qualcosa di unico che lo distingue, lo amano profondamente.

Allora cosa dire ai bambini a proposito di un compagno con la sindrome di Down o di un bambino disabile?

Oggi più che mai credo che si debba parlare ai bambini del valore della diversità e di come tutti noi siamo differenti. 
Cercherei di far scoprire loro cos’è quell’unicum che rende speciali ognuno di loro e che li rende diversi gli uni dagli altri, pezzi unici e straordinari di un unico puzzle.
Cercherei di spiegare la differenza tra la parola equo e uguale: i bambini per esempio provano un profondo senso di ingiustizia quando Emma prende lo stesso voto loro con una verifica diversa. Ebbene riuscire a spiegare loro che non si tratta di essere trattati in modo uguale, ma in modo equo sarebbe una grande conquista. Se il compagno disabile riesce a completare senza errori la verifica preparata per lui e calibrata sulle sue competenze e possibilità merita il 10, come tutti i compagni che hanno ottenuto il massimo nella loro verifica. Essere trattati in modo diverso a volte è giusto, è un concetto difficile da spiegare anche ai figli nella relazione con i fratelli, ma è un punto fondamentale che li renderà uomini e donne migliori da adulti. Cercherei di far capire cosa significhi davvero “inclusione”. Inclusione non significa che tutti siamo uguali e per questo dobbiamo stare insieme, ma significa che ognuno è diverso e ha il diritto di esprimere la propria individualità nella sua classe, nella sua comunità, nel suo paese, nel mondo, ma le sue caratteristiche e la sua persona vengono accettate e rispettate.

 Il compito di ognuno è di accettare l’altro com’è. Il che non significa “lasciarlo lì”, ma significa accoglierlo per quello che è, andargli incontro e cercare le strategie per incontrarlo davvero. Non si crea empatia negando la diversità.

Guardare in faccia la diversità, non negarla, permette di conoscerla e di non averne paura. A volte permette di riconoscersi altrettanto diverso in qualcosa e di sperimentare la diversità sulla propria pelle. Andare a scoprire cosa c’è di unico e speciale nell’altro oltre la diversità (e ora non parlo solo del compagno disabile, ma dell’altro più in generale) è un viaggio meraviglioso che permette di conoscere se stessi e gli altri davvero e di dare valore alla differenza. Accettare la diversità dell’altro e riconoscere le differenze come una risorsa per imparare, confrontarsi, crescere, migliorarsi permetterà ai ragazzi di entrare in una relazione vera l’uno con l’altro.

Martina Fuga

dal blog  https://imprevisti.wordpress.com






mercoledì 18 luglio 2018

Il dolore


Il dolore è un destino inesorabile, un'esperienza inevitabile da cui nessun essere umano può liberarsi. Pertanto dovremmo essere preparati per saperlo ricevere e non sfuggirlo cercando invano di negarlo tramite le più svariate strategie. E questo perché per superare il dolore non c'è altra strada possibile che quella di affrontarlo, guardarlo negli occhi, costi quel che costi.

Eduardo Roland

Eduard Roland, Un destino inesorabile, da Dialogo, dolore e...un confronto interdisciplinare tra persone con e senza riferimenti religiosi, Marino 2017

martedì 17 luglio 2018

Chiara Lubich: Il mio io è l'umanità

Chiara Lubich (1920-2008)
Io sento di vivere in me tutte le creature del mondo... realmente: perché il mio io è l'umanità con tutti gli uomini che furono e che saranno. La sento e la vivo questa realtà: perché sento nell'anima mia il gaudio del Cielo, sia l'angoscia dell'umanità.

Chiara Lubich

da Vida Rus, Postfazione al libro Dialogo, dolore e...Marino 2017

lunedì 16 luglio 2018

Fortunatamente ci sono i libri...

Josè Saramago (1922-2010)
Fortunatamente ci sono i libri. Possiamo dimenticarli su uno scaffale o in un baule, lasciarli in preda alla polvere e ai tarli, abbandonarli nel buio delle cantine, possiamo non posarvi lo sguardo per anni e anni, ma a loro non importa, aspettano tranquillamente, chiusi su se stessi perché nulla di ciò che contengono si perda, il momento che arriva sempre, quel giorno in cui ci domandiamo, Dove sarà quel libro che insegnava a cuocere la creta, e il libro, finalmente convocato, compare. 

Josè Saramago

domenica 15 luglio 2018

Religiosità laica

Norberto Bobbio (1909-2004)
un pensatore laico di profonda religiosità
Sembra che l'amore preesista alla religione e alla fede. Io per esempio concepisco la religiosità come l'esperienza originaria da cui hanno origine le religioni, e le religioni come l'insieme dei riti e delle pratiche liturgiche di un credo religioso. La religiosità è legata al sentimento del limite della vita e al suo mistero. Questo è, penso, il frammento di verità di cui sono depositario.
Un laico può vivere la dimensione senza approdare all'esperienza religiosa e senza aderire a nessun credo. La religiosità è per me l'esperienza del sacro, cioè l'esperienza della percezione di una soglia e di un significato della vita e del mondo inattingibili.
Nel dialogo tra persone di fede religiosa e persone di convinzioni non religiose si prospetta la religiosità come un aprirsi all'esperienza dell'amore, come una propensione ed insieme come un'opzione di vita che cerca relazioni positive centrate sull'amore.

Moreno Orazi

da Moreno Orazi, Quale Dio? in "Dialogo Dolore e..." Marino 2017

Ezio Bosso salvato dalla musica

Il Maestro Ezio Bosso




“La musica” dice “quando ero prigioniero del mio corpo, mi ha aiutato a guardare avanti, a scoprire dimensioni sconosciute dell’esistenza. E’ stato come un ricongiungermi a fatti che non conoscevo, scoprire parti della mia identità più autentica…Oggi l’idea principale che sta alla base del mio lavoro è l’attenzione all’uomo. L’esperienza musicale è sempre un’avventura umana, scambio di emozioni e di scoperte fra chi suona e chi ascolta. Siamo, per me, entrambi musicisti, anche se con funzioni diverse. In questa integrazione si diventa migliori”.

Mariapia Bonanate

Da Mariapia Bonanate, Il maaestro d’orchestra salvato dalla musica, Famiglia Cristiana 3 marzo 2013

sabato 14 luglio 2018

Nessuno possiede la verità


Il dialogo autentico ha a che fare con la verità, è sempre un approfondimento della verità, che ha bisogno di essere contemplata. La verità non è relativa, ma relazionale, ognuno mette in comune con gli altri la sua partecipazione alla verità, che è una per tutti.
Nella relazione ognuno scopre aspetti nuovi della verità, come se fossero suoi. “Relatività della verità” vuol dire invece che ognuno ha la sua verità.
Per i greci – ed io mi inserisco in quella tradizione – la verità è una, quella che è diversa è la partecipazione alla verità, perché nessuno possiede la verità, è lei che ci possiede. Questo vuol dire relazionalità.
La grande lotta di Socrate con i sofisti era proprio questa. Lui era convinto che la verità fosse una, il che non vuol dire che fosse uniforme, ma che tutti dovevamo partecipare con la maieutica alla verità.
Quindi dobbiamo concepire la differenza come un dono e non come pericolo


Jesùs Moran

da "Dialogo, Dolore e..." a cura del Centro del dialogo con persone di convinzioni non religiose "del Movimento dei Focolari . 1917

venerdì 13 luglio 2018

Benedetto Croce: La violenza


Benedetto Croce (1866-1952)


La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla.


Benedetto Croce

mercoledì 11 luglio 2018

Quando ci sentiamo deboli





      Tutti noi costatiamo permanentemente le nostre fragilità fisiche, psicologiche e spirituali, e vediamo attorno a noi un’umanità spesso sofferente e smarrita. Ci sentiamo deboli ed incapaci di risolvere quelle difficoltà, persino per affrontarle, e ci limitiamo almeno a non causare danno a nessuno.
      L’esperienza di Paolo di Tarso, al contrario, apre un orizzonte nuovo: riconoscendo ed accettando la nostra debolezza, possiamo donarci, cosí come siamo, per amore, e ció ci sosterrá  nel nostro cammino. Infatti, afferma: “Quando sono debole, è allora che sono forte”.
      A questo proposito, Chiara Lubich ha scritto: “La nostra ragione si ribella di fronte a tale affermazione, poiché vede in essa una  flagrante contraddizione o semplicemente un azzardato paradosso.  Invece, questa affermazione esprime una delle verita più alte…” Siamo forti precisamente quando sperimentiamo piú debolezza. Infatti, il libero pensatore Mahatma Gandhi, diceva: "L’amore è la forza dell’umile, ma è la più potente forza che il mondo ha a disposizione".
     Nella nostra debolezza, dunque, nell’esperienza della nostra fragilità si nasconde un’occasione unica: quella di sperimentare la forza dell’Amore (con maiuscola).
      E il paradosso dell’amore, così come lo vedevamo nell’idea del mese scorso: i miti sono i felici, perché lavorano per la pace.  


      Commentando quest’esperienza di Paolo, Chiara suggeriva: “L’opzione che come persone sagge dobbiamo fare è nel senso assolutamente contrario a ciò che di solito succede. E andare veramente controcorrente. L’ideale di vita del mondo in generale consiste nella ricerca del successo, del potere e del prestigio. Paolo, invece, ci dice che bisogna gloriarsi delle debolezze. Crediamo dunque  che l'amore tutto puó.  Per esso (…) possiamo essere certi di compiere opere che valgono, che irradiano un bene duraturo e che vanno incontro alle vere necessità degli individui e della collettività”.