martedì 31 gennaio 2017

Rutger Bregman: I leader non mi interessano

Rutger Bregman
I leader non mi interessano. I paesi non sono aziende in cui basta un Ceo carismatico a far funzionare tutto. E non penso a una rivoluzione: il XX secolo è stato pieno di sogni sfociati in dittature ideologiche. Una visione utopica dovrebbe essere realizzata lentamente…L’ndividuo cosa dovrebbe fare? Da solo nulla. Ma bisogna ricordare che insieme si può. C’è tanto ottimismo individuale e poco collettivo. Siamo stati educati così. Cambiare questa prospettiva sarebbe un inizio. E dovremmo smettere di fare i moralisti. Di mettere all’indice chi è bloccato dal sistema, dall’ignoranza, dalla povertà. Un mondo migliore non inizia con “te” ma con “noi”. Guardare gli altri con compassione –nel significato latino del termine – è il primo passo.

Leaders do not interest me. Countries are not companies in which it is enough to have charismatic CEO to make everything work. And I am not thinking of a revolution: the twentieth century was full of dreams which ended in ideological dictatorships. A utopian vision should be carried out slowly ... What should a person do? All alone nothing. However, one must remember that together we can. There is so much individual optimism and so little of the collective kind. That is the way we were brought up. To change this perspective would be a start. And we should stop being moralists. To blacklist those who are blocked by the system, by ignorance, by poverty. A better world does not begin with "you" but "we." Look at others with compassion – taken in the Latin meaning of the word – it is the first step.

Rutger Bregman


da Laura Traldi, Un'utopia più efficace di qualunque realtà.  D la Repubblica  21 gennaio 2017

giovedì 26 gennaio 2017

Martin Buber: Che significa accettare l'altro così come è?


Alessio Boni e Alessandro Haber  protagonisti della commedia "Il Visitatore"
di Eric Emmanuel Schmitt

Direi che ogni vera relazione esistenziale fra due persone inizi con l'accettazione. Per accettazione, intendo...la capacità di dire, o piuttosto di non dire, ma solo per farlo sentire all'altra persona, che io l'accetto così com'è. Ti accolgo così come sei.
Beh, così, ma non è ancora ciò che io intendo dire con l'idea di confermare l'altro, perché l'accettazione significa semplicemente accettare l'altro per com'è in quel momento, nella sua realtà attuale.
Confermare significa prima di tutto accettare tutte le potenzialità dell'altro e fare persino una distinzione decisiva nelle sue potenzialità, e naturalmente ci possiamo sbagliare più volte in questo processo, ma si tratta semplicemente di una opportunità fra esseri umani.
Posso più o meno riconoscere il lui la persona che è stata creata per diventare. Nella semplicità del linguaggio concreto non si riesce a trovare un termine adatto perché non troviamo in esso il vocabolo giusto, il concetto essere la persona che deve diventare.
Questo è ciò che dobbiamo cercare di afferrare il meglio possibile, se non al primo momento almeno in una fase successiva. 
E ora io non solo accetto l'altro così com'è, ma lo confermo in me stesso e poi in lui, in relazione a questa potenzialità che lui rappresenta, e che ora può essere sviluppata, può evolversi e rispondere alle realtà della vita. 
La persona può adoperarsi di più e di meno per questo obiettivo, ma anche io posso fare qualcosa. E questo con obiettivi persino più profondi dell'accettazione.
Prendiamo ad esempio un uomo e una donna, nella fattispecie marito e moglie. 
Il primo, anche se non espressamente, dice semplicemente nella sua totale relazione con lei: "Ti accetto così come sei". Ma questo non significa: "Non voglio che tu cambi", ma dice: "Grazie al mio amore ed alla mia accettazione scopro in te ciò che  sei destinata a diventare". 
Questo non è naturalmente qualcosa da esprimere con un enorme numero di parole. Ma potrebbe crescere sempre più negli anni di vita comune.

Martin Buber



da Dialoghi con Carl Rogers, Edizione La Meridiana, Molfetta (Bari)


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mercoledì 25 gennaio 2017

Luigi Santucci: uno scrittore originale

Luigi Santucci (1918-1999)
Abbiamo riletto il romanzo "Il velocifero" (Mondadori 1963), dello scrittore milanese Luigi Santucci, nel quale sono presenti personaggi di convinzioni religiose e personaggi di convinzioni non religiose, descritti con simpatia e sempre in dialogo tra loro. Riportiamo qui di seguito tre brani di questo romanzo ritenuto dalla critica  il suo capolavoro:


Il perdono

Perdonare non vuol dire soltanto condonare, rinunciare alla vendetta. C’è un perdono profondo e amoroso ch’è assai più dell’oblio: esso rifà nuova dentro di noi la persona che ci ha offesi, la va a pescare alle origini della su infanzia e ricomincia allegramente a giocare con lei.

La guerra

Penso che la guerra...quando tutto l’odio si raggruma nella sua forma più visibile e trionfante, e gli uomini si scannano a milioni... sia la passione di Gesù che si rivela ai popoli facendo a meno di manuali di devozione e dei nostri quaresimali. 

La santità

Che vuol dire essere santi se non questo: essere nati, essersi incontrati nel gioco meraviglioso della vita, aver riso insieme…Tutti santi, sì tutti.

Luigi Santucci


da Luigi Santucci, Il velocifero, Mondadori 1963









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martedì 24 gennaio 2017

TITO AMODEI: L'arte non è né religiosa né laica

Tito Amodei
L’arte è qualcosa che nasce dentro e va dove vuole. Se non fosse così non sarebbe arte. A ciascuno di noi spetta poi il modo in cui realizzarla.
Mi trovo a vivere due vite in una. Sono un artista e sono consacrato in una congregazione missionaria. E non faccio arte religiosa.
Provo un certo imbarazzo quando qualcuno mi dice: da te mi sarei aspettato che dipingessi i Santi, Gesù sulla croce o qualche scena edificante sulla Bibbia.
Lodevole, dico io, ma l’arte è un'altra cosa. L’arte non è né religiosa né laica. E’ solo arte. Vivaddio….Posso dirle che per me l’arte è il bisogno di possedere la materia attraverso le forme.
Sono tormentato a volte dalla presenza delle cose  e so che devo tradurrre il tormento in una forma che lo  plachi.
Mi dolgo per il modo in cui il clero è stato assente in tutti questi anni sui problemi dell’arte. Il Concilio Vaticano II aveva tentato un apertura… Provo una desolante depressione alla vista di certi santuari che pullulano di immaginette e oggettini melensi che intasano gli occhi e coinvolgono il cuore…Non credo che debba esistere un’arte sacra…. L’arte non ha bisogno di aggettivi che la qualifichino. Si immagina un pittore o un poeta che venga da lei e dica: sono un artista religioso? Scoppierebbe a ridere. Ma questo valer anche per quegli artisti che si definivano impegnati nel sociale.
Tito Amodei


da Tito Amodei: sono un frate e sono un pittore ma trovo di pessimo gusto l’arte sacra, di Antonio Gnoli La repubblica 27 dicembre 2015


sabato 21 gennaio 2017

Liliana Cavani: Una buona solitudine

Liliana Cavani


Finora non ho mai avuto paura della solitudine. Ma non sono mai stata obbligata a stare sola in un posto e magari avere paura. Non mi piacerebbe neanche esserci in un luogo simile, sicuramente non me lo vado a cercare. Mi piace la solitudine quando la scelgo, quando ne ho necessità, cosa che mi accade e allora diventa una solitudine necessaria e anche bella. E’ come l’aria che entra dalle finestre aperte di casa dopo che sono state chiuse. Una solitudine temporanea e scelta fa sempre molto bene, bisognerebbe prescriverla. È equilibrante soprattutto se si amano persone, perché si ha modo di pensarle meglio, più liberamente, di desiderare il loro bene davvero, cosa che non è sempre facile.

Liliana Cavani


da http://www.stateofmind.it/2015/06/liliana-cavani-intervista-infanzia-attualita/  Cristiana di San Marzano, Liliana Cavani: un viaggio dall’infanzia all’attualità della regista. State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche" 2015.


giovedì 19 gennaio 2017

William Wall: DONO

William Wall

DONO

Cosa posso darti se non una poesia?
Ho paura dei pericoli – riluttanza,
profanità – in attesa di momenti
propizi, una notte limpida, un periodo tranquillo. 
Le cose che alla lunga si semplificano,
reductio ad absurdum. Ma l’amore
mette la presa nella spina, & incolla
le parti & le forme, tenendoci insieme.

Ma, amore, ci sono violette, rondini, pietre,
& queste sono costanti di riferimento
& provano, a dispetto della logica, che esistono
doni al di fuori del nostro controllo, cose date
mai più da restituire, cose immediate
la cui essenza sta in loro stesse.


GIFT

What should I give you if not a poem?
I am fearful of dangers - reluctance,
profanity - awaiting propitious
moments, a clear night, a quiet time. Things
you will simplify in the long run,
reductio ad absurdum. But love
puts the tenon in the mortise, & glues
the parts & the frame, holding us together.

But, love, there are violets, swallows, stones,
& these are referential constants
& prove, in spite of logic, that there are
gifts not within our power, things given
never to be returned, immediate
things that have their beings in themselves.

WIlliam Wall


da Adele  D'Arcangelo, le liriche di William Wall tra passione poetica e slancio umano, Rivista Tratti, n.81- Anno XXV 2009


lunedì 16 gennaio 2017

Marshall B. Rosenberg: la comunicazione non violenta

Marshall B. Rosenberg (1934-2015)

La comunicazione non violenta si basa su abilità di linguaggio e di comunicazione che rafforzano la nostra capacità di rimanere umani, anche in situazioni difficili.
Non contiene nulla di nuovo: tutto quello che è stato integrato nella comunicazione non violenta è già noto da secoli. 
Il suo scopo è di farci ricordare ciò che già sappiamo - circa il modo in cui gli uomini sono fatti per relazionarsi tra loro - e di aiutarci a vivere in un modo che è manifestazione concreta di questa conoscenza.
La comunicazione non violenta ci guida nel ripensare il modo in cui esprimiamo noi stessi ed ascoltiamo gli altri.
Invece di limitarci ad avere reazioni automatiche, abituali, le nostre parole diventano risposte coscienti basate sulla solida consapevolezza di ciò che percepiamo, ciò che sentiamo e ciò che vogliamo.
Siamo perciò indotti ad esprimere noi stessi con onestà e chiarezza, allo stesso tempo prestando agli altri un'attenzione rispettosa ed empatica.
In ogni scambio, arriviamo così ad ascoltare i nostri bisogni più profondi e quelli degli altri.
La comunicazione non violenta ci prepara ad osservare attentamente e ad essere in grado di individuare i comportamenti e le condizioni che ci influenzano e ad articolare con chiarezza che cosa vogliamo concretamente in ogni situazione.
La forma è semplice e tuttavia capace di generare potenti trasformazioni

Marshall B. Rosenberg

da Marshall B. Rosemberg Le parole sono finestre (oppure muri) Edizioni Esserci Reggio Emilia




mercoledì 11 gennaio 2017

Zygmunt Bauman: Cosa intendiamo per libertà?

Zygmund Bauman (1925-2017)
“Ritegno che l’idea più giusta di libertà, la sua concezione più genuina, sia quella che valorizzi, innanzitutto, il diritto di scegliere che detiene ogni singolo individuo; che consideri, in secondo luogo, l’assunzione di responsabilità delle proprie scelte e delle conseguenze che esse provocano; che comprenda, infine, la speranza che tutto ciò che queste scelte comportano produrrà un miglioramento per la società. ­Si tratta, perciò, di una concezione della liber­tà che è basata sul dare piuttosto che sul prendere, sull’aggiungere piuttosto che sul sottrarre.”

 “I believe that the fairer idea of freedom, its most genuine understanding, is that which you value, above all, the right to choose which every individual holds and considers. In the second place, the taking up of the responsibility for one’s own choices and the consequences that they cause; including, ultimately, the hope that all these decisions will bring about an improvement insociety. Therefore, this consists of a conception of freedom which is based on giving rather than taking, on adding rather than subtracting."
Zygmunt Bauman

da Zygmunt Bauman, Chiara Giaccardi, Mauro Magatti, Il destino della libertà, quale società dopo la crisi economica?. Editrice Città Nuova



martedì 10 gennaio 2017

Federico Fellini: SCONFIGGERE LA SOLITUDINE

Federico Fellini
Il filosofo Emmanuel Mounier ha detto, molto giustamente, che l’esperienza più importante e originaria per aprire a qualsiasi prospettiva sociale è l’esperienza comunitaria tra un uomo e un altro.
Intendo dire: per imparare la ricchezza e la possibilità della vita sociale…è innanzitutto importante imparare a stare, semplicemente, anche con un solo altro uomo: credo che questo  sia il tirocinio d’ogni altra società e credo che se non si risolve questa umile ma necessaria partenza, ci troveremo forse domani di fronte a una società esteriormente bene organizzata, e pubblicamente perfetta e senza peccato, nella quale però i rapporti privati, quelli tra uomo e uomo, quelli tra le “persone” rimarrebbero rapporti di vuoto, di indifferenza, di isolamento e di impenetrabilità.
Il nostro male, di noi uomini moderni, è la solitudine, e questa incomincia assai in profondo, alle radici dell’essere, e nessuna ubriacatura pubblica, nessuna sinfonia politica può presumere di levarla tanto facilmente.
C’è invece, a mio avviso, tra persona e persona, il modo di rompere questa solitudine, di far passare come “un messaggio” tra l’una e l’altra, e di comprendere, dunque, di scoprire quasi , il legame profondo che lega l’una all’altra. Il mio film La strada, nel cercare la comunicazione soprannaturale e personalistica  tra Zampanò e Gelsomina, che per la loro natura  appaiono apparentemente destinati a non comprendersi mai, esprime coi mezzi del cinema una simile esperienza.
Federico Fellini
Una scena del film "La strada"

Da Il Contemporaneo, Roma, n.15, 9 aprile 1955


mercoledì 4 gennaio 2017

Chiara Lubich: Come rapportarsi con l'altro


Chiara Lubich (1920 - 2008) in India nel suo incontro con i fratelli induisti
Accogliere l'altro così com'è, non come vorremmo che fosse, con un carattere diverso, con le nostre stesse idee politiche, le nostre convinzioni religiose, e senza quei difetti o quei modi di fare che tanto ci urtano. No, occorre dilatare il cuore e renderlo capace di accogliere tutti nella loro diversità, nei loro limiti e miserie.

"Accept the other person as he or she is, not as we would like him or her to be. We cannot expect them to have a different character, or embracing our own political views, our religious beliefs, and without those defects or mannerisms which irritate us. No, we need to open up our hearts to welcome all their diversity, expressed in limits and miseries."


Chiara Lubich

dalla rivista Città Nuova Parola di vita Agosto 2006


martedì 3 gennaio 2017

Umberto Saba: L'aggressione allo stato puro

Unberto Saba (1883-1957) e Trieste

Gli individui, le nazioni, i continenti si odiano e si minacciano. Perché una cosa sia (momentaneamente) in piedi, bisogna che parta da aggressione. L'aggressione allo stato puro è la cosa più apprezzata.
Fra tanti infelici si aggira, un dito in bocca, il piccolo Eros. Come farò - pensa - ad assolvere il mio compito, che è quello di fare un'unità di tutti questi pazzi?
Non dubitate: ne sa le vie e i modi.


Umberto Saba

daUmberto Saba. Scorciatoie e raccontini, Mondadori 1946

lunedì 2 gennaio 2017

Andrei Tarkovskij: Come nascono i capolavori

Andrei Tarkovskij (1932-1986)
I capolavori nascono nello sforzo di esprimere degli ideali morali ed è alla luce di essi che sorgono le immaginazioni e le sensazioni dell’artista. Se egli ama la vita, se prova l’irresistibile esigenza di conoscerla, di cambiarla, d contribuire a far sì che essa divenga migliore, insomma, se l’artista si sforza di collaborare all’elevazione del valore della vita, allora non v’è alcun pericolo nel fatto che la rappresentazione della realtà passi attraverso il filtro della visione soggettiva e degli stati d’animo dell’autore, perché il risultato sarà sempre uno sforzo spirituale in nome del perfezionamento dell’uomo. Un’immagine del mondo che ci affascinerà per l’armonia dei sentimenti e dei pensieri, per la sua nobiltà e lucidità.


Andrej Tarkovskij