lunedì 24 febbraio 2014

"La dignità della letteratura popolare" di Pierre Lemaitre

Pierre Lemaitre
Non c’è nulla di spregevole nella letteratura popolare, che può essere pregevole.. La vera letteratura popolare, quella che va da Dumas a Tolstoj, riesce a coniugare una narrazione avvincente con la capacità di dirci qualcosa sulla realtà. La letteratura deve aiutarci a decifrare il reale, solo che lo fa non attraverso la teoria, ma con personaggi ed emozioni. Se i miei romanzi vi riuscissero, ne sarei felice.


Pierre  Lemaitre

da Fabio Gabaro, A sessant'anni... ho vinto il Prix Goncourt, Il Venerdì di repubblica,  24 gennaio 2014

domenica 16 febbraio 2014

"La tirannia del progresso" di Francesco Gesualdi

Francesco Gesualdi, uno di quei ragazzi che sedeva dietro il tavolo scabro della vecchia canonica di don Milani nel Mugello, oggi fondatore e coordinatore del centro Nuovo Modello di  Vecchiano (Pisa) cominciò a scrivere Il mercante dell'acqua (Feltrinelli) trent’anni fa quando, operaio in una fabbrica, viveva sulla sua pelle lo sfruttamento aziendale. Ripreso più tardi tra le mani, e lavorandoci sopra con la figlia Michela e l’amico Carlo Buga, in una sorta di scrittura collettiva che gli ha fatto rivivere i tempi di Barbiana, il libro strizza l’occhio a quanti  avvertono la necessità di difendere questo bene prezioso che è l’acqua.
    Apparentemente un libro contro, “contro la siccità, contro la sete della terra, contro i mercanti d’acqua”; in realtà esso è  una grande metafora sulla condizione politica ed economica di oggi. Infatti il tema di fondo de Il mercante d’acqua  è quello della privatizzazione dei beni principali di consumo come l’acqua,  in un contesto dominato dalla “tirannia” del progresso che riduce spesso l’uomo esclusivamente a consumatore.
   Sergio, il protagonista, è un giovane di 20 anni che, lasciatasi alle spalle una società basata essenzialmente sull’avere, va la ricerca di un sistema di vita più naturale e confacente alle sue vere esigenze. Si accompagna, pertanto, ad un gruppo di pescatori e, scampato miracolosamente ad un naufragio, si ritrova sulla spiaggia dell’isola di Terra Secca. Viene accolto con premura e attenzione da una famiglia del posto che si preoccupa del suo inserimento nella comunità locale, non senza avergli prima raccomandato l’uso parsimonioso dell’acqua: “Sulla nostra isola la cosa più preziosa è l’acqua. Ce n’è poca e dobbiamo usarla con intelligenza.” Sergio è felice di incontrare persone con il sorriso sulle labbra, e trova gioia nel lavoro. Più delle cose a Terra Secca  contano le persone. “Ecco il segreto della felicità a Terra Secca: il rapporto di amicizia col tempo…Nel mondo che mi ero lasciato alle spalle le parole d’ordine erano più forte, più veloce, più alto. A Terra Secca erano più dolce, più lento, più profondo. Tre parole chiave per indicare una stile di vita ispirato a tenerezza, collaborazione, solidarietà, rispetto, dialogo. Il massimo della realizzazione umana”.
   Purtroppo un terribile giorno nell’isola arriva la siccità e con essa la speculazione di chi possiede pozzi ingenti. L’acqua viene privatizzata dal ricco e prepotente Melebù e gli abitanti, se vogliono dissetarsi, devono scendere a patti con lui. La popolazione perde la sua unità interna, si divide, si schiavizza al progresso. Nasce l’azienda, il mercato e tutto quanto Sergio aveva lasciato dietro di sé.
   Il racconto va avanti con colpi di scena, avventure, scontri…fino al giorno in cui   Sergio, insieme agli altri di Terra Secca, prenderà coscienza di quanto è avvenuto e si avvierà sulla strada faticosa del recupero di quanto è stato perduto, nella ritrovata consapevolezza che “la civiltà di una comunità si misura non in base al suo progresso tecnologico, ma al grado di solidarietà messo in atto per consentire a tutti di vivere dignitosamente”.


lunedì 10 febbraio 2014

"Politica tra privilegio e responsabilità" di Luciano Violante

Luciano Violante
“Essere classe dirigente non è un privilegio, è una responsabilità. Non è possibile superare le fratture della società se la politica non diventa capace di superare le sue lacerazioni; non è possibile invocare unità usando parole di divisione; non è possibile progredire sulla strada della democrazia senza riconoscere il valore dell’altro.”

Luciano Violante

da Luciano Violante, Governare, San Paolo Edizioni, 2014





sabato 8 febbraio 2014

Alessio Boni:"Ogni uomo desidera essere accolto, ascoltato"

Alessio Boni
Abbiamo rivolto ad Alessio Boni, protagonista con Alessandro Haber della commedia Il Visitatore, in programmazione nei teatri italiani,  alcune domande sul suo impegno artistico teatrale.

Film di successo, fiction ma…si torna sempre al teatro. Necessità, passione o cos’altro?
Necessità. Sono nato attore con il teatro. Prima che arrivassero le prime proposte per il cinema o in televisione ho fatto sette anni di teatro, poi è venuta “La meglio Gioventù” e tutto il resto. Qualcuno è portato a pensare che un attore oggi possa scegliere di fare teatro, perché sente di provare forti emozioni e di ricevere applausi dal vivo ogni sera, cosa necessaria al narcisismo della nostra professione…ebbene vi posso garantire che non è sempre e solo questo il motivo. Se vivi la professione di attore con passione avverti che non puoi tagliare questo cordone ombelicale col teatro, hai necessità di quella linfa vitale che  il teatro sa darti e ti permette di capire attraverso gli spettatori, con le loro reazioni, il periodo storico che la nazione sta vivendo  e nel quale bisogna vivere pienamente. Tutto questo nel cinema e nella televisione non c’è perché ti trovi davanti ad una macchina da presa, un mezzo meccanico che non esprime alcuna reazione, che ti prende, ti risucchia, ti toglie, ti porta via qualcosa…Non vorrei che mi si fraintendesse, io amo molto  il cinema; voglio solo dire che esso possiede  una modalità di attuazione molto differente dal teatro dove, invece, c’è un rapporto diretto col pubblico che ti carica di un’energia vitale, ti  riempie l’anima e la mente  e ti fa capire ogni giorno in maniera nuova quello che puoi sempre donare di te. Se c’è il teatro  che riempie di senso il tuo lavoro di attore, allora più facilmente puoi anche tornare davanti alla macchina da presa per donare ciò che hai acquistato.

Vedi quindi il teatro fondamentale per un attore?
Abbastanza; anche se ci sono stati grandi attori che hanno fatto solo cinema. Il recitare in teatro ti porta ogni giorno a scandagliare l’arco drammatico della vicenda da rappresentare, dall’inizio alla fine. Non come al cinema dove tu lavori  per scene e puoi anche  iniziare dall’ultima…Il cinema è  soprattutto del  regista che, una volta girate le singole scene, esegue il montaggio. Nel teatro invece una volta impostato il lavoro con il  regista, il tutto resta nelle mani dell’attore che ogni volta reinterpreta quel testo trovando nuove sfumature ed accenti nuovi.
Quanto è importante il rapporto di corresponsabilità con gli altri attori per la riuscita di un lavoro teatrale?
Moltissimo. E’ questo rapporto di intima e profonda collaborazione che ti porta ad essere attento agli altri interpreti e che comporta quella sinergia creativa che si riflette sulla riuscita del lavoro. In questa messa in scena de Il visitatore è stato importantissimo per me  il rapporto con Alessandro Haber  col quale avevo già lavorato in Art. Ancora ieri Haber mi ha dato una dritta su una scena,  dicendomi: “Prova a farla così”, ed infatti io oggi la farò in questo modo nuovo. Noi attori non possiamo essere statici, ma continuamente in evoluzione, in quanto ci rendiamo conto di quello che necessita al pubblico, e quello che andava bene per una certa platea non può andar bene sempre. Devi capire di volta in volta come  dare quel testo a chi ti sta davanti. Ti posso garantire che 30 anni fa Haber recitava in modo diverso, non perché sia diventato più bravo, ma solo perché la realtà storica e ambientale 30 anni fa era diversa e si parlava in modo diverso. La società di oggi, per esempio, è più veloce e allora ti poni la domanda: in che modo andare direttamente al cuore dell’uomo di oggi? E questo non sei tanto tu a poterlo decidere, ma solo se ti poni in atteggiamento di apertura e di donazione verso il pubblico che è venuto a sentirti  tu percepisci  come offrirgli quel determinato testo e i contenuti di esso. E, allora, se tutti gli interpreti vivono il teatro in questo modo, l’intera rappresentazione diventa un evento forte e incisivo.

Quando ti è stata presentata la proposta  di interpretare Dio in questo lavoro del francese Eric-Emmanuel Schmitt, Il Visitatore, quale è stato il tuo primo pensiero?
Quando mi viene proposto di interpretare un personaggio di una commedia, non mi fermo al personaggio;  guardo prima di tutto la sceneggiatura nel suo insieme  e soprattutto i dialoghi e se essi mi convincono, accetto. Solo in un secondo momento mi fermo al personaggio… Questa volta non mi sono spaventato perché  l’autore saggiamente ha disegnato un personaggio molto umano, non distante da noi, anche se si può immaginare che esso possa essere una proiezione inconscia di Freud che prende corpo in quel momento. Esso si presenta in maniera molto umile, terra terra, un clochard, quasi un bambino che non articola ancora bene i suoi arti ma dotato di una vivida intelligenza e un pensiero forte che piano piano vien fuori con dialoghi serrati. Devo dire che sono stato preso da questi dialoghi, una sorta di lotta senza peli sulla lingua vissuta con estrema libertà e sincerità. Qualcosa di molto interessante, perché ci permette di scandagliare l’intimo dell’uomo, i suoi dubbi, la sua ricerca di verità e questo è qualcosa che accomuna tutti, credenti o non credenti, sia che si abbia una certa visione delle cose o un'altra. Colpisce il fatto che Dio non voglia convertire Freud ad una fede religiosa. Lui rimane ateo ma la categoria del mistero è entrata nella sua mente e il dubbio s’insinua in lui.
Man mano che il lavoro ha preso corpo sei sempre stato pienamente convinto della scelta fatta.
Sì anche se non mi sono posto mai di fronte al “personaggio Dio”, perché non credo che Dio sia un personaggio, è un entità,  è una luce, non è neanche Gesù. Mi sono quindi buttato a interpretare questo personaggio strambo, così come il regista l’ha visto: mezzo clochard, mezzo pazzo, mezzo bambino, mezzo puerile mezzo saggio che però dice parole sorprendenti che mettono sulla difensiva Freud…Dire queste parole così importanti e potenti, certo, non è stato facile; questo si che mi ha messo in crisi. Anche Alessandro Haber ha avuto le sue crisi. Avevamo però accanto a noi un grande maestro come  Valerio Binasco che ci guidava, per cui mi sentivo protetto. Ho seguito le sue indicazioni e poi in scena  abbiamo trovato la nostra strada e cercato di dare il massimo dell’ intensità alla nostra recitazione. Certo che bisogna essere concentrati  per entrare e restare in un personaggio così, non puoi distrarti o passare la sera in discoteca, ma massima concentrazione, esercizi di yoga e musica classica… Cerchi di vivere ogni momento della giornata in quel personaggio che si riflette in quello che dici, come ti vesti, che ti permette di affidarti al regista, o di ricevere gli aiuti dagli altri attori  e così ti ritrovi in scena  e ti senti trascinato a rivivere quello che hai percepito nella tua interiorità e lo doni con slancio a quelle persone che sono lì per ascoltarti.
E oggi, dopo averlo rappresentato già in molti teatri italiani,  cosa puoi dire della reazione del pubblico?
La reazione  del pubblico, sembra strano a dirlo, è sempre la stessa, e questo ci sorprende; non è stato neanche un successo. Oserei dire che dovunque è un trionfo. Incredibilmente e straordinariamente, dal Sud al Nord viene accolto nello stesso modo. Ti accorgi subito della diversità  degli spettatori in platea, quelli di Pescara sono diversi da quelli di Napoli, ma gli applausi finali sono stati sempre scroscianti e prolungati. Mai ci era capitato di essere chiamati a fine spettacolo anche 8 volte.

Nell’ambito della psicoterapia, Freud negli ultimi decenni sembra essere stato messo un po’ nell’angolo. In qualche modo questa commedia ce lo fa riscoprire nel suo dramma di uomo e quindi ce lo fa sentire più vicino a noi.
E questo è l’aspetto più bello della commedia perché ti fa entrare nella fragilità di un uomo; non lo metti più su un piedistallo solo perché è il padre della psicoanalisi. Qui troviamo un Freud in crisi, nella sua fragilità, malato, che vive drammaticamente le vicende politiche del suo tempo, che morirà dopo pochi mesi e che, per questa sua condizione, si avvicina al mistero, alla spiritualità, anche se fino a qualche istante prima lo negava con tutte le sue forze, magari per orgoglio. Ora invece in questa intimità della sua casa, in questa condizione di estrema precarietà ecco che gli appare un Dio che magari prima non gli sarebbe mai apparso. Un aspetto, questo, molto interessante perché ci riporta  alla nostra vita, alle nostre fragilità, alle nostre paure e perplessità e le vediamo proiettate in quel personaggio che è più grande di noi, e dici a te stesso: è bello questo sentirci uniti nella fragilità umana. Mi sembra questa l’idea forza su cui Schmitt ha costruito la sua opera teatrale, che riesce a portare lo spettatore dentro il dramma di Freud e  lo coinvolge intimamente, e ciò forse spiega il perché di questa grande accoglienza  dovunque.
Può aver influito in questo anche la presenza storica di Papa Francesco che ha aperto un ponte tra credenti e non credenti come mai era successo prima?
Può darsi, ma non l’avevamo preventivato. Quando abbiamo cominciato a lavorare a questo spettacolo Papa Francesco non c’era ancora. Poi è nato questo dialogo tra Francesco e Scalfari, tra persone di convinzioni religiose e non. E noi eravamo sorpresi da questa coincidenza. Quello che avveniva fuori, nella storia dell’umanità in questo rapporto nuovo tra credenti ed atei noi lo stavamo portando a teatro ogni sera
Pensi che il dialogo tra chi ha una fede religiosa e chi si professa ateo possa oggi avere un futuro dopo anni di contrasti e di lotte e di tragici eventi storici di cui la Chiesa cattolica ha chiesto perdono all’umanità.
Credo proprio di sì. Ritengo che questo dialogo sia un aspetto fondamentale da cui non si potrà prescindere nello sviluppo futuro dell’umanità. Si ritorna a parlare insieme dell’uomo, dei suoi pregi ma anche dei suoi limiti, delle sue fragilità. Anche Gesù in quanto uomo, ha  sperimentato la fragilità, ha pianto, ha provato sentimenti contrastanti, ha avuto paura, ha sentito l’abbandono da parte di Dio. E soprattutto perché oggi si riscopre il senso più profondo di una fede religiosa che è quello di mettere insieme, unire, accogliere gli altri. Se siamo attenti alla realtà sociale di oggi, vediamo che l’uomo più di ogni altro momento storico ha voglia di essere accolto, ascoltato, di vivere in comunità. C’è gente che paga 140 euro all’ora  da un psicanalista per essere ascoltato, proprio perché nella società non si sente accolto e valorizzato. Per me è importante costruire comunità con chi è diverso da me per fede o convinzioni. Nel rispetto delle proprie scelte dobbiamo saperci rapportare fraternamente, ascoltandoci, aiutandoci.

In questo senso mi sembra di grande valore il fatto che questo lavoro teatrale venga proposto da Valerio Binasco, un regista di convinzioni non religiose.
Valerio Binasco è ateo, ed ha una personalità ricca di spiritualità, un’intensa poetica del vivere, una contemplazione della vita fuori del comune che, tante volte, non ho trovato in chi professa una fede religiosa…Cosa vuol dire questo ? Voglio dire che dobbiamo smettere di farci la lotta, di contrapporti, bianchi contro rossi, guelfi contro ghibellini. Questa commedia  ci porta a capire che non è positivo divederci,  ma ci invita ad unirci anche se siamo di convinzioni diverse, anche se uno è di convinzioni religiose, e un altro è ateo: l’importante è come mi rapporto con gli altri e se quello che io faccio va a beneficio di chi  mi sta accanto  indipendentemente dal suo credo…Se ci riflettiamo, è questo il messaggio più grande e più vero del cristianesimo.


Pasquale Lubrano Lavadera

Nelle 4 foto vediamo Alessio Boni e Alessandro Haber protagonisti della commedia teatrale Il Visitatore 



venerdì 7 febbraio 2014

"Nessun lavoro è troppo umile" di Arianna Huffington


Arianna Huffington
Ogni lavoro va vissuto con dignità. Lo dice la scrittrice Arianna Huffington  ricordando quello che le ha insegnato sua madre: "Non giudicare le persone dal loro lavoro ma da come lo fanno; non sentirsi da meno di nessuno; dare con gioia; insomma: non avere paura". Inoltre aggiunge: “Mia madre ha trasceso le gerarchia e dimostrato a chiunque abbia avuto la fortuna di entrare in contatto con lei che siamo fatti tutti della stessa pasta. Il suo approccio con la vita consisteva nell’apprezzare sempre il suo prossimo, e siccome questo sentimento di fiducia e connessione è contagioso, tutti l’apprezzavano a loro volta. Quand’era già abbastanza anziana, mise in pratica la sua convinzione che nessun lavoro fosse troppo umile, e che a determinate il valore di una persona non fosse il modo in cui si guadagnava da vivere, ma la dignità con la quale svolgeva il proprio lavoro”.



Da  Arianna Huffington, Quello che mia madre mi ha spiegato della vita, D La Repubblica 21/12/2013

giovedì 6 febbraio 2014

"Il capitale umano" di Paolo Virzì

Una scena del film "Il capitale umano" con Matilde Gioli e Giovanni Anzaldo
C’è azzardo, speculazione e bramosia di denaro facile anche in Italia. Ce lo  ricorda Paolo Virzì, che con “Il capitale umano” dopo tante commedie intelligenti, caustiche e affollate, racconta splendori e miserie di una provincia del Nord Italia, offrendoci un affresco acuto e beffardo di questo nostro mondo balordo. All’origine de “Il capitale umano” c’è innanzitutto un vero colpo di fulmine per il romanzo di Stephen Amidon, “Human capital”, ambientato nel decennio scorso in un sobborgo residenziale del Connecticut. Quei personaggi, quella vicenda sono apparsi subito al regista livornese (e ai suoi sceneggiatori Francesco Piccolo e Francesco Bruni)  come emblematici dei nostri giorni anche nel nostro Paese: la ricchezza che non trae origine dal lavoro, ma dalle più spregiudicate ripartizioni fiscali, le speranze mal riposte di elevazione sociale, l’ansia procurata dal denaro, una generazione di figli costretti a pagare il prezzo più alto in termini di felicità, a causa della spasmodica ambizione dei lro genitori o della loro frustrazione…Soprattutto si narro di come il denaro, l’ansia di moltiplicarlo, l’angoscia di perderlo determini la vita affettiva, il destino, il valore delle persone.
“Il capitale umano” è, ad oggi, il film più impegnativo di Paolo Virzì. Molto articolata la storia, molto levigati i personaggi, che il regista toscano non assolve né condanna, lasciando che sia lo spettatore a trarre le sue conclusioni.

Paolo Perrone

da Paolo Perrone, La triste illusione dei soldi facili, Il nostro tempo, Domenica 2 febbraio 2014

lunedì 3 febbraio 2014

"Chi prospera e chi soffre la fame" di D. D. Eisenhower


Una società libera non può continuare a esistere se qualche nazione prospera mentre altre riescono appena a sfamarsi.


Dwight David Eisenhower