domenica 26 giugno 2016

Joahn Galtung: Dal conflitto al dialogo

Joahn Galtung


Il conflitto è il motore del cambiamento e io lo  intendo in due significati opposti. Come pericolo ma anche come opportunità. Dal conflitto può scaturire un invito a cambiare attraverso il dialogo: cosa possibile se si ha un’immagine positiva del futuro.

Dialogare significa crescere insieme, come quando pongo domande al mio interlocutore che stimolino al cambiamento e alla costruzione: non affronto, per esempio, chi ha in mano il potere in Myanmar accusando: Voi siete contro i diritti umani.
La domanda che pongo è invece: come vede lei, signore, il Myanmar del futuro? Quale è il Myanmar dei suoi sogni? Come desidererà vivere  in futuro?...

L’unione europea è sicuramente un buon modello, ma bisogna lavorare sui diritti  intrastatali. Sono quelli che mancano. Tutti devono poter vivere in un contesto dove poter soddisfare i bisogni fondamentali, dove ognuno possa votare e partecipare, e dove tutti possano vivere liberamente la propria cultura, che rappresenta il subconscio collettivo, l’insieme dei valori condivisi: sono norme che non passano per il cervello che abbiamo in testa, ma si ancorano piuttosto al cervello che abbiamo nello stomaco. Queste  devono diventare occasione di incontro…

Da dove cominciare? Dai bambini che possono apprendere da subito le tecniche del conflitto, inteso non come collisione di personalità, ma di scopi: io desidero, tu desideri. Da lì si parte. Si possono formare mediatori eccellenti, anche lavorando sulla loro creatività.

Joahn Galtung

venerdì 17 giugno 2016

Martin Buber: Un giorno ricevetti una visita...

Martin Buber (1878-1965)
Un giorno, dopo una mattinata di entusiasmo “religioso”, ricevetti una visita di un giovane sconosciuto, senza essere presente con l’anima.
Non trascurai nulla per rendere cordiale l’incontro, non lo trattai con minore cura degli altri suoi coetanei che a quell’ora del giorno
osavano cercarmi come un oracolo con cui si può parlare.
Attento e franco mi trattenni con lui: tralasciai soltanto di indovinare le domande che non pose.
In seguito, non molto tempo dopo, sono venuto a conoscenza di queste domande nel loro contenuto essenziale, da un suo amico:
egli non era già più in vita.
Ho appreso che non era venuto da me per caso, ma per destino; non era venuto da me per una chiacchierata,
ma per una decisione; e proprio da me, proprio in quell’ora.
Che cosa ci aspettiamo quando, pur essendo disperati, ci rechiamo da un uomo?
Sicuramente una presenza per mezzo della quale ci venga detto che nonostante tutto il senso c’è.
Da allora ho abbandonato quella “religiosità” che è solo eccezione, rapimento, distacco, estasi; o piuttosto, è stata lei ad abbandonarmi.
Non posseggo niente di più del quotidiano, a cui non vengo mai sottratto.
Il mistero non si schiude più, si è sottratto oppure ha preso dimora qui, dove tutto accade come accade.
Non conosco più una pienezza, se non quella pienezza di richieste e responsabilità di ogni ora mortale.
Sono molto distante dall’esserne all’altezza, e tuttavia so che sono appellato nella richiesta di una risposta, e che posso rispondere
nella responsabilità, e so chi parla ed esige risposta.
Non so molto di più. Se questa è religione, allora essa è semplicemente tutto, il semplicemente tutto vissuto nella sua possibilità di dialogo.

Martin Buber

da Martin Buber, Sul dialogo, buc, San Paolo 2013



sabato 11 giugno 2016

Riccardo Muti: Insegnare musica fa bene



L’ignoranza della musica è ignoranza delle proprie radici e senza radici la pianta muore. Non posso che dispiacermi per il disinteresse verso la musica che mostra questo nostro paese. Ai bambini si insegna a cantare  “L’elmo di Scipio” e loro si chiedono: ma chi era ‘sto Scipio…" La musica è medicina dell’anima ed è fondamentale  per la società, perché mostra che specificità diverse possono convergere nello stesso punto…Quanti teatri ci sono in Lucania? Chi vuole fare musica nel Sud  deve affidarsi ai dischi, perché anche la televisione non ha attenzione per la musica sinfonica e le orchestre. Non è giusto…Nei Conservatori italiani si diplomano centinaia di ragazzi che poi non ce la fanno e vanno a afre altri mestieri…In Corea ci sono 30 orchestre. E’ ora di cambiare e ritrovare la fierezza di essere italiani e non per stupido nazionalismo, ma per la nostra storia.

Riccardo Muti


da Anna Bandettini: Muti: Insegnare musica fa bene al Paese, La Repubblica 10 giugno 2016 

giovedì 9 giugno 2016

Rosenberg: Nei rapporti, come stabilire una reale connessione?

Marshall B. Rosenberg (1934-2015)

Poco tempo fa ad un seminario, una madre molto preoccupata per il figlio che fumava, pensava che dovesse farlo smettere. Il figlio percepiva questa pressione e affermava che più sentiva l’intenzione della madre di farlo smettere, più aveva voglia di resistere.
Ho mostrato alla madre la differenza tra l’avere come unico obiettivo quello di cambiare il comportamento del figlio e quello di cercare, invece, una connessione con lui, con i bisogni che lo spingevano a quel comportamento.
L’obiettivo della madre aveva bisogno di trasformarsi, di passare dal tentativo di togliere qualcosa al figlio, al trovare un modo diverso dal fumo, più sicuro e salutare, che gli permettesse di soddisfare alcuni bisogni.
Questo cambiamento richiedeva che la madre comprendesse quali erano i bisogni che il figlio cercava di soddisfare quando fumava…
Il giorno successivo è tornata al seminario estremamente soddisfatta perché aveva avuto una qualità di connessione con il figlio completamente nuova.
Quando il ragazzo si è reso conto che l’obiettivo della madre non era soltanto quello di farlo smettere di fumare, ma di capire quali erano i suoi bisogni, lui stesso aveva cominciato a interrogarsi su quali potevano essere altre possibilità.
La stessa cosa accade nelle situazioni di lavoro, quando ci sono delle persone che impongono delle decisioni e gli altri si sentono costretti a comportarsi in un certo modo. Lo stesso accade nelle situazioni sociali, nelle guerre, quando una parte è interessata a soddisfare soltanto i propri bisogni e non quegli degli altri.
In ogni situazione, in famiglia, nel lavoro, nella scuola, in politica, nelle relazioni tra gli stati possiamo avere gli strumenti per tessere reali connessioni.

Marshall B. Rosenberg

da Marshall B. Rosenberg, Comunicazione & potere, Esserci Edizioni, Reggio Emilia 2010

mercoledì 8 giugno 2016

Spesso abbiamo difficoltà a capirci

Andrew Camilleri

Ognuno di noi si è chiesto qualche volta come intavolare un autentico rapporto con il vicino di casa, lo straniero, i figli ... Spesso abbiamo difficoltà a capirci, persino con chi condividiamo gli stessi ideali e constatiamo con dolore: “Non c’è dialogo, non è possibile. Parliamo, parliamo, ma non arriviamo mai ad essere d’accordo...”.
Nei vocabolari, si definisce ‘dialogo’ il discorso che passa fra due o più individui e permette uno scambio di sentimenti e di idee. Per me è molto di più! Recentemente, mi è capitato di incrociare una mendicante lungo una strada dove passo di frequente. Al vederla, affrettavo il passo per evitare l’imbarazzo di non voler rispondere alle sue richieste, ma un giorno ho deciso di fermarmi. Appena mi
sono avvicinato, mi ha chiesto l’ombrello perché stava per piovere. Preso di sorpresa, gliel’ho dato, anche se non ero sicuro che me lo avrebbe ridato. Alcune ore dopo sono ripassato di lì e già da lontano mi sventolava l’ombrello per ridarmelo. Ho sentito un balzo di gioia e da quel giorno non eravamo più estranei. Il dialogo non è parlare con qualcuno, ma inizia quando si stabilisce un rapporto vero, fonte di una profonda gioia.
Per chi ha fatto proprio il traguardo dell’unità della famiglia umana, il dialogo è anzitutto il modo di esprimere il pieno rispetto e amore per chiunque si incontra. Rapporti sinceri moltiplicati in tutto il mondo sono il tessuto della fraternità universale.

Andrew Camilleri

da Dialogo tra amici, n.59,  Maggio 2016

lunedì 6 giugno 2016

SETTANTA VOLTE REPUBBLICA: FEMMINILE E PLURALE

Albertina Soliani

2 giugno 1946 – 2 giugno 2016: settant’anni di Repubblica. Democratica. Fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Nulla di quello che è nato allora può oggi essere dimenticato, sminuito. Soprattutto il fatto che la Costituzione della Repubblica incarna e sostanzia l’unità del Paese.
I primi 12 articoli sono sacri, intangibili. La dignità della persona, la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la pace. La seconda parte la si può modificare, lo dice la Costituzione stessa, ma con coerenza formale e sostanziale. I ritardi e l’immobilismo della politica non possono essere un alibi per accelerazioni fuori controllo. Settanta anni fa lo spirito dell’Assemblea Costituente trovò l’unità tra forze politiche assai diverse. Rinasceva il Paese, dopo la catastrofe bellica, e l’unità antifascista manteneva ben salda la bussola anche nelle prime, nuove tempeste della guerra fredda. Così è stato anche nella notte delle stragi e del terrorismo. Anche oggi l’Italia ha bisogno di rinascere, di ricostituire la propria consistenza nel mondo nuovo. Ha bisogno di un nuovo spirito costituente che consolidi l’unità della comunità nazionale.
Settant’anni fa è adesso. I grandi cambiamenti si dispiegano se padroneggiano la complessità della storia che vogliono mutare. Non sono soltanto fatti tecnici, sono scelte politiche. Sono una visione del mondo, sono un sigillo della democrazia, sono un modo di vivere la comunità.
Settant’anni dopo, Casa Cervi può parlare perché conosce il prezzo di quel cambiamento. La scelta di allora conferisce alla nostra coscienza il diritto-dovere di rispondere nel modo migliore possibile alle esigenze di cambiamento. Nessuna banalità, nessuna convenienza è consentita.
Questa Repubblica è la Repubblica delle donne. Loro l’hanno decisa, hanno scritto una Costituzione senza discriminazioni, hanno preteso il rispetto della loro dignità. Grazie a loro la Carta Costituzionale fu ed è di straordinaria modernità. Settant’anni sono niente, se confrontati con il silenzio delle donne per lunghi secoli. Il cammino è sempre faticoso, ma irreversibile come il verso della storia.
Siamo in un mondo nuovo, il potere sempre di più passerà nelle mani delle donne, dagli Stati Uniti all’ONU. Ogni generazione di donne ha da conquistare per sè e per quelle che verranno nuova dignità, lavoro, libertà. Oggi pensiamo a chi ci ha regalato la Democrazia, con l’impegno a svilupparla nei prossimi settant’anni, sapendo che la liberazione delle donne equivale a più libertà per tutti.
Per favore non chiedeteci, non aspettatevi niente di meno.

ALBERTINA SOLIANI



sabato 4 giugno 2016

Anna Magnani e la crisi del cinema

Anna Magnani (1908-1973)


Ho sempre respinto  i personaggi che ritengo non adatti a me. So quello che voglio o non voglio fare e perciò il più delle volte mi trovo a dover rifiutare le offerte, anche quelle allettanti, perché non m’interessano…Oggi esiste la crisi del cinema. E del resto era fatale che arrivasse. Non si può imbrogliare il pubblico per troppo tempo. A parte l’eccezione di qualche buon film, la produzione è molto scadente. E la gente, a un certo punto, reagisce con le armi che possiede…Si parla di crisi di soggetti, di idee. Ma, secondo me, non per mancanza di scrittori; è proprio il mercato che impone questa situazione. Sono stati commessi dei gravi errori. Quando si imbrocca un filone, si vuole sfruttarlo fino in fondo, in tutti i modi, con il risultato, alla fine, di produrre film insulsi e noiosi…Ho fatto cinema perché provavo un entusiasmo straordinario. Mi sentivo ispirata. Ero un po’ illusa forse. In realtà è un mestiere da matti: bisogna avere una grande passione per farlo. Ma oggi, mi sembra che il mestiere di attore si sia ridotto a una cosa piuttosto squallidina…Il teatro m’appassiona enormemente più del cinema. A furia di fare l’attrice cinematografica, a un certo punto si sente il bisogno  d’essere una cosa viva e vera a contatato immediato con un pubblico vivo e vero.
Anna Magnani

da Giancarlo Governi, Nannarella, il romanzo di Anna Magnani, Bompiani 1981

giovedì 2 giugno 2016

Rosetta Loy: Fendere l'oscurità del mondo

Rosetta Loy


Gira ormai in famiglia la storia di questo ragazzo che pare mi interessi molto. Uno di quelli che quando viene a giocare a ping pong arriva in bicicletta senza curarsi troppo di quello che indossa, e per di più vende a rate dei libri…Tra l’altro non nasconde il giovane squattrinato, le sue simpatie di sinistra maturate durante l’esperienza come marcatempo nel cantiere dello zio costruttore; e parla senza reticenze dei peccati del capitalismo e di un futuro di equità e giustizia secondo i canoni di Marx.
A me i canoni di Marx non sembrano divergere molto dai principi enunciati nel Vangelo, ma al contrario collimare con quanto ho sempre intuito di un mondo che sfrutta i deboli e protegge i potenti. E adesso, grazie anche alla dialettica del giovane squattrinato, questi principi arrivano a fendere come spade l’oscurità del mondo.

Amo di Peppe non solo lo sguardo e il corpo alto e slanciato, ma anche l’intelligenza e la sua faciltà di rapporto con chiunque, dal ragazzo del bar al tabaccaio che gli mette da parte i pacchetti delle Gauloises. L’ironia delle sue battute e la libertà dai vincoli di appartenenza a una “classe sociale”. Amo il suo sorriso e i pantaloni scoloriti di tela, le poesie di Montale e Ungaretti, di Quasimodo di cui fino a quel momento mi era sconosciuto perfino il nome e lui mi legge scandendo con precisione i versi.

Rosetta Loy

da Rosetta Loy, Forse, Einaudi 2016.