domenica 28 febbraio 2016

Il mio incontro con Claretta Dal Rì

Claretta dal Rì (1930-2016)

   Il mio incontro con Claretta dal Rì risale agli anni  60-70  quando lei ancora scriveva per Città Nuova. Amavo molto la musica leggera e leggevo i suoi articoli e le interviste ai cantanti.
   Fui colpito dalla sua dolcezza, dal suo sorriso e dai suoi occhi verdi penetranti e mai avrei immaginato che qualche anno dopo  le sarei stato accanto con mia moglie Angela nell’esperienza del dialogo con gli amici di convinzioni non religiose.
   Un anno ci fu chiesto di presentare un convegno e in quella circostanza  stemmo spesso insieme a lei. Aveva una capacità di porsi in ascolto che quasi mi scioccò. Vidi incarnato in lei quel "farsi uno" che ti metteva a proprio aggio, senza invadere il campo ma in attesa. Con una pazienza infinita aspettava  il suo momento e anche quando esprimeva il suo pensiero  lo dava con una grande umiltà nel rispetto profondo di chi aveva davanti.
   Ricordo ancora le  commissioni con gli amici del dialogo  a Loppiano e la sua ferma dolcezza che le derivava dalla sua grande fede nell’amore per tutti,  nessuno escluso. Col suo sguardo tenero e fiducioso faceva da sfondo, cassa di risonanza,  affinché l’amore e il rispetto reciproco vissuto illuminasse ogni cosa, desse sapore all’insipido e appianasse le difficoltà.
   Ci donava con delicatezza ogni sua esperienza, ogni suo pensiero; non voleva convincerci, ma solo farci il suo dono, poi ritornava al suo posto e si poneva in ascolto.
   Penso che sia stata questo suo amore concreto a spalancarci gli orizzonti infiniti del  dialogo, a farci penetrare nell’anima di Chiara, stampando a fuoco nel nostro cuore che  l’essere del Movimento dei Focolari è il dialogo, ossia avere sempre un’apertura grande verso ogni realtà dell’uomo e lasciarsi sempre sorprendere dalla novità.
   E’ stata una gioia grande incontrarti, con Angela, il mese scorso in ospedale. Il tuo volto luminoso pur nella sofferenza  è indescrivibile. Un sorriso prolungato, fuori dal tempo, attraverso il quale ci amavi ancora.
   Grazie Claretta perché  ci hai fatto capire che la diversità dei fratelli è ricchezza,  e che di fronte ad un fratello senza fede dobbiamo avere un amore ancora più grande, fare silenzio e porci in ascolto.
   Chiara, sicuramente, sapeva che, con la musica della tua vita, ci avresti portati tutti, di convinzioni religiose e non, a sentirci fratelli nello spirito della fraternità universale, e di questo ti siamo infinitamente grati.
Pasquale Lubrano Lavadera

Ma rencontre avec Claretta de Rì remonte aux années 60-70, quand elle était encore en train d'écrire pour le New City. J'ai vraiment aimé la musique pop et de lire ses articles et des entretiens avec les chanteurs.
   Je fus frappé par sa gentillesse, son sourire et ses yeux verts perçants et je n'imaginais pas que quelques années plus tard je le serais à côté, avec ma femme Angela dans l'expérience du dialogue avec les amis de convictions non religieuses.
   Elle a nous  demandé, à un an, de présenter une conférence et dans cette circonstance souvent elle restà avec nous. Elle avait une capacité de nous écouter qui m'a presque choqué. Je voyais incarné en elle ce que "nous faire un" que nous mettez à notre prime, sans envahir le terrain, mais en attente. 
   Avec une infinie patience en attendant son moment, et même en exprimant ses pensées elle avait beaucoup d'humilité dans le profond respect de ceux devant lui.
   Je me souviens encore des commissions avec les amis du dialogue dans Loppiano et sa douceur entreprise qui sortait de sa grande foi dans l'amour pour tous, sans exception. Avec son regard tendre et confiant était l'arrière-plan, caisse de résonance.
   Elle a fait don doucement de chaque expérience, chaque pensée; elle ne voulait nous convaincre, mais elle suffit  nous faire son don, puis est retourné à son siège et placé à l'écoute.
   Je pense qu'il était présent son amour concret pour nous ouvrir largement les horizons sans fin de dialogue, pour nous faire pénétrer dans l'âme de Chiara, en imprimant un feu dans nos cœurs que l'être du Mouvement des Focolari est le dialogue, qui ont toujours une grande ouverture vers toute réalité humaine et laisser toujours étonné par la nouveauté.
   Nous avons rencontré Claretta avec grande joie le mois dernier à l'hôpital. Votre visage lumineux même dans la souffrance est indescriptible. sourire prolongé, intemporel, à travers laquelle elles nous  encore aimait.
   Merci Claretta parce que vous nous avez fait comprendre que la diversité des frères est la richesse, et que, face à un frère, sans la foi, nous avons un amour encore plus grand.
   Chiara, sûrement, savait que, avec la musique de votre vie, vous nous auriez pris toutes, les croyances religieuses et non pas, de nous sentir comme des frères dans l'esprit de fraternité universelle, et nous te sommes infiniment reconnaissants.




venerdì 26 febbraio 2016

Umberto Veronesi: Sono contrario ai compiti a casa

Umberto Veronesi
Non sono stato quello che si dice "un bravo studente". Sono stato bocciato due volte, in seconda ginnasio e in primo liceo. Rispetto ai compiti il mio atteggiamento era molto lineare: semplicemente non li facevo... Pensando all'insegnamento moderno, tuttavia, rimango contrario al principio dei compiti a casa, perché credo che la scuola debba essere il luogo di formazione di interessi e passioni, capace di attrarre ragazzi con lezioni intelligenti, prive di nozionismi e ricche di attualità. Vorrei la scuola insomma come l'esatto contrario della realtà che ha vissuto la mia generazione: un piacere intellettuale lontano dalla persecuzione dei voti e delle prove....Penso che il bravo insegnante non sia colui che si fa obbedire, ma piuttosto chi convince i ragazzi a pensare e  agire dopo aver pensato. Dovrebbe insegnare a riflettere più che a memorizzare, e quindi i compiti a casa dovrebbero essere letture consigliate, programmi televisivi, teatro e cinema.

Umberto Veronesi

da La Repubblica" venerdì 26 febbraio 2016

martedì 16 febbraio 2016

EZIO BOSSO: "The 12th room" (Incipit)

Ezio Bosso


Non c’è dubbio, il vero vincitore della 66esima edizione del Festival della Canzone Italiana, è stato lui.
Era arrivato da perfetto sconosciuto - se non a un ristretto manipoli d’addetti ai lavori - nonostante avesse alle spalle un curriculum straordinario fatto di colonne sonore importanti e di collaborazioni prestigiose con le orchestre di mezzo mondo.
Era arrivato per promuovere quello che di fatto è il suo primo vero album, questo suadente The 12th room, un album per solo pianoforte, di straordinaria semplicità e profondità. Ma ha fatto molto di più: ha dimostrato nel tempio della banalità che è possibile trasformare gli opportunismi della “tivù del dolore” nello splendore del “dolore trasceso in tivù”, dando alla locuzione “diversamente abile” un senso di verità assoluto e lontano anni luce dalle ipocrisie del politically correct.
Sentimenti che vibrano anche tra i quindici tasselli di questo doppio cd, capace d’arrivare al cuore anche di chi non è avvezzo alle raffinatezze e ai minimalismi della musica classica. Non so come il maestro Bosso – che prima di passare alla classica era il bassista degli Statuto - stia vivendo queste ore in cui da Carneade di lusso s’è giocoforza trasformato in popstar. Gli è bastato un quarto d’ora per realizzare questo piccolo miracolo, ma c’è voluta una vita intera e carrettate di sofferenze per costruirlo e renderlo reale. Anche per questo suppongo che ne stia godendo con la stessa mirabile semplicità e sense of humour con cui ha saputo commuovere la platea più complicata ed insidiosa d’Italia. Sono infinitamente contento per lui, ma anche per noi tutti: perché ci sono regali capaci di rendere migliori anche chi li riceve.

Franz Coriasco

giovedì 11 febbraio 2016

Tonino Bello: Il Servizio

Don Tonino Bello (1935-1993







Solo se avremo servito potremo parlare e saremo creduti. L’unica porta che ci introduce oggi nella casa della credibilità è la porta del servizio…..Conta più un gesto di servizio che tutte le prediche e le omelie!
Don Tonino Bello

mercoledì 10 febbraio 2016

Tiziano Terzani: Ogni posto è una miniera


Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove.
La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare. 


Tiziano Terzani

da Tiziano Terzani "Un indovino mi disse" Longanesi Editore

martedì 9 febbraio 2016

Luigino Bruni: L'ambigua soluzione della meritocrazia


Leggere la nostra vita e quella degli altri come una contabilità meriti/premi, demeriti/punizioni, è una soluzione vana e ingannatrice alla domanda di giustizia sotto il sole, perché il meccanismo del merito non può rispondere alle domande più profonde sulla giustizia, neanche su quella economica. 
Possiamo dire che il merito è una parola ambigua, raramente amica della gente e dei poveri – e ancora di più lo è la meritocrazia. 
La logica dell’ operaio dell’ultima ora, una delle più belle pagine mai scritte, è una critica all’idea di merito… che per essere compresa va letta dentro la polemica dei primi cristiani verso la religione retributiva del loro tempo…Potevamo immaginare un altro capitalismo meno ancorato alla religione retributiva, e quasi certamente avremmo avuto un pianeta meno malato e relazioni sociali più sane; ma oggi dobbiamo almeno evitare che la sua logica diventi la cultura dell’intera vita sociale.
E invece incentivi e meritocrazia stanno occupando progressivamente molti ambiti non-economici…L’insidia che si nasconde dentro l’ideologia meritocratica è dunque sottile, e in genere invisibile. 
Le imprese riescono a presentarsi come luoghi capaci di remunerare il merito perché riducono la pluralità dei meriti soltanto a quelli funzionali ai propri obiettivi: un artista che lavora in una catena di montaggio non è meritevole per la sua mano che sa dipingere ma per quella che sa avvitare bulloni. Il merito dell’economia è allora facile da premiare perché è un merito/demerito semplice, troppo semplice da vedere e quindi da misurare e premiare.
Gli altri meriti in ambiti non economici sono invece molto più difficili da vedere, e ancor più da misurare. Ecco allora che si svela il grande rischio: data la sua facile misurabilità, il merito nelle imprese diventa l’unico merito ‘visto’, misurato e premiato nella società tutta. Con due effetti: si incentivano troppo i meriti quantitativi e misurabili, e si fanno atrofizzare quelli qualitativi e non produttivi. E aumenta la distruzione delle virtù non economiche ma essenziali per vivere bene (mitezza, compassione, misericordia, umiltà …)
La grande operazione dell’umanesimo cristiano è stata la liberazione dalla cultura retributiva che dominava il mondo antico, e dalla colpevolizzazione degli sconfitti. Non dobbiamo rassegnarci alla sua svendita per il piatto di lenticchie del merito. Noi valiamo molto di più.
Luigino Bruni

Da Luigino Bruni Le elementari scorie del merito, Avvenire 31 gennaio 2016


lunedì 8 febbraio 2016

Alberto Maggi: Quaresima tempo d'amore e non di penitenze.


the Exsodus di Marc Chagall
Con il mercoledì delle ceneri inizia la quaresima. Per comprendere il significato di questo periodo occorre esaminare la diversa liturgia pre e post-conciliare.

Prima della riforma liturgica, l’imposizione delle ceneri era accompagnata dalle parole “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”, secondo la maledizione del Signore all’uomo peccatore contenuta nel Libro della Genesi (Gen 3,19). E con questo lugubre monito iniziava un periodo caratterizzato dalle penitenze, da rinunzie e sacrifici e dalle mortificazioni.
Oggi l’imposizione delle ceneri è accompagnata dall’invito evangelico “Convertiti e credi al vangelo”, secondo le prime parole pronunciate da Gesù nel Vangelo di Marco (Mc 1,15). Un invito al cambiamento di vita, orientando la propria esistenza al bene dell’altro e a dare adesione alla buona notizia di Gesù.
L’uomo non è polvere e non tornerà polvere, ma è figlio di Dio, e per questo ha una vita di una qualità tale che è eterna, cioè indistruttibile, e capace di superare la morte. 
In queste due diverse impostazioni teologiche sta il significato della quaresima.
Mai Gesù nel suo insegnamento ha invitato a fare penitenza, a mortificarsi, e tanto meno a fare sacrifici. Anzi, ha detto il contrario: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 12,7). La misericordia orienta l’uomo verso il bene del fratello. I sacrifici e le penitenze centrano l’uomo su se stesso, sulla propria perfezione spirituale e nulla può essere più pericoloso e letale di questo atteggiamento. Paolo di Tarso, che in quanto fanatico fariseo era un convinto assertore di queste pratiche, una volta conosciuto Gesù, arriverà a scrivere nella Lettera ai Colossesi: “Nessuno dunque vi condanni in fatto di cibo o di bevanda, o per feste, noviluni e sabati… Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché come se viveste ancora nel mondo, lasciarvi imporre precetti quali: Non prendere, non gustare, non toccare? Sono tutte cose destinate a scomparire con l’uso, prescrizioni e insegnamenti umani, che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno alcun valore se non quello di soddisfare la carne” (Col 2,16.20-23).
Paolo aveva compreso molto bene che queste pratiche dirigono l’uomo verso un’ impossibile perfezione spirituale, tanto lontana e irraggiungibile quanto grande è la propria ambizione. Per questo Gesù invita invece al dono di sé, che è immediato e concreto tanto quanto è grande la propria capacità di amare.
La quaresima non è orientata al venerdì santo, ma alla Pasqua di risurrezione. Per questo non è tempo di mortificazioni, ma di vivificazioni. Si tratta di scoprire forme inedite di perdono, di generosità e di servizio, che innalzano la qualità del proprio amore per metterlo in sintonia con quello del Vivente, e così sperimentare la Pasqua come pienezza della vita del Cristo e propria.
Per questo oggi c’è l’imposizione delle ceneri. Pratica che si rifà all’uso agricolo dei contadini che conservavano tutto l’inverno le ceneri del camino, per poi, verso la fine dell’inverno, spargerle sul terreno, come fattore vitalizzante per dare nuova energia alla terra.
Ed è questo il significato delle ceneri: l’accoglienza della buona notizia di Gesù (“Convertiti e credi al vangelo”), è l’elemento vitale che vivifica la nostra esistenza, fa scoprire forme nuove originali di amore, e fa fiorire tutte quelle capacità di dono che sono latenti e che attendevano solo il momento propizio per emergere. Creati a immagine di Dio (Gen 1,27), il Creatore ha posto in ogni uomo la sua stessa capacità d’amare. La Quaresima è il tempo propizio perché questo amore fiorisca in forme nuove, originali, creative.
Auguri!
Alberto Maggi



da QUARESIMA ISTRUZIONI PER L'USO di  Alberto Maggi (Centro studi biblici. www.studibiblici.it)

domenica 7 febbraio 2016

Devis Bonanni: Necessaria un'equa distribuzione dei beni

Devis Bonanni mentre lavora nei suoi campi

Hai scelto di vivere in completa controtendenza, hai lasciato il lavoro in ufficio, eliminato l’auto e vai in bici, coltivi la terra e vivi del tuo lavoro. Ogni anno nella primavera e in estate giovani dall’Italia e dall’Europa vengono a vivere con te l’esperienza della terra per capirne il valore e trasmetterla a loro volta. Dimmi dove nasce la forza in te di affrontare una vita così avventurosa.

All'inizio è stato per puro idealismo. Fare una rivoluzione personale, cambiare tutto ciò su cui avevo l'ultima parola ovvero il mio stile di vita. Poi, poco alla volta, il pensare è stato sostituito dal sentire. Lavorare la terra mi ha restituito ad una dimensione di contatto e serenità con le mie montagne. Oggi quindi non c'è un perché, o un ideale, quanto piuttosto un'energia che deriva prima di tutto dai sentimenti e dalle sensazioni.

Tu affermi nell'ultimo libro "Il buon selvaggio" (Marsilio Editore) che i lcibo primario deve venire dalla terra e che l’uso della carne va moderato. Un amico divoratore di carne mi contesta dicendo: muoiono tutti anche i vegetariani, perché tante storie: carne sì carne no. Come gli risponderesti?

Abbiamo il dovere di interrogarci su cosa mangiamo. Solo da mezzo secolo l'umanità vive questa condizione. Per millenni il problema non è stato cosa acquistare al supermercato ma come coltivare un raccolto sufficiente per non patire la fame. Dal punto di vista salutistico emergono oramai certezze sul fatto che la carne debba essere cibo della domenica e non da tutti i giorni. Se della nostra salute non ci importa dobbiamo però considerare i metodi di allevamento e l'impatto ambientale del consumo di prodotti di origine animale. La Pianura Padana, da Udine a Torino, è un enorme campo di mais e soia destinati all'alimentazione zootecnica. I terreni sono sotto stress e costretti a produrre grazie all'intervento della chimica. Se consumassimo meno carne avremmo necessità di “utilizzare” meno terra o potremmo utilizzarla meglio, in modo più sostenibile.

Tempo fa qualcuno che non condivideva le tue scelte bruciò la tua baita di legno dove vivevi. Come hai reagito a questa violenza?

Ho sofferto per un anno, ogni volta che lavoravo per ripulire e smaltire le macerie. La sofferenza è aumentata dal fatto di non conoscere il movente di un gesto così violento e distruttivo. La casetta era preziosa per me ma era anche nella storia del paese visto che esisteva dal 1976. Per un certo periodo fu anche il ritrovo dei giovani della mia generazione. Perciò rimanere sospesi sul perché è come avere un peso irrisolto nella mia storia personale che mina in parte la fiducia che ho sempre avuto in qualsiasi persona.

A parte questo brutale incidente, provi mai lo sconforto, e per che cosa in particolare?
Si, quando sbaglio o non mi comporto correttamente. Succede a tutti in fondo ed è parte dell'essere umano. Non è detto che un ecologista debba per forza essere anche una persona perfetta sotto ogni punto di vista. Se il mio comportamento poi genera un'incomprensione che rimane irrisolta allora lo sconforto dura a lungo.

Come leggi questi avvenimenti drammatici di violenza a cui ripetutamente assistiamo oggi?

Ho riflettuto a lungo sulla crisi attuale. Penso che queste violenze siano la conseguenza dello sfruttamento e delle ingerenze che il primo mondo ha perpetrato per più di un secolo nei paesi poveri o in via di sviluppo. Per sfruttare il Medio Oriente o l'Africa e impedire che a volte finissero sotto l'influenza sovietica si è continuato con la logica del dividi et impera. Nessuno ricorda che Saddam Hussein prima di essere il grande cattivo fu aizzato e foraggiato nella guerra contro l'Iran? O che si armarono i talebani contro i russi per poi invadere il paese dopo l'undici settembre? Una politica contraddittoria e al servizio degli affari economici non potrà che generare altre atrocità di azione e reazione. Senza un'equa distribuzione delle risorse e del benessere i conflitti troveranno sempre un motivo di esistere.







martedì 2 febbraio 2016

Rosenberg: Come smorzare la rabbia

Marchall Roenberg (1934-2015)
Mi  è stato chiesto: “Ma non vi sono forse circostanze in cui la rabbia è giustificata? Non è forse necessaria una giusta indignazione davanti all’incurante, sconsiderato inquinamento dell’ambiente, ad esempio?”
La mia risposta è questa: sono fermamente convinto che nella misura in cui sosteniamo l’idea che esistano azioni sconsiderate o azioni scrupolose, persone avide o persone virtuose, contribuiamo alla violenza che c’è su questo pianeta. Invece di essere d’accordo o meno su quello che le persone sono quando uccidono, violentano, inquinano l’ambiente… credo che serviremmo meglio la vita se ci concentrassimo sui nostri bisogni.
Ritengo che ogni tipo di rabbia sia un risultato di un modo di pensare che aliena dalla vita e che provoca violenza. L’essenza della rabbia è un bisogno che non viene soddisfatto. La rabbia quindi è preziosa se la utilizziamo come un campanello d’allarme per svegliarci, per accorgerci che abbiamo un bisogno che non viene soddisfatto…La piena espressione della rabbia richiede la piena consapevolezza del nostro bisogno.
La rabbia tuttavia, assorbe la nostra energia dirigendola verso la punizione delle altre persone, anziché verso la soddisfazione del nostro bisogno.
Anziché provare una giusta indignazione vi suggerisco di connettervi empaticamente ai vostri bisogni personali o a quelli degli altri. Questo può richiedere molto esercizio, per mezzo del quale, più e più volte, sostituiamo consapevolmente alla frase “Sono arrabbiato perché loro…” quest’altra “Sono arrabbiato perché ho bisogno di….”
Marchall B. Rosemberg

da Marchall B. Rosenberg, Le parole sono finestre, oppure muri, Edizioni Esserci


lunedì 1 febbraio 2016

"...E miglia da percorrere" di Robert Frost



Robert Frost (1874-1963)

…E MIGLIA DA PERCORRERE

Il mio cavallo trova forse strano
che io sosti ove non c’è casa all’intorno,
tra i boschi e il lago coperti di ghiaccio
nella sera più buia dell’anno.
Fa tinnire i sonagli delle briglie,
quasi a chiedermi se sto sbagliando.
Non c’è altro suono, fuori del fruscio
del vento lieve e dei fiocchi che cadono.
Profondi e scuri sono i boschi e belli,
ma ho promesse da mantenere
e miglia da percorrere, prima di dormire,
e miglia da percorrere, prima di dormire.

Robert Frost