sabato 4 aprile 2020

venerdì 3 aprile 2020

M.S. CUMMINS: la Pace del cuore

Mary Susan Cummins (1827-1866)
Se sarai paziente e cercherai di rendere felici gli altri avrai la pace del cuore.
M.S. Cummins

da Il Lampionaio Mursia Editore

giovedì 2 aprile 2020

Valentina Farinacci: Quel giorno

Valentina Farinaccio
"Quel giorno" di Valentina Farinaccio UTET Editore. Racconti, intensi e pieni di vitalità, di giorni  memorabili in cui un incontro, un rapporto può cambiarti la vita.

"Si nasce per stare al mondo, ci si incontra per fare miracoli. E i miracoli si fanno quando il lembo di uno combacia col lembo dell'altro. All'altezza della gola, del cuore, della mano che suona, chissà. Purché combaci."
Valentina Farinaccio

mercoledì 1 aprile 2020

Pietro A. Cavaleri: La normalità è un'illusione

Pietro A. Cavaleri
In poche settimane, la pandemia da COVID-19 ha modificato stili di vita consolidati da parecchio tempo. Oltre ad avere una ricaduta sulla nostra dimensione sociale, questo cambiamento repentino conduce ad uno stress psicologico inatteso capace, se affrontato correttamente, di rivalutare alcune dimensioni fondamentali della nostra esistenza individuale e collettiva. Su tale questione, abbiamo intervistato Piero Cavaleri.
Docente a contratto presso la Facoltà di scienze dell’educazione Auxilium e didatta ordinario presso la Scuola di specializzazione in psicoterapia dell’Istituto di Gestalt HCC Italy, Cavaleri è il presidente dell’associazione “PiùCittà” sorta a Caltanissetta per lo sviluppo di buone pratiche sociali e politiche.

La pandemia da COVID-19 ha radicalmente modificato il nostro stile di vita. Tutti, o quasi, rimpiangiamo la normalità persino quella gravida di problemi e scadenza. Tuttavia, il periodo che attraversiamo ci invita ad un ripensamento a partire propria dalla cosiddetta normalità. Che cos’è la normalità? Come ripensarla?
La “normalità” è solo un’ illusione che l’uomo moderno ha elaborato negli ultimi secoli per auto-rassicurarsi. Ma in realtà, la normalità non esiste! La cultura moderna, della quale noi siamo figli, attribuendo un infinito potere alla scienza e disprezzando i vincoli comunitari, ci ha fatto credere fino ad ora che tutto può essere “controllato” e “previsto” dagli scienziati. L’illusione che esista una “normalità” è il frutto di un paradigma culturale dominante, per il quale tutta la natura, quella che ci circonda e quella che ci abita, può essere tenuta sotto controllo dal sapere scientifico. Ma così non è! Basti guardare all’emergenza climatica, alle catastrofi naturali, ai flussi migratori, alle pandemie, come quella che sta sconvolgendo ora le nostre vite. Occorre ammettere, al di là dei miti moderni, che la normalità non esiste e che la realtà si sottrae, sempre e in modo imprevedibile, ad ogni “controllo”.
Dobbiamo imparare, con molta umiltà, a non parlare più di “normalità”, né tanto meno di “emergenza”! Nell’orizzonte ingannevole della cultura moderna, “emergenza” è tutto quanto sfugge momentaneamente o casualmente all’onnipotenza del sapere scientifico. Dobbiamo renderci conto, invece, che la vita è un continuo divenire, una emergenza costante, che non si acquieta e non si “normalizza” mai! Lungo la sua millenaria storia, la famiglia umana ha imparato a difendersi dalla instabilità e dalla insicurezza del vivere facendo ricorso al farmaco della coesione sociale, della condivisione, della solidarietà. La cultura, la religione, le istituzioni comunitarie, la stessa scienza, altro non sono se non una “risposta collettiva”, che la famiglia umana ha dato nel tempo alla continua emergenza del suo instabile vivere, che appunto non conosce “normalità”. È ponendosi all’interno della comunità, di un orizzonte di solidarietà e di condivisione, che la scienza può affrancarsi dagli inganni della modernità e tornare ad essere “umana”.

La quotidianità, per mille e più motivi, ci ha reso più prossimi ai colleghi di lavoro o di attività sociale. Con le misure restrittive, i familiari sono – per davvero – ritornati ad essere il nostro primo prossimo. Quali strumenti abbiamo per vivere in equilibrio questa nuova dimensione?
Lo strumento più importante è di sicuro l’amore, che si fa attento, paziente, audace, creativo, speranzoso, instancabile. Konrad Lorenz, un grande maestro dell’etologia, sosteneva che più aumenta la densità di abitanti in un determinato spazio e più aumenta fra essi l’aggressività. Il fatto stesso di stare per tanto tempo tutti quanti insieme in famiglia, fa di per sé aumentare la tensione relazionale. Senza parlare poi della paura e del contesto irreale nel quale ci troviamo a vivere. Tuttavia, anche in questa nuova dimensione, possiamo darci un filo d’oro, una “stella” di riferimento nella notte di questa navigazione non facile, e chiederci: qui e ora come posso ricominciare ad amare chi mi sta accanto? Come posso riconoscere in modo nuovo il suo bisogno di contenimento emotivo, il suo desiderio nascosto di essere sollevato dalla paura, dall’insicurezza di questo momento?
Naturalmente occorre ricordarsi sempre che per essere in grado di avere cura degli altri occorre prima, o contemporaneamente, avere cure di se stessi, provando ogni giorno a dedicarsi degli “spazi” mentali o fisici, alimentando in mille modi la cura del proprio corpo, della propria mente, del proprio spirito. Solo a queste condizioni possiamo creare e mantenere un equilibrio che possa permetterci di trasformare questi giorni non facili in una esperienza capace di migliorare la qualità delle nostre relazioni in famiglia.

Molti, anche fra i giovani, denunciano stati d’ansia e di stress emotivo dovuti tanto alla situazione emergenziale quanto ad una comunicazione divenuta, per molti motivi, esorbitante. I genitori, i docenti e gli operatori sociali in genere come possono supportare chi vive dei veri e propri attacchi di panico?
L’essere cresciuti nell’illusione di una condizione di vita “sicura” ci rende ora tutti, giovani o adulti, particolarmente esposti alla paura, all’ansia, allo stato di panico. Quando si crede di vivere in una società sicura e protetta, sperimentare poi l’esatto contrario costituisce, per molti aspetti, una esperienza traumatica. Posto di fronte ad un evento traumatico, il cervello umano reagisce spesso interrompendo i circuiti neurali che collegano le aree più arcaiche e istintive, con quelle più evolute e razionali. La paura è una delle più antiche emozioni degli organismi viventi e ci segnala sempre l’esistenza di un pericolo che mette a rischio la nostra vita.
In presenza di una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza, non c’è tempo per ragionare, sicché in noi prende il sopravvento il sistema nervoso autonomo, che con le sue reazioni istintive, con i suoi automatismi arcaici tenta di “farci salva” la vita. Accade così che a prendere il comando della nostra mente non è la parte razionale, cognitiva, di noi stessi, ma quella irrazionale ed emotiva. A questo punto, “l’animale spaventato” che ci abita mette in atto un “protocollo” antichissimo, che è sopravvissuto lungo tutto l’arco dell’evoluzione. Questo protocollo prevede tre reazioni autonome: il blocco, la fuga o l’aggressività. Tentare di ragionare con “l’animale impaurito” è pura perdita di tempo! Il suo emisfero sinistro, la sua neocorteccia, la sua razionalità, sono al momento del tutto disconnesse e inattive.
Non serve sentire continuamente notiziari televisivi o ascoltare ininterrottamente i consigli degli esperti. Per poter agire sull’animale impaurito, occorre sintonizzarsi sul suo emisfero destro, cioè sul mondo dell’implicito, della fantasia, della creatività, del corporeo, dell’emotivo. Occorre, cioè, usare i canali comunicativi non verbali, fatti di sguardi accoglienti, di messaggi corporei rassicuranti, di gesti empatici, come l’abbraccio compassionevole e contenitivo. Possono essere utili l’evocazione di fantasie rassicuranti e positive, il ricordo di ambienti e contesti infantili vissuti come sicuri e protettivi, la focalizzazione su ciò che qui e ora è possibile percepire come positivo e in nostro potere, l’ascolto di musica capace di rilassare il respiro e la tensione muscolare. Insomma, più che pensare e ragionare, per rassicurare l’animale impaurito, è necessario “fare” e sperimentare in concreto, magari dipingendo, o suonando, o facendo attività fisica, possibilmente in compagnia di qualcuno.

Per via delle restrizioni non è possibile celebrare riti religiosi. Tuttavia, i credenti possono pregare. In una situazione come quella che viviamo che ruolo può assumere la fede?

La fede è un immenso e prezioso arsenale di “chiavi di lettura” in grado di dare agli eventi, anche quelli più complessi e dolorosi, significati nuovi, ponendoli all’interno di orizzonti positivi, fatti di speranza e creatività adattiva. Ma soprattutto la fede, in particolare quella cristiana, apre all’altro, alla comunità, ai bisogni di chi ci sta accanto, ci costringe insomma ad abbandonare l’avvitamento su noi stessi, che produce stress emotivo e, dunque, tossicità psichica (ardenalina e cortisolo ecc.). La fede ci fa sentire avvolti, amati da un Dio provvidente e misericordioso, facendo acquietare l’animale impaurito che vive in noi. Non è un caso che i neuroscenziati abbiano individuato nella spiritualità e nella vita di fede una delle esperienze più valide per favorire negli umani benessere mentale e capacità adattive.

È vero l’Italia e, ormai, l’intero occidente è piegato dalla morsa del coronavirus. Migliaia di vittime e ingenti perdite economiche colpiscono il nostro modello sociale. Ma nel mondo – si pensi ai profughi senza fissa dimora, ai poveri del terzo e del quarto mondo – esistono situazioni peggiori delle nostre quarantene passate in confortevoli case. Ti pare che spesso, nel primo mondo, si diffonda una sorta di parzialmente giustificato vittimismo?

Dietro questo vittimismo, come lo chiami tu, io avverto soprattutto il fastidio di dover rinunciare improvvisamente ad un “mondo sicuro” ed essere obbligati a fare i conti con l’esperienza irricevibile della morte. Gli abitanti del primo mondo, come ebbe modo di evidenziare il filosofo Michel Foucault, hanno sapere scientifico, tecnologia e sicurezza economica, ma non sono attrezzati per affrontare la morte, il limite, la fragilità, la vulnerabilità.
Di fronte a tutte queste realtà profondamente umane, sono sprovvisti di mezzi adeguati, hanno difficoltà ad attivare significati nuovi, processi corali e adattivi di resilienza. A pensare bene sono effettivamente “vittime”, ma di un inganno moderno che, consegnandoli all’onnipotenza della scienza, li ha sottratti a quanto di umano ci sia e cioè la capacità di condividere il dolore e la morte.

Questa tragedia legata alla pandemia passerà. Speriamo che tutti quanti possiamo trarne una lezione, ciascuno secondo le proprie responsabilità umane, sociali, economiche, culturali e politiche. A tuo parere quali conseguenze, nella vita post pandemia, genererà questo periodo.
Spero conseguenze positive, costruttive, evolutive. In genere i periodi che seguono a guerre devastanti, a catastrofi distruttive, sono caratterizzati da uno spirito di ricostruzione, e dunque di solidarietà e di condivisione. In tempi come questi, l’individuo con più facilità mette da parte i suoi egoismi e si affida più volentieri alla comunità. Questo vale per le singole persone, come per le nazioni. I segnali che stanno venendo dall’UE fino ad ora purtroppo non vanno in questa direzione. Mi pare evidente, tuttavia, che anche per l’UE questo sia un test decisivo.
Durante la pandemia non darà prova di solidarietà e piena condivisione sul piano politico-sociale, dopo la pandemia potranno avere luogo gravi processi di forte ed irreversibile disgregazione. L’UE non può rimanere un coacervo di interessi esclusivamente economici. Questo è il momento di dimostrare che esiste l’UE dei popoli e non dei finanzieri. Se questo non accadrà, temo conseguenze molto serie. Mi auspico che dalla pandemia planetaria possa scaturire una “globalizzazione dal basso”, cioè dei popoli, delle persone, capace finalmente di mettere l’uomo, e non la massimizzazione dei profitti, al centro della politica e dell’economia globale.
Intervista a cura di Rocco Gumina

da sito internet L'Antenna: Anche la Pandemia ci insegna che la normalità è un illusione

lunedì 30 marzo 2020

Aldo Masullo: Il coraggio di resistere

Aldo Masullo al Centro la Pace di Benevento
C'è uno stato di sofferenza non individuale ma di tutti, quindi l'unica arma che rimane è quella di resistere…Resistere è anche un'esperienza di dignità che l'uomo dà. La consapevolezza di ciò ci può aiutare se sappiamo capirne il valore.
Aldo Masullo

domenica 29 marzo 2020

La SALUTE: un Diritto di ogni cittadino

S. Paulo - Brasile
Considero la salute un diritto di ogni cittadino e un dovere dello Stato, perciò non ho mai avuto uno studio privato. Oggi lavoro come medico di famiglia...Il nostro lavoro ha come obiettivo quello di promuovere azioni concrete che cambino il tenore di vita, molto basso  a causa delle differenze sociali...Quest'anno sono 25 anni che mi adopero in questa professione che ho scelto perché credevo l'unica che mi permetteva di avvicinarmi a tutti gli uomini senza distinzione...Ho scoperto che se non fossi stato medico, probabilmente sarei una persona divisa in me stessa e forse prepotente. Però il fatto di aver ascoltato tante persone in momenti di sofferenza e aver meditato profondamente su questo,  mi ha fatto riflettere più profondamente su cosa sono io, che cosa penso e qual'è la mia visione degli altri  e della società.

Maria Virginia Rubin de Celis
(S. Paulo - Brasile)


I consider health to be a right of every citizen and a duty of the state, therefore I have never had a private practice. Today I work as a family doctor ... Our job is to promote concrete actions that change the standard of living, which is very low due to social differences ... This year I have been working for 25 years in this profession, which I chose because I believed it to be the only one that would allow me to approach everyone, without distinction ... I discovered that if I had not been a doctor, I would probably be divided in myself and maybe even overbearing. But the fact of having listened to many people in moments of suffering and having meditated deeply on this, has made me reflect more deeply on what I am, what I think, and what is my vision of others and of society.

Maria Virginia Rubin de Celis
San Paulo Brazil

Azione comunitaria presso il Comune di Vargem Grande Paulista vicino a S. Paulo. da Dialogo su coscienza e povertà.

Albert Camus: La vera amicizia


Albert Camus (1913.1960)

Da giovane chiedevo agli altri più di quanto potessero darmi: un'amicizia continua, un'emozione permanente. Ora so chiedere loro meno di quanto possono dare: una compagnia senza parole. E le loro emozioni, la loro amicizia, i loro nobili gesti conservano interamente ai miei occhi un valore di miracolo: un effetto esclusivo della grazia.

Albert Camus
da Il Primo uomo Bompiani 

venerdì 27 marzo 2020

La natura della povertà



Essere povero non vuol dire essere malato. La povertà non viene ereditata con il codice genetico, né rappresenta uno stato d'animo o fisico, che potrebbe predestinare una persona, oppure un gruppo di persone, ad essere povere.
Se distribuiamo esclusivamente in modo individuale i beni prodotti, generiamo disparità tra le popolazioni, tra quelle che possiedono qualcosa e quelle che non hanno nulla.
Quando un gruppo o una comunità di gruppi umani si impossessa dei beni appartenenti alle altre comunità, all'intero genere umano, inizia il processo di pauperizzazione dei gruppi e delle comunità rimasti senza potere.
All'inizio del XXI secolo il genere umano conta circa sette miliardi di abitanti. L'intera produzione mondiale dei beni (beni permanenti e di consumo, energie, servizi) divisa  tra i sette miliardi di abitanti della terra dà risultati  mai registrati prima.
Se tutto ciò fosse distribuito in modo uguale, l'intero genere umano potrebbe vivere in uno stato di relativo benessere.

Faruk Redzepagic

da Faruk Redzepagic, La natura dela povertà, Atti del Convegno Dialogo su coscienza e povertà 2007

martedì 24 marzo 2020

Albert Camus: L'asino


L'asino che per anni gira con pazienza intorno alla noria, sopportando le percosse, la ferocia della natura, il sole, le mosche, sopportando e sopportando, e  da questo lento procedere in tondo, apparentemente sterile, monotono, doloroso, sgorgano instancabili le acque.

Albert Camus

da Il primo Uomo, Bompiani

Il valore del confronto

Francesco Tortorella
Per combattere la povertà e le disuguaglianze che sono intorno a noi dobbiamo superare i momenti di scoraggiamento. Mi aiuta molto il confronto con altri che cercano come me di vivere così...Nel confronto con altri giovani ci siamo aiutati a vicenda e ci aiutiamo a fare questo cammino insieme e ci sproniamo non solo partecipandoci le esperienze, ma ancher standoci vicini in queste scelte.

Francesco Tortorella

da "Coscienza e povertà" atti del Convegno  del Centreo del Dialogo  2007

venerdì 20 marzo 2020

Albert Camus: Nella classe del signor Bernard

Una scuola di inizio novecento

No, la scuola non offriva soltanto un'evasione dalla vita in famiglia. Almeno nella classe del signor Bernard, appagava una sete ancor più essenziale per il ragazzo che per l'adulto, la sete della scoperta. Certo anche nelle altre classi s'insegnavano molte cose, ma un po' come si ingozzavano le oche. Si presentava un cibo preconfezionato e si invitavano i ragazzi ad inghiottirlo. Nella classe del signor Bernard, per la prima volta in vita loro, sentivano invece di esistere e di essere oggetto della più alta considerazione: li si giudicava degni di scoprire il mondo. E anche il maestro non si occupava soltanto di insegnare ciò per cui era pagato, ma li accoglieva con semplicità nella sua vita personale, la viveva con loro, raccontava la propria storia e quella di altri ragazzi che aveva conosciuto, esponeva i propri punti di vista ma non le proprie IDEE…su qualcosa che potesse essere oggetto di una scelta o di una convinzione, pur condannando con estrema energia ciò che non ammetteva discussioni, il furto, la delazione, la scorrettezza, la disonestà.
Albert Camus


Da Albert Camus Il primo uomo Bompiani 2018

mercoledì 18 marzo 2020

Elizabeth Enright: Finalmente fu Primavera


Finalmente fu primavera piena e i fiori sbocciarono dappertutto. Il bosco era un tappeto di fiori: c’erano fiori di sanguinaria avvolti nei loro mantelli come principesse indiane; c’erano tuberose, garofani selvatici, roselline di macchia, anemoni che pareva sbocciassero da un piccolo calice peloso, e viole canine.
Giù vicino al ruscello, migliaia e migliaia di violette ricoprivano le sponde con le loro foglioline a forma di cuore.
Anche gli alberi erano in piena fioritura: fiorivano i meli e i ciliegi, e fiorivano i peri con i loro fiori bianchi come la neve.
Erano fioriti anche i due grossi cespugli che crescevano vicino a casa: uno si era ricoperto improvvisamente di un esuberante fioritura di piccoli fiori di colore arancione, e l’altro, in un notte sola, si era trasformato in un cascata di rose….e l’odore che penetrava nelle camere dalle finestre aperte era un odore così nuovo, così misterioso e così invitante, che non era assolutamente possibile rimanere a casa.

And at last it was really spring: flowers everywhere. The woods were carpeted with them: bloodroot wrapped in its cloak like an Indian princess, trillium, jack-in-the-pulpit, Dutchman's-breeches, hepatica (blooming out of a little fur mitten), and dogtooth violet.
Down near the creek there were real violets by the hundred, by the thousand, starring their heartshaped leaves.
Even the trees were full of flowers, apple blossom, and snowy pear, and cherry.
Of two huge lopsided bushes near the House, one suddenly burst into a rash of orange rosettes and the other turned into a shower of pink fringe almost overnight... and the smell that drifted in through the open windows was so wildly exciting; a fragrance so new, never breathed before, so sweet and mysteriosus and inviting that one couldn't stay indoors.
Elizabeth Enright


da Elizabeth Enright, Lo sbaglio del quarto piano, Salani Firenze

martedì 17 marzo 2020

PIU' COSCIENZA NELL'USO DEI BENI DELLA TERRA

Diana Peza Borrelli

Abbiamo la responsabilità  di trovare le forme per aiutarci tutti ad avere più coscienza anche nell'uso dei beni della terra…Vorrei che l'umanità intorno a noi si accorgesse che, a prescindere da un nostro credo religioso o non religioso, il valore della nostra vita, la bellezza, al di là delle difficoltà,  è proprio in questa dimensione del dialogo a 360° che ha suscitato in noi questa coscienza.

Diana Pezza Borrelli

Atti del Convegni Dialogo su coscienza e povertà idee ed esperienze   25-27 maggio 2007

sabato 14 marzo 2020

Claretta Dal Ri: IL DIALOGO E' POSSIBILE

Claretta Dal Ri (1930-2016)  

Il dialogo con gli altri... è possibile se le forze in campo condividono certe premesse e cioè:
- la consapevolezza della propria identità;
- il totale rispetto dell'altro e la sua cultura;
- la reciprocità propria di chi sa di avere molto da dare e altrettanto da ricevere;
- l'inesauribile pazienza ad ascoltare, altrimenti non è possibile entrare nelle necessità dell'altro e capirle fino in fondo.

Claretta Dal Ri

da Dialogo su coscienza e povertà, Castelgandolfo 2007

Chiara Lubich: DI FRONTE ALLA POVERTA'

Chiara Lubich (1920-2008)
Nessuna persona responsabile può infatti sottrarsi all’affascinante imperativo di togliere la povertà sulla terra e di alleviare i dolori e le sofferenze che ne conseguono. Il fatto che finora non si sia riusciti a risolvere questo grosso problema rappresenta un lato oscuro, una tenebra, che paralizza il progresso umano e ci induce quindi a porvi rimedio con vigore.


Chiara Lubich