lunedì 8 maggio 2017

Massimo Cacciari: La felicità è di tutti o di nessuno

Massimo Cacciari

Quando potremmo chiamare felice lo stato della nostra ragione?….Nel momento stesso in cui si vede la connessione tra tutti gli enti, è impossibile non ricercare anche l’unità essenziale di ogni individuo con l’altro, la prossimità che tutti li collega. Non solo per utilità, per naturale amore di sé, dobbiamo allora realizzare negli ordinamenti della città terrena l’unità del nostro genere, ma perché ce lo impone la ragione stessa.
Il sapiente non può essere felice che perseguendo il bene comune, e cioè il bene dell’altro, poiché così soltanto lo collega a sé, come ha riconosciuto nel proprio pensiero la superiore unità di tutte le cose.
Non per qualche buon sentimento, o perché ce lo impone qualche superiore Rivelazione, ma per la necessità intrinseca del ragionamento, dovremmo concludere che essere felici significa essere come dèi gli uni per gli altri, e che volere il male del prossimo, o invidiarlo, o anche far da spettatori alle sue sofferenze senza agire per liberarlo da esse, significa condannare noi stessi all’infelicità. All’ignoranza e all’infelicità.
Non vi può essere felicità “nascosta”, privata.
Se riuscissimo a comprenderlo e dunque a essere felici, soddisfatti e contenti di sé, proprio nel liberare dalla infelicità, e tanto più felici quanto più agenti lungo questo cammino, il mondo non diventerebbe il Paradiso, ma cesserebbe certo di assomigliare all’Inferno. Poiché è nella tragedia del mondo che dobbiamo saper dire la Gioia.

Massimo Cacciari




Da Massimo Cacciari; Perché la felicità è di tutti o di nessuno, La Repubblica 3 maggio 2017


domenica 7 maggio 2017

Come combattere la violenza

Due ragazzi spingono  un anziano sulla scogliera causandone la morte. Restiamo agghiacciati dinanzi a tale triste episodio, anche se siamo sicuri che  quei due ragazzi non erano coscienti della gravità del loro gesto. 
Prendere in giro l'altro, il compagno, l'amico che ti  ha risposto male, esprimere giudizi  con faciltà su chiunque sia diverso da noi, irridere a condizioni di vita che non comprendiamo, purtroppo lo abbiamo sperimentato tutti nella nostra vita, è l'atteggiamento molto presente ella nostra società.
E, alcune volte, ne siamo tutti contaminati.
Senza quasi averne avvertenza, continuiamo ad esercitare quotidianamente  questo giudizio su tutti e su  ciascuno, quasi che fosse un nostro diritto puntare il dito ritenendoci migliori o superiori agli altri.
Dobbiamo invece prender coscienza che il giudizio, espresso o tacito che sia, rompe ogni coesione sociale, svaluta il valore dell'uomo giudicato, ci allontana psicologicamente dagli altri, genera inimicizia,  rabbia e conflitto, distrugge serenità e pace dentro e fuori di noi.
Quei giovani di Monopoli purtroppo sono il frutto di una società che è diventata violenta nella mente, che ha imparato comunicare in modo violento, spesso con il sorriso beffardo sulle labbra,  e che giudica continuamente gli altri. 
Il giudizio è l'arma letale che mina nel profondo la pace sociale, che annienta quel bene relazionale senza il quale l'uomo regredisce nella disumanità ed è capace, senza quasi accorgersene, di togliere la libertà di vivere agli altri.
Purtroppo, dice giustamente lo psicologo Pietro A. Cavaleri, la situazione è degradata perché del bene relazionale “poco o nulla ci curiamo”; spesso non è presente nei progetti educatici della scuola o in ogni altra agenzia educativa; non è a fuoco nelle famiglie, nelle comunità, nelle associazioni.
La violenza che si esprime, spesso, nei parlamenti e negli stadi ne è il paradigma più lampante.
Sarebbe molto utile impegnarci tutti, come singoli, come comunità, come associazioni, in un'azione educativa, a tutti i livelli, per riportare  all'attenzione di tutta la società il bene relazionale, facendo pressioni di stampo democratico affinché l'istituzione scolastica  ponga  a base del suo progetto culturale tale bene, come sperimentò in anni non lontani Don Milani, nella sua scuola di Barbiana, insegnando a prendersi cura gli uni degli altri. 
Se la scuola, le istituzioni tutte, le comunità le associazioni non faranno questo passo nuovo, episodi come quello di Monopoli si ripeteranno ancora, con altri connotati, ma sempre  con la stessa violenta radice.



venerdì 28 aprile 2017

Charlie Chaplin: Come creare felicità

Charlie Chaplin in una scena del film "Il Grande Dittatore"
La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha chiuso il mondo dietro una barriera di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell’oca, verso l’infelicità e lo spargimento di sangue. Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’abilità ci ha  resi duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno  di dolcezza e bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto. L’infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell’ingordigia umana… Nel diciassettesimo capitolo di San Luca sta scritto che il regno di Dio è nel cuore degli uomini. Non di un solo uomo, ma di un gruppo di uomini, ma di tutti voi. Voi, IL POPOLO, avete il potere di creare la felicità voi avete la forza  di fare che la vita sia una splendida avventura.

Charlie Chaplin


Dal discorso finale del film "Il grande dittatore"

martedì 25 aprile 2017

Martin Cruz Smith: La ragazza di Venezia

Martin Cruz Smith


E’ appena stato pubblicato da Mondadori l’ultimo romanzo dello scrittore americano Martin Cruz Smith, il thriller La ragazza di Venezia, ambientato in Italia durante l’ultima guerra mondiale. In un'interessante intervista, alla domanda del giornalista Antonello  Guerrera del perché questo omaggio letterario all’Italia, egli ha così risposto: 

“Sono venuto in Italia quattro volte per scrivere La ragazza di Venezia. Parlando con gli abitanti, ho percepito a volte un rifiuto di conoscere la propria storia, o comunque un approccio di sufficienza e acriticità. Come se fosse qualcosa che non esiste più, che merita di essere dimenticato…E invece la Resistenza che c’è stata da voi contro Hitler e il nazifascismo, con le decine di migliaia di vittime che si sono sacrificate, non ha avuto uguali in Europa, basti pensare alla Francia. L’Italia, con quel  suo incredibile coraggio, dovrebbe essere orgogliosa di se stessa e di quel passato, perché l’Europa della pace è anche figlia della resistenza.”



Da Antonello Guerrera “Questa Italia d’amore e di guerra” La Repubblica  6 aprile 2017



giovedì 20 aprile 2017

Sam Polk: Abbiamo tutti bisogno di sentirci realizzati

Sam Polk
Sam Polk ha scritto una sua biografia  per l’editore Scribner, For the love of money. Il settimanale La lettura lo ha intervistato. Ecco alcune  risposte inerenti alla sua vita:

At 25 years of age I had a contract with Citibank. I earned almost two million US dollars a year. I thought all that money would make me happy, secure and important. Instead I felt empty. It took years for me to understand that happiness and considerations come from relationships with people we love...
This desire to make more and more money has left millions of people without a job and marginalizing many of them. Greed is the cause of poverty...
The responsibility for this inequality is blamed on the administrators who give very high salaries while paying very low ones to the workers. Some politicians give preference to the desires of the rich rather than to “normal” people.
Mother Teresa says: we forgot that we belong to one another and this is not just at Wall Street...
If we do not continue to make the world a better place with our work, if we do not give a hand to those who really need it, something will always be missing in our lives. So, just as we struggle to earn a good salary, we should also commit ourselves in giving our contribution to the world. Only then, we will feel fulfilled.



A 25 anni avevo un contratto con Citibank, guadagnavo quasi due milioni di dollari l’anno. Pensavo che tutti quei soldi mi avrebbero reso felice, sicuro di me, importante. Invece mi sentivo vuoto. Ho impiegato anni per capire che felicità  e considerazioni nascono dalle relazioni con le persone che amiamo…Il nostro voler fare sempre più soldi ha lasciato milioni di persone senza un lavoro, emarginandole. La nostra avidità è la causa della povertà…La responsabilità è degli amministratori delegati che si assegnano stipendi da favola mentre pagano ai lavoratori salari da fame . E dei politici che danno priorità ai desideri dei ricchi rispetto a quelli delle persone “normali”. Per usare le parole di Madre Teresa: abbiamo dimenticato che apparteniamo gli uni agli altri. E questo non solo a Wall Street…Se con il nostro lavoro non contribuiamo a rendere il mondo un posto migliore, se non diamo una mano a chi ne ha davvero bisogno mancherà sempre qualcosa alle nostre vite. Quindi così come ci diamo da fare per ottenere un buon stipendio, facciamo altrettanto perché il nostro lavoro dia un contributo al mondo. Solo così potremo sentirci realizzati.
Sam Polk



Da  Laura Zangarini. L’agnello di Wall Street. La Lettura  4 dicembre 2016

venerdì 7 aprile 2017

Incamminiamoci verso la fraternità universale!



La fraternità allargata alla convivenza tra i popoli provoca la trasformazione e il rinnovamento non solo dei rapporti interpersonali, ma anche di quelli istituzionali e strutturali.
Una nuova civiltà può nascere dalle rovine e dal fallimento di una società pervasa dai conflitti, dagli scontri e dalla difesa smisurata di interessi egoistici. Non come sogno e utopia, ma come assunzione di atteggiamenti e comportamenti che vedono nell'altro - persona, etnia, popolo - un proprio simile, rispettato nella sua dignità, cercato per uno scambio vitale di valori.
Questo vale per ogni uomo, qualunque sia la sua convinzione o fede religiosa: può sempre vedere nell'altro o nell'altra  una persona da rispettare, nel riconoscimento della sua dignità.
Tutti possiamo sentirci chiamati a costruire l'unica famiglia umana, la fratellanza universale.

Vera Araùjo



da Vera Auaùjo, Riflessioni antropologiche sulla solidarietà, In dialogo per la solidarietà, Città Nuova 1999

giovedì 6 aprile 2017

Pace e sviluppo tra gli Stati: un sogno possibile?


L'umanità necessita di un'azione politica che sul piano internazionale punti ai due obiettivi della pace e dello sviluppo con l'adozione di misure rispondenti alle necessità di ognuno, partendo dagli ultimi. Obiettivo reso più che mai necessario dalla crescente interdipendenza e mondializzazione dei problemi.
Ma è necessario che il criterio della democrazia ispiri la condotta degli Stati della Comunità internazionale ed in particolare nelle strutture della Comunità internazionale e che un'effettiva cultura della solidarietà porti ogni Paese a  considerare le ansie e le attese di tutti i popoli, in maniera disinteressata.

Vincenzo Buonomo

Atti del Convegno "In dialogo per la solidarietà" Castelgandolfo  Città Nuova 

Tagore: Sono un camminatore

Tagore (1861-1941)

Sono un camminatore
Nessuno mi fermerà:
illusione sono le gioie e i dolori.
Senza casa sempre camminerò;
la zavorra che mi trae in basso
cadrà dispersa per terra.
Per la strada canto a piena voce,
a cuore aperto,
libero dalle catene dei desideri;
attraverso il bene e il male
camminerò tra gli uomini.
Svanirà ogni fatica
Un canto sconosciuto
mattina e sera incanta l'anima.
Sono un camminatore.
Un mattino sono uscito a notte ancora,
sopra l'oscurità,immobile vegliava una pupilla.
Una sera arriverò
dove brillano nuove stelle,
dove olezza un nuovo profumo;
dove due occhi sempre mi guardano dolcemente.
Sono un camminatore.

Tagore


martedì 4 aprile 2017

Giovedì Santo: Don Tonino Bello e la Chiesa col grembiule

Giotto: La lavanda dei piedi

Nel giovedì santo, insieme alla Cena del Signore, celebriamo l'atto di Gesù, che si alza da tavola, si toglie il mantello (sarebbe la giacca, per noi), si lega alla vita un grembiule, o un asciugamano per i piedi, versa acqua in un catino, lava i piedi dei suoi discepoli e li asciuga. È il lavoro abituale del servo, quando il suo padrone arriva da un viaggio.
Il Vangelo di Giovanni  non racconta l'ultima Cena, già raccontata negli altri Vangeli, ma racconta la lavatura dei piedi. Segno che, per Giovanni, questo gesto ha lo stesso valore del donarsi di Gesù nel pane e nel vino, come cibo di vita. Gesù si dona come umile servitore nostro. Pietro si scandalizza, non vorrebbe farsi servire dal Maestro, ma Gesù lo avverte: «Se non ti lasci lavare i piedi non sei con me. Quello che ora non capisci, lo capirai un giorno».  Ora noi cerchiamo di capirlo.
Giovanni comincia questo cap. 13 del suo Vangelo così: «Sapendo Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, fino in fondo». Gesù dimostra la pienezza del suo amore in due modi: accettando di morire per fedeltà alla verità del Vangelo, e esprimendo, col lavare i piedi dei suoi amici,  l'umiltà e la concretezza del suo amore per noi.  
Don Tonino Bello volle sottolineare molto questo atto di Gesù. Era il Vescovo di Molfetta. Vescovo degli ultimi, e della pace, cioè per la vita dei flagellati dalle guerre.
Negli ultimi mesi della sua vita, (già malato di cancro, morì cinque mesi dopo, il 20 aprile 1993, nei giorni pasquali), nel dicembre 1992 andò pellegrino di pace a Sarajevo assediata e bombardata dalla guerra, insieme a cinquecento altri, giovani e vecchi, per tentare di essere portatori di pace dentro la guerra, vicini alla popolazione sotto le bombe. Il suo posto di Vescovo era tra gli ultimi dell'umanità, in quel momento.
Qualche anno prima, nella quaresima del 1988, dedicò tutti gli otto Scritti quaresimali … ai piedi! I piedi di Pietro, di Giuda, di Giovanni, di Bartolomeo, degli altri, i piedi del Risorto. Nulla di più basso e di più fondamentale dei piedi.
Riguardo a Pietro, don Tonino scriveva: «A furia di difendere la tesi del “primato” di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quell’”ultimato” di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale». Primato e “ultimato”. «I piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale» .
Come Gesù, don Tonino onora i piedi. I piedi degli ultimi, che Gesù chiede anche a noi di lavare, con gesto sacramentale, sono la mèta dell’elevazione spirituale: «Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri».  Sono le stesse parole dell'eucarestia: «Fate questo in memoria di me».
        L’immagine alto-basso, il basso che è il vero alto, è stata usata tante volte come metafora di una rivoluzione, del raddrizzamento di qualcosa che è capovolto, sbagliato. L’allusione è a tutte le gerarchie mondane, le potenze, gerarchie sconvolte da Gesù, l’Uomo mandato dall’Altissimo, abbassatosi come un servo ai piedi dei suoi poveri deboli amici, calpestato dalla coalizione dei poteri religioso e politico, risorto ad inaugurare da primogenito la posizione definitiva a cui ci chiama e conduce, eretti in piedi, col cuore in alto.
         Perciò, don Tonino Bello parlava della «chiesa del grembiule», vestita come Gesù dell'asciugamano dei piedi, non di piviali e casule e paramenti preziosi, e templi costosi. Gesù, nell'ultima cena e nell'ultima sera di quel giovedì, dà il suo modello di comunità ai discepoli, a noi: aiutarci l'un l'altro, servirci come possiamo, come sappiamo. Non ci sono chieste grandi opere. Cominciamo semplicemente, chinandoci fino ai piedi degli altri.

Enrico Peyretti







[ Scritti di Antonino Bello, vol. 2, p. 346, 345

lunedì 3 aprile 2017

Lascia un'impronta nel mondo



Non devi 
arricchirti. 
Se hai, hai per dare.
Ogni mano,
per quanto piccola,

lascia
un’impronta
nel mondo.  

 (Anonimo)

domenica 2 aprile 2017

Joan Baez: La musica cambia la vita di chi l'ascolta

Joan Baez durante un concerto
La musica è la mia vita non solo il mio lavoro, non sarei me stessa senza la musica. Non posso fare a meno di cantare, ma è un mistero anche per me…Non scelgo le canzoni che canto…ma sono loro a cercare me, atterrano in qualche posto del mio cuore. Di certo è ancora valida la combinazione musica-politica, è quella in cui mi sento più a mio agio e che mi spinge ad andare avanti. Sono cresciuta pensando che l’unico modo per cambiare sia prendersi qualche rischio. Ora tocca ai ragazzi: loro dovranno scegliere di prendersi qualche rischio per cambiare.
Sul palco accadono molte cose…Trovo che il progresso tecnologico sia importante, e penso che le nuove generazioni  debbano imparare a usare i nuovi strumenti con attenzione:  la dimensione umana non può essere  messa da parte, svalutata, specialmente quando si tratta di musica.
Amo tutto quello che ho cantato: ogni canzone è stata scelta per un motivo, ognuna è stata importante. La musica cambia la vita di chi la ascolta e la rende più ricca.


Joan Baez


da  Ernesto Assante, "Joan Baez , io canto e passeggio. Tocca ai giovani rischiare", la Repubblica 23 gennaio 2015

mercoledì 29 marzo 2017

Michele Mariotti: Un premio non è un punto di arrivo

Il Direttore di orchestra Michele Mariotti
Un riconoscimento, un premio non è un punto di arrivo…Mi dà stimolo per continuare ad approfondire la musica nel modo in cui ho sempre fatto, senza accontentarmi di letture superficiali, ma soprattutto senza corse contro il tempo…Ho sempre pensato che a 30 come a 60 anni bisogna studiare. A me piace farlo di continuo: apro una partitura come un libro, sul tavolo, a letto. E mi rammarico quando non ne ho una con me…Il successo del pubblico è importante, ma bisogna imparare a vivere con equilibrio, senza sentirsi cani o eroi. Far questo lavoro per piacere a tutti è impossibile. Se lo faccio è perché mi fa star bene. Amo provare con i musicisti, è un momento molto democratico. Sociale direi. Tra autorità  e autorevolezza scelgo sempre la seconda. I musicisti mi danno del tu, quasi tutti. Ma questo non mi fa perdere il rispetto.

Michele Mariotti 




Da La Repubblica 19 marzo 2017

lunedì 27 marzo 2017

Gabriele Mainetti: il valore della propria identità

il regista Gabriele Mainetti

 Mi affascina il disagio dell'individuo, non discrimino… Quel che m'interessa è la lotta per la propria identità. Essere quel che dentro sentiamo di dover essere è faticoso, perché ti scontri con una comunità che ti dice : Omologati se ti vuoi integrare. E le persone più fragili più deboli cascano in questo tranello…L’essere umano  ha bisogno delle storie per introdurre senso in un reale che di per sé è ambiguo…Scelgo per i miei film storie che siano una sfida.


Gabriele Mainetti 

Da  Pier Andrea Canei,  Quaranta volte Peter Pan,  Style, novembre 2016

giovedì 16 marzo 2017

"Pace" per Massimiliano Varrese

L'attore Massimiliano Varrese

Continua il dialogo con Massimiliano Varrese, protagonista del film di Lamberto Lambertini Fuoco su di me e Premio “Fraternità-Città di Benevento” per “aver interpretato con equilibrio espressivo l’inquietudine e la ricerca profonda di senso tipiche del mondo giovanile, esprimendo una dimensione interiore forte ed incisiva e la volontà di trasmettere, attraverso la propria arte, il valore del rispetto profondo dell’uomo”.

 Alla nostra domanda sui motivi ispiratori del suo disco singolo Pace, in un momento in cui le conflittualità sembrano caratterizzare tanti rapporti sociali e politici, ha così risposto “Ho capito che il valore più importante nella vita di un uomo è l’amore e che l’amore è strettamente connesso con la pace, quella pace interiore di cui andiamo continuamente alla ricerca. Se vivo una vera esperienza d’amore con gli altri, sono in pace con me stesso e riesco a stare anche in pace con tutti e a dare il mio contributo per la realizzazione di quel sogno di una umanità nella quale tutti hanno diritto di piena cittadinanza. La canzone Pace, nasce  proprio da questa mia esperienza interiore.”

martedì 14 marzo 2017

Pietro A. Cavaleri: Entrare in contatto con l'altro

Acquerello di Paolo Azzoni
Ogni lingua, sia parlata che scritta, è resa possibile dall'esistenza di una grammatica, cioè da un insieme di convenzioni e di norme che garantiscono ad essa stabilità e coerenza. Grazie all'esistenza di queste "regole condivise", la lingua diventa uno strumento indispensabile per gli uomini che ne fanno uso e che attraverso di essa si manifestano a vicenda i loro pensieri, i loro sentimenti, le loro emozioni.
Si potrebbe ipotizzare che, al pari del linguaggio, anche il "linguaggio relazionale" possieda una sua specifica "grammatica", cioè un insieme di "regole" seguendo le quali sia possibile favorire fra gli esseri umani rapporti più adeguati, più "sani", più evoluti e congruenti....
In realtà più che di "regole" in senso rigidamente normativo o prescrittivo, vorrei soffermare l'attenzione del lettore su specifiche "competenze" e "attitudini", su particolari "atteggiamenti" che, se validamente acquisiti, possono orientare e "regolare" in modo adeguato la nostra vita relazionale, favorendone la qualità sul piano della salute mentale e l'efficacia sul versante della funzionalità.
Se volessi, dunque, ipotizzare un elenco sintetico ed essenziale di queste "regole" o "atteggiamenti", esso dovrebbe includere le seguenti proposizioni: 1. essere consapevoli delle proprie e altri emozioni;  2. essere in grado di "leggere" la propria e l'altrui intenzionalità; 3. esprimere azioni congruenti; 4. promuovere e sostenere relazioni di reciprocità; 5. saper "decodificare" e gestire i confitti; 6. riconoscere i tempi della relazione .

Pietro. A. Cavaleri


da Pietro A. cavaleri, Vivere con l'altro, Città Nuova Editore