martedì 23 agosto 2016

"Il cinismo della politica" di Massimo Toschi



Terra Santa:E' fondamentale per la pace nel mondo la pace tra Israele e Palestina
Distruzioni nella striscia di Gaza
C’è un cinismo della politica, che mette al primo posto le proprie strategie rispetto alla vita delle persone. Questo vale per Hamas, che costruisce le sue caserme là dove ci sono le abitazioni civili, e che lancia i missili kassam per scatenare la reazione di Israele a protezione del suo popolo. Questo vale per Israele, che dopo aver sfiorato l’accordo con Abu Mazen, si è di nuovo rifugiata nella sindrome del Libano…L’azione militare su Gaza è segno di una grande impotenza, non di una grande politica. Quando ci si affida a raid aerei devastanti, non si guadagna nulla in termini politici, ma si semina quell’odio, che poi ha bisogno di generazioni per essere superato.
Ho conosciuto i bambini di Gaza. Quelli malati, che ho visitato nei loro ospedali.Non so dove sono in queste ore. Forse qualcuno è stato ucciso, forse qualcuno è stato ferito, forse qualcuno ha la casa distrutta. Ma tutti, tutti mi hanno sempre chiesto la salute, la pace, la scuola, la vita felice con le loro famiglie. Ecco, io credo che, se vogliamo risolvere questo conflitto, dobbiamo avere il coraggio di guardarlo con gli occhi dei bambini e non con il calcolo della politica cinica.
La resistenza alla guerra e non attraverso la guerra. La resistenza ad ogni operazione mortifera, perché nell’uccisione dell’altro c’è anche la nostra morte. Davvero tutto è perduto con le armi e nulla è difeso. E’ solo una illusione pensare che le armi ci difendano e ci diano sicurezza. Anche a Gaza la vecchia cultura della guerra produce il suo fallimento. Bisogna imparare a guardare la realtà con gli occhi del nemico, comprendere il suo dolore e la sua domanda di giustizia, riconoscere le nostre responsabilità per il dolore e l’ingiustizia che gli tocca di vivere, anche per le nostre complicità.
Massimo Toschi


Da “Pensieri su Gaza” di Massimo Toschi Città Nuova n° 3 del 10 febbario 2009

lunedì 22 agosto 2016

Punto di partenza per il dialogo


Ascoltandoci reciprocamente e fraternamente, abbiamo constatato la validità dei rispettivi valori; magari espressi in termini diversi ma fondamentalmente simili: quelli insiti per così dire nel DNA di ogni uomo, quali la fratellanza, la coscienza di appartenere all'unica famiglia umana, l'attenzione responsabile alla necessità dei propri simili. Abbiamo aperto gli occhi e il cuore ai tanti bisognosi ed emarginati in varie parti del mondo o addirittura nostri concittadini e abbiamo insieme, portato aiuto.

Claretta Dal Ri - Arnaldo Diana

da Le ragioni della convivenza, Atti del Comvegno Castelgandolfo 1-3 giugno 2001

domenica 10 luglio 2016

Claudia Pin᷉eiro: Superare le liti

Claudia Pineiro foto di Alejandra Lopez
Com’è l’Argentina oggi? Un posto pieno di energia, ma con problemi che paiono eterni. Come le liti: politicamente o stai da una parte o stai dall’altra, non sono permessi punti di vista più articolarti. Poco a poco sta cambiando, per fortuna: non si può continuare così. Questa intransigenza ha provocato rotture di amicizie, in qualche famiglia hanno smesso di parlarsi.


Claudia Pin᷉eiro

da Maria Laura Giovagnini, "Architetto omicidi fantasiosi ma sono (troppo) buona, credetemi"  IO Donna 10  maggio 2014

domenica 26 giugno 2016

Joahn Galtung: Dal conflitto al dialogo

Joahn Galtung


Il conflitto è il motore del cambiamento e io lo  intendo in due significati opposti. Come pericolo ma anche come opportunità. Dal conflitto può scaturire un invito a cambiare attraverso il dialogo: cosa possibile se si ha un’immagine positiva del futuro.

Dialogare significa crescere insieme, come quando pongo domande al mio interlocutore che stimolino al cambiamento e alla costruzione: non affronto, per esempio, chi ha in mano il potere in Myanmar accusando: Voi siete contro i diritti umani.
La domanda che pongo è invece: come vede lei, signore, il Myanmar del futuro? Quale è il Myanmar dei suoi sogni? Come desidererà vivere  in futuro?...

L’unione europea è sicuramente un buon modello, ma bisogna lavorare sui diritti  intrastatali. Sono quelli che mancano. Tutti devono poter vivere in un contesto dove poter soddisfare i bisogni fondamentali, dove ognuno possa votare e partecipare, e dove tutti possano vivere liberamente la propria cultura, che rappresenta il subconscio collettivo, l’insieme dei valori condivisi: sono norme che non passano per il cervello che abbiamo in testa, ma si ancorano piuttosto al cervello che abbiamo nello stomaco. Queste  devono diventare occasione di incontro…

Da dove cominciare? Dai bambini che possono apprendere da subito le tecniche del conflitto, inteso non come collisione di personalità, ma di scopi: io desidero, tu desideri. Da lì si parte. Si possono formare mediatori eccellenti, anche lavorando sulla loro creatività.

Joahn Galtung

venerdì 17 giugno 2016

Martin Buber: Un giorno ricevetti una visita...

Martin Buber (1878-1965)
Un giorno, dopo una mattinata di entusiasmo “religioso”, ricevetti una visita di un giovane sconosciuto, senza essere presente con l’anima.
Non trascurai nulla per rendere cordiale l’incontro, non lo trattai con minore cura degli altri suoi coetanei che a quell’ora del giorno
osavano cercarmi come un oracolo con cui si può parlare.
Attento e franco mi trattenni con lui: tralasciai soltanto di indovinare le domande che non pose.
In seguito, non molto tempo dopo, sono venuto a conoscenza di queste domande nel loro contenuto essenziale, da un suo amico:
egli non era già più in vita.
Ho appreso che non era venuto da me per caso, ma per destino; non era venuto da me per una chiacchierata,
ma per una decisione; e proprio da me, proprio in quell’ora.
Che cosa ci aspettiamo quando, pur essendo disperati, ci rechiamo da un uomo?
Sicuramente una presenza per mezzo della quale ci venga detto che nonostante tutto il senso c’è.
Da allora ho abbandonato quella “religiosità” che è solo eccezione, rapimento, distacco, estasi; o piuttosto, è stata lei ad abbandonarmi.
Non posseggo niente di più del quotidiano, a cui non vengo mai sottratto.
Il mistero non si schiude più, si è sottratto oppure ha preso dimora qui, dove tutto accade come accade.
Non conosco più una pienezza, se non quella pienezza di richieste e responsabilità di ogni ora mortale.
Sono molto distante dall’esserne all’altezza, e tuttavia so che sono appellato nella richiesta di una risposta, e che posso rispondere
nella responsabilità, e so chi parla ed esige risposta.
Non so molto di più. Se questa è religione, allora essa è semplicemente tutto, il semplicemente tutto vissuto nella sua possibilità di dialogo.

Martin Buber

da Martin Buber, Sul dialogo, buc, San Paolo 2013



sabato 11 giugno 2016

Riccardo Muti: Insegnare musica fa bene



L’ignoranza della musica è ignoranza delle proprie radici e senza radici la pianta muore. Non posso che dispiacermi per il disinteresse verso la musica che mostra questo nostro paese. Ai bambini si insegna a cantare  “L’elmo di Scipio” e loro si chiedono: ma chi era ‘sto Scipio…" La musica è medicina dell’anima ed è fondamentale  per la società, perché mostra che specificità diverse possono convergere nello stesso punto…Quanti teatri ci sono in Lucania? Chi vuole fare musica nel Sud  deve affidarsi ai dischi, perché anche la televisione non ha attenzione per la musica sinfonica e le orchestre. Non è giusto…Nei Conservatori italiani si diplomano centinaia di ragazzi che poi non ce la fanno e vanno a afre altri mestieri…In Corea ci sono 30 orchestre. E’ ora di cambiare e ritrovare la fierezza di essere italiani e non per stupido nazionalismo, ma per la nostra storia.

Riccardo Muti


da Anna Bandettini: Muti: Insegnare musica fa bene al Paese, La Repubblica 10 giugno 2016 

giovedì 9 giugno 2016

Rosenberg: Nei rapporti, come stabilire una reale connessione?

Marshall B. Rosenberg (1934-2015)

Poco tempo fa ad un seminario, una madre molto preoccupata per il figlio che fumava, pensava che dovesse farlo smettere. Il figlio percepiva questa pressione e affermava che più sentiva l’intenzione della madre di farlo smettere, più aveva voglia di resistere.
Ho mostrato alla madre la differenza tra l’avere come unico obiettivo quello di cambiare il comportamento del figlio e quello di cercare, invece, una connessione con lui, con i bisogni che lo spingevano a quel comportamento.
L’obiettivo della madre aveva bisogno di trasformarsi, di passare dal tentativo di togliere qualcosa al figlio, al trovare un modo diverso dal fumo, più sicuro e salutare, che gli permettesse di soddisfare alcuni bisogni.
Questo cambiamento richiedeva che la madre comprendesse quali erano i bisogni che il figlio cercava di soddisfare quando fumava…
Il giorno successivo è tornata al seminario estremamente soddisfatta perché aveva avuto una qualità di connessione con il figlio completamente nuova.
Quando il ragazzo si è reso conto che l’obiettivo della madre non era soltanto quello di farlo smettere di fumare, ma di capire quali erano i suoi bisogni, lui stesso aveva cominciato a interrogarsi su quali potevano essere altre possibilità.
La stessa cosa accade nelle situazioni di lavoro, quando ci sono delle persone che impongono delle decisioni e gli altri si sentono costretti a comportarsi in un certo modo. Lo stesso accade nelle situazioni sociali, nelle guerre, quando una parte è interessata a soddisfare soltanto i propri bisogni e non quegli degli altri.
In ogni situazione, in famiglia, nel lavoro, nella scuola, in politica, nelle relazioni tra gli stati possiamo avere gli strumenti per tessere reali connessioni.

Marshall B. Rosenberg

da Marshall B. Rosenberg, Comunicazione & potere, Esserci Edizioni, Reggio Emilia 2010

mercoledì 8 giugno 2016

Spesso abbiamo difficoltà a capirci

Andrew Camilleri

Ognuno di noi si è chiesto qualche volta come intavolare un autentico rapporto con il vicino di casa, lo straniero, i figli ... Spesso abbiamo difficoltà a capirci, persino con chi condividiamo gli stessi ideali e constatiamo con dolore: “Non c’è dialogo, non è possibile. Parliamo, parliamo, ma non arriviamo mai ad essere d’accordo...”.
Nei vocabolari, si definisce ‘dialogo’ il discorso che passa fra due o più individui e permette uno scambio di sentimenti e di idee. Per me è molto di più! Recentemente, mi è capitato di incrociare una mendicante lungo una strada dove passo di frequente. Al vederla, affrettavo il passo per evitare l’imbarazzo di non voler rispondere alle sue richieste, ma un giorno ho deciso di fermarmi. Appena mi
sono avvicinato, mi ha chiesto l’ombrello perché stava per piovere. Preso di sorpresa, gliel’ho dato, anche se non ero sicuro che me lo avrebbe ridato. Alcune ore dopo sono ripassato di lì e già da lontano mi sventolava l’ombrello per ridarmelo. Ho sentito un balzo di gioia e da quel giorno non eravamo più estranei. Il dialogo non è parlare con qualcuno, ma inizia quando si stabilisce un rapporto vero, fonte di una profonda gioia.
Per chi ha fatto proprio il traguardo dell’unità della famiglia umana, il dialogo è anzitutto il modo di esprimere il pieno rispetto e amore per chiunque si incontra. Rapporti sinceri moltiplicati in tutto il mondo sono il tessuto della fraternità universale.

Andrew Camilleri

da Dialogo tra amici, n.59,  Maggio 2016

lunedì 6 giugno 2016

SETTANTA VOLTE REPUBBLICA: FEMMINILE E PLURALE

Albertina Soliani

2 giugno 1946 – 2 giugno 2016: settant’anni di Repubblica. Democratica. Fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Nulla di quello che è nato allora può oggi essere dimenticato, sminuito. Soprattutto il fatto che la Costituzione della Repubblica incarna e sostanzia l’unità del Paese.
I primi 12 articoli sono sacri, intangibili. La dignità della persona, la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la pace. La seconda parte la si può modificare, lo dice la Costituzione stessa, ma con coerenza formale e sostanziale. I ritardi e l’immobilismo della politica non possono essere un alibi per accelerazioni fuori controllo. Settanta anni fa lo spirito dell’Assemblea Costituente trovò l’unità tra forze politiche assai diverse. Rinasceva il Paese, dopo la catastrofe bellica, e l’unità antifascista manteneva ben salda la bussola anche nelle prime, nuove tempeste della guerra fredda. Così è stato anche nella notte delle stragi e del terrorismo. Anche oggi l’Italia ha bisogno di rinascere, di ricostituire la propria consistenza nel mondo nuovo. Ha bisogno di un nuovo spirito costituente che consolidi l’unità della comunità nazionale.
Settant’anni fa è adesso. I grandi cambiamenti si dispiegano se padroneggiano la complessità della storia che vogliono mutare. Non sono soltanto fatti tecnici, sono scelte politiche. Sono una visione del mondo, sono un sigillo della democrazia, sono un modo di vivere la comunità.
Settant’anni dopo, Casa Cervi può parlare perché conosce il prezzo di quel cambiamento. La scelta di allora conferisce alla nostra coscienza il diritto-dovere di rispondere nel modo migliore possibile alle esigenze di cambiamento. Nessuna banalità, nessuna convenienza è consentita.
Questa Repubblica è la Repubblica delle donne. Loro l’hanno decisa, hanno scritto una Costituzione senza discriminazioni, hanno preteso il rispetto della loro dignità. Grazie a loro la Carta Costituzionale fu ed è di straordinaria modernità. Settant’anni sono niente, se confrontati con il silenzio delle donne per lunghi secoli. Il cammino è sempre faticoso, ma irreversibile come il verso della storia.
Siamo in un mondo nuovo, il potere sempre di più passerà nelle mani delle donne, dagli Stati Uniti all’ONU. Ogni generazione di donne ha da conquistare per sè e per quelle che verranno nuova dignità, lavoro, libertà. Oggi pensiamo a chi ci ha regalato la Democrazia, con l’impegno a svilupparla nei prossimi settant’anni, sapendo che la liberazione delle donne equivale a più libertà per tutti.
Per favore non chiedeteci, non aspettatevi niente di meno.

ALBERTINA SOLIANI



sabato 4 giugno 2016

Anna Magnani e la crisi del cinema

Anna Magnani (1908-1973)


Ho sempre respinto  i personaggi che ritengo non adatti a me. So quello che voglio o non voglio fare e perciò il più delle volte mi trovo a dover rifiutare le offerte, anche quelle allettanti, perché non m’interessano…Oggi esiste la crisi del cinema. E del resto era fatale che arrivasse. Non si può imbrogliare il pubblico per troppo tempo. A parte l’eccezione di qualche buon film, la produzione è molto scadente. E la gente, a un certo punto, reagisce con le armi che possiede…Si parla di crisi di soggetti, di idee. Ma, secondo me, non per mancanza di scrittori; è proprio il mercato che impone questa situazione. Sono stati commessi dei gravi errori. Quando si imbrocca un filone, si vuole sfruttarlo fino in fondo, in tutti i modi, con il risultato, alla fine, di produrre film insulsi e noiosi…Ho fatto cinema perché provavo un entusiasmo straordinario. Mi sentivo ispirata. Ero un po’ illusa forse. In realtà è un mestiere da matti: bisogna avere una grande passione per farlo. Ma oggi, mi sembra che il mestiere di attore si sia ridotto a una cosa piuttosto squallidina…Il teatro m’appassiona enormemente più del cinema. A furia di fare l’attrice cinematografica, a un certo punto si sente il bisogno  d’essere una cosa viva e vera a contatato immediato con un pubblico vivo e vero.
Anna Magnani

da Giancarlo Governi, Nannarella, il romanzo di Anna Magnani, Bompiani 1981

giovedì 2 giugno 2016

Rosetta Loy: Fendere l'oscurità del mondo

Rosetta Loy


Gira ormai in famiglia la storia di questo ragazzo che pare mi interessi molto. Uno di quelli che quando viene a giocare a ping pong arriva in bicicletta senza curarsi troppo di quello che indossa, e per di più vende a rate dei libri…Tra l’altro non nasconde il giovane squattrinato, le sue simpatie di sinistra maturate durante l’esperienza come marcatempo nel cantiere dello zio costruttore; e parla senza reticenze dei peccati del capitalismo e di un futuro di equità e giustizia secondo i canoni di Marx.
A me i canoni di Marx non sembrano divergere molto dai principi enunciati nel Vangelo, ma al contrario collimare con quanto ho sempre intuito di un mondo che sfrutta i deboli e protegge i potenti. E adesso, grazie anche alla dialettica del giovane squattrinato, questi principi arrivano a fendere come spade l’oscurità del mondo.

Amo di Peppe non solo lo sguardo e il corpo alto e slanciato, ma anche l’intelligenza e la sua faciltà di rapporto con chiunque, dal ragazzo del bar al tabaccaio che gli mette da parte i pacchetti delle Gauloises. L’ironia delle sue battute e la libertà dai vincoli di appartenenza a una “classe sociale”. Amo il suo sorriso e i pantaloni scoloriti di tela, le poesie di Montale e Ungaretti, di Quasimodo di cui fino a quel momento mi era sconosciuto perfino il nome e lui mi legge scandendo con precisione i versi.

Rosetta Loy

da Rosetta Loy, Forse, Einaudi 2016.

martedì 31 maggio 2016

Salvatore Settis: A scuola non va mortificata la diversità...

Salvatore Settis
Il lavoro intellettuale non si può quantificare o conteggiare. Tra i famosi “otium” e “negotium” non c’è soluzione di continuità. Un insegnante non deve essere valutato in base alle ore che fa di lezioni frontali. Chi le prepara? E il tempo che uno ci mette a prepararle chi lo conteggia? …Nessuno lo può conteggiare,  Ma ci rendiamo conto che col sistema assurdo dei crediti formativi all’università si pretende di conteggiare il tempo che ci vuole a imparare un certo libro? Magari un libro di cento pagine io lo posso imparare in due ore e lei in mezz’ora. Abbiamo un sistema di valutazione che mortifica la diversità tra gli esseri umani. Valutare in base alle ore presunte è una solenne sciocchezza. Questa è la vera perversione che sta facendo danni enormi, e ne farà sempre di più.
Salvatore Settis
da Linkiesta, Bruno Giurato, Salvatore settis, la buona scuola non è buona. E le competenze non servono, 7 febbraio 2016

domenica 29 maggio 2016

Antonio Borrelli: Quale rapporto educativo con gli allievi?

Antonio Borrelli con la moglie Diana
Antonio Borrelli (1928-2014), scultore, ha insegnato per molti anni "Tecnica della fusione" all'Accademia delle Belle Arti di Napoli. Riportiamo un suo pensiero sul rapporto educativo.

“E’ importante avere un bel rapporto con gli studenti, io cercavo di dare il meglio di me e di trasmettere competenza, tecnica e amore per la ricerca: loro coglievano questa mia disponibilità e l’apprezzavano.

Il rapporto con gli allievi è fondamentale: quando un maestro non instaura un rapporto - chiamiamolo pure “d’amore”- con gli allievi ,secondo me, sbaglia.
Ci deve essere il piacere di stare insieme, perché non è facile far lavorare notte e giorno dei ragazzi.
Quando per la fusione accendi il forno, devi seguire tutto il percorso per arrivare dalla cera alla forma. Il forno resta acceso tutta la notte e ci vuole chi si cura del fuoco: se non c’è passione e piacere non c’è neanche il risultato.
Io con i miei allievi ho sempre lavorato bene, un po’ per fortuna e un po’ per la capacità di trasmettere entusiasmo.
Ricordo alcune nottate passate nello studio con allievi e collaboratori. Lo studio era la Chiesa sconsacrata della Solitaria. Si parlava, fumando sigarette e bevendo caffè.
Si discuteva d’arte e di politica e senza che ce ne accorgessimo, si finiva per fare l’alba. A volte c’era da realizzare un’opera che doveva essere presentata per un concorso e la passione con la quale vivevo questo impegno era contagiosa per gli allievi che condividevano con me questi momenti , come nelle antiche botteghe d’arte.”

Antonio Borrelli 


da “Dialogo con Antonio Borrelli “ di Mario Franco, Edizioni Paparo 2009





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venerdì 27 maggio 2016

Arturo Paoli: Gioia o felicità?


Arturo Paoli (1912-2015)
Qual è la caratteristica fondamentale della gioia? La sua prima caratteristica è di essere permanente, poiché affonda le sue radici nella parte più profonda della persona, per cui esisterà sempre, finché ci sarà l'uomo. Una seconda particolarità è d'essere, in qualche misura, sganciata da ciò che avviene intorno a noi. Altrimenti, come spiegarsi la gioia dei poveri, dei sofferenti, degli ammalati, delle persone deformate nel corpo, che non avrebbero motivo ...d'essere gioiose e che invece scoprono la gioia? La ragione è che essa ha radici profonde e indipendenti dalle circostanze che ci vengono incontro, ma direi anche dalle circostanze che sono aderenti al nostro corpo e alla nostra vita interiore, agli avvenimenti di cui siamo direttamente partecipi. 
Come trovare la gioia?
Per trovarla bisogna essere sempre disposti a lasciare che vengano distrutte la felicità e l'allegria, che sono nostre produzioni. Deve essere chiaro che noi abbiamo diritto alla gioia, in quanto esseri umani. Però, spesso, spinti dalla ricerca di soddisfare questo diritto, creiamo la felicità, che è un'immagine della gioia. Ed è un'immagine che il più delle volte dobbiamo distruggere, perché rappresenta uno spazio nel quale si manifestano la ferocia e la crudeltà dell'uomo, guidate dal suo disumano individualismo, generatore di sofferenza per tanti poveri e tanti affamati. La ricerca della felicità è la ragione fondamentale per cui diventiamo lupi verso altri esseri umani, che ci spinge a strappar loro anche gli elementi essenziali della vita.
Pensiamo che per essere felici abbiamo bisogno di tante cose: di molti soldi, di potere, di successo e d'altro ancora. Dobbiamo però essere consapevoli che qualcuno paga questa nostra felicità! Il mondo è senza gioia perché ci sono uomini troppo avidi di felicità.



ARTURO PAOLI

giovedì 26 maggio 2016

Paolo Maldini: Cosa può insegnare il calcio


Paolo Maldini
 Uno sport di squadra, tutti e non solo il calcio, insegna tante cose…Giocano i migliori, non il più ricco o il più simpatico. Se un compagno è in difficoltà, devi dargli una mano. Se sbagli, assumiti la responsabilità e non scaricarla su gli altri. Tutte cose che servono anche nella vita. Se uno è bravo in campo è bravo anche fuori. Idem se è una carogna. Mio padre diceva: comportati bene, sii onesto, impegnati sempre al massimo e il 90% è fatto.
Ora è tutto più difficile: ci sono ragazzi che a 13 anni hanno il procuratore e lo sponsor tecnico, ci sono genitori convinti di avere in casa il nuovo Messi, e gli scaricano sulle spalle le loro aspettative; ci sono allenatori che  pensano solo alla classifica e non alla crescita mentale del ragazzo che magari arriva da lontano e non ha il sostegno della famiglia.

Paolo Maldini



Da Gianni Mura Io, papà e il calcio la Repubblica 23 maggio 2016