giovedì 23 febbraio 2017

Cos'è l'Amore?

Liliana Cosi  e un'allieva nella Scuola di Balletto Classico a reggio Emilia

Cos'è l'Amore? Non è forse il rispetto di chi ci è di fronte, non è quel piccolo sacrificio di donare  all'altro il proprio tempo, le proprie speranze? Il lavoro? Non è forse l'umiltà di non porre sempre in primo piano le mie necessità, ma di aiutare l'altro che mi è accanto ad affrontare le proprie...E' uno sforzo duro incontrare l'altro, cercarlo. Il mondo sembra diverso ogni volta che lo si trova.

Leonardo Monaco



da In dialogo per un mondo più unito, Atti del Convegno Castelgandolfo 1997

Carlos Clarià: Quale strada per il dialogo?

Carlos Clarià con alcuni giovani del centro Gen
Ormai non può mancare questa dimensione del dialogo tra persone di convinzioni diverse, alcune che si ispirano ad una fede religiosa e altri che provengono da altre culture, animate da altre ispirazioni. Ma tutti crediamo nella forza dell'amore e vogliamo "non essere indifferenti alle grandi immense problematiche del nostro tempo."

L'intenzione comune è quella di mettere le proprie forze , i propri talenti, al servizio dell'umanità, con la fiducia che - puntando sulla realizzazione anche parziale dell'unità fra gli uomini - molte difficoltà cadranno da sé e molti "perché" avranno una risposta.

In questo impegno per il dialogo, per l'unità, non c'è spazio per il proselitismo, per il voler imporre le proprie idee. Si comunica un pensiero per creare una relazione con l'altro, non per conquistarlo.

Il dialogo è fondato sul rispetto profondo dell'altro e sull'agire secondo la propria coscienza.

Ognuno cerca di dare il meglio di sé offrendolo, pronto ad accogliere quanto viene offerto dall'altro, con la certezza che è nell'amore reciproco che si costruisce l'unità fra tutti.

C'è il desiderio che questo dialogo abbia uno sbocco in una ricerca dei valori comuni, per poter fare un confronto approfondito su di essi, considerati nella prospettiva delle diverse culture alle quali ognuno appartiene.

Il desiderio non è certamente, quello di un confronto che possa portare ad uno scontro ma proprio il contrario, e cioè dare la possibilità di un reciproco arricchimento per arrivare ad un'azione comune.

Ci sembra che questa sia una strada da percorrere andando avanti; sarà sicuramente una realtà che maturerà  l'esperienza del dialogo tra noi.

Carlos Clarià



da In dialogo per un mondo più unito, Atti del Convegno Castelgandolfo 1997


martedì 21 febbraio 2017

Virginia Galante Garrone: L'ora del tempo

Virginia Galante Garrone (1906-1998) con la nipotina Margot 
Riportiamo alcuni brani della scrittrice torinese Virginia Galante Garrone  dal libro "L’ora del tempo" (Garzanti)

L’alba

E lassù. Sulle cime, si vede alta una luce diffusa, rosa e d’oro. Il sole, dal fondo valle, non si vede ancora; ma pure c’è, presente, nella luce diffusa, che a poco a poco lambisce le piante emerse nere dalla notte, e pare  che cauto discenda, facendosi largo tra i rami e le rocce scabre

Natura e guerra

I prati fioriranno ancora, e ancora canteranno gli uccelli del cielo, perché la Natura non sa che c’è la guerra: la Natura vive.


Il fiume

Guardate il fiume che corre e non si arresta mai: è come il nostro destino, andare. Noi non la sentiamo da quassù la sua voce: ma anche il fiume, andando, canta.


Le stelle invisibili

Nel silenzio che sommerge la casa, batte la pendola i dodici colpi della mezzanotte, e fuori il capannone del Duomo pare risponderle, mentre la fiamma della stufa, di là si fa sentire a sibili e schiocchi, e si avventa per la cappa, tesa verso l’alto, al di là della nebbia, verso le stelle invisibili che vanno, come le nuvole e come il tempo, senza rumore.

Virginia Galante Garrone

lunedì 20 febbraio 2017

Radicare la cultura della non violenza

Sonia Masini

Mi sembra straordinario che vi siano persone  che lavorano sinceramente per radicare  la cultura della non violenza, del confronto e del rispetto...Eppure stiamo vivendo un tempo nel quale prevalgono o sembrano prevalere, in ogni ambito della società e nei rapporti tra le persone, gli aspetti più marcatamente conflittuali, le competizioni esasperate, le sollecitazioni narcisistiche  più forti...La nostra società sembra essersi incamminata sulla strada della prevalenza di chi grida più forte, questo anche nel campo della politica.
In realtà sono sempre più convinta che il futuro sia sulla strada dell'ascolto, del confronto, del rispetto, della condivisione.
Occorre quindi lavorare insieme per sviluppare metodi di governo condivisi, come i tavoli di concertazione, gli incontri con i cittadini, utilizzando però anche le grandi opportunità che oggi ci vengono dalle nuove tecnologie...In questo percorso di crescita penso possono avere un ruolo importante le donne.

Sonia Masini

da Marshall B. Rosenberg, Comunicazione e potere, Edizioni Esserci, Reggio Emilia


giovedì 16 febbraio 2017

Luigino Bruni: I meriti scolastici causano disuguaglianze

Luigino Bruni

Sulla base dei meriti e dei voti scolastici abbiamo costruito tutto un sistema sociale ed economico gerarchico e castale, dove nei primi posti stavano coloro che rispondevano meglio a quei meriti, e negli ultimi quelli che a scuola ottenevano performance peggiori. E così medici, avvocati, professori universitari hanno avuto stipendi e condizioni sociali molto migliori degli operai e dei contadini; e oggi in questa nuova ondata di meritocrazia, i lavoratori che, giorno e notte, mantengono pulite  strade e fogne, ricevono salari centinaia di volte inferiori a quelli dei manager delle imprese  nelle quali lavorano
Quel merito scolastico, che sembrava così ovvio e pacifico, in realtà ha determinati privilegi e dignità molto diversi tra di loro che hanno retto e continuano a reggere l'impianto e le disuguaglianze delle nostre società. 
Se oggi volessimo spezzare la spirale di ineguaglianze e di esclusione dovremmo dar vita a politiche educative anti-meritocratiche, soprattutto nei paesi più poveri - come fummo capaci di fare in Europa nel secolo scorso con l'introduzione della scuola universale per tutti, obbligatoria e gratuita.

Luigino Bruni

da Luigino Bruni, I tristi imperi del merito, Avvenire 12 febbraio 2017


mercoledì 15 febbraio 2017

Ada Colau: In politica i soldi non risolvono le questioni

Ada Colau
La politica è fatta da persone, non è un algoritmo. Il progresso, che nasce dalla società e si riflette col tempo nelle istituzioni, ha momenti in cui si va avanti, poi indietro, pause, dubbi...

Non possiamo dimenticare quello che  abbiamo detto sempre: il cambiamento reale si deve produrre nella società. Se smettiamo di lavorare nei quartieri, nella vita quotidiana, nei luoghi di vita e di lavoro, per molto che tu indovini il messaggio o il candidato, sarà sempre una vittoria effimera. Una persona o uno slogan non cambiano il paese…Bisogna difendere in senso profondo  la sovranità di tutti i popoli…

Decentrare il potere; la cittadinanza deve avere l’ultima parola. Quando più si tenta di impedire ai cittadini di esprimersi tanto peggio sarà, sempre…

L’eccesso di democrazia, però, è una caricatura diffusa da chi non vuole che le cose cambino. Quando parlo di sovranità della cittadinanza parlo di pratiche che la gente ha già messo in atto, non di  assemblea permanente: sarebbe stupido e infantile. 

Il sistema politico deve mettersi accanto e accompagnare i processi che si producono…Il cambiamento passa  per un approfondimento della democrazia, che vuol dire partecipazione e trasparenza, eliminare i meccanismi che alimentano le corruzioni, la politica sottomessa al potere economico…

C’è un modo di fare politica  verticale e autoritario e c’è un altro modo dove l’autorità non viene dall’imposizione ma dal riconoscimento. Quando gli altri ti riconoscono che sei utile…

Per decenni la società capitalista ha messo al centro il potere, l’accumulazione, i soldi. Penso che oggi ci siano sempre più uomini e donne pronti a mettere al centro la cura delle persone…

Da sindaco sono consapevole che non sono i soldi a risolvere le questioni principali. I cambiamenti di cui abbiamo bisogno sono soprattutto del  modo di organizzare la società…. 

Imparo da mio figlio ogni sera ad avere di nuovo fiducia nelle persone.

Ada Colau

da Concita De Gregorio, Intervista a Ada Colau, la Sindaca di Barcellona , la Repubblica 8 luglio 2016

martedì 14 febbraio 2017

Frei Betto: Un nuovo credo

Frei Betto

Credo nel Dio liberato dal Vaticano e da tutte le religioni esistenti e che esisteranno. Il Dio che è antecedente a tutti i battesimi, pre-esistente ai sacramenti e che và oltre tutte le dottrine religiose. Libero dai teologi, si dirama gratuitamente nel cuore di tutti, credenti e atei, buoni e cattivi, di quelli che si credono salvati e di quelli che si credono figli della perdizione, e anche di quelli che sono indifferenti al mistero di ciò che sarà dopo la morte.
Credo nel Dio che non ha religione, creatore dell’universo, donatore della vita e della fede, presente in pienezza nella natura e nell’essere umano. Dio orefice di ogni piccolo anello delle particelle elementari, dalla raffinata architettura del cervello umano fino al sofisticato tessuto dei quark.
Credo nel Dio che si fa sacramento in tutto ciò che cerca, attrae, collega e unisce: l’amore. Tutto l’amore è Dio e Dio è il reale. E trattandosi di Dio, non si tratta dell’assetato che cerca l’acqua ma dell’acqua che cerca l’assetato. 
Credo nel Dio che si fa rifrazione nella storia umana e riscatta tutte le vittime di tutti i poteri capaci di far soffrire gli altri. Credo nella teofania permanente e nello specchio dell’anima che mi fa vedere gli altri diversi dal mio io. Credo nel Dio, che come il calore del sole, sento sulla pelle, anche se non riesco a contemplare la stella che mi riscalda.
Credo nel Dio della fede di Gesù, Dio che si fa bambino nel ventre vuoto della mendicante e si accosta nell’amaca per riposarsi dalle fatiche del mondo. Il Dio dell’arca di Noé, dei cavalli di fuoco di Elia, della balena di Giona. Il Dio che sorpassa la nostra fede, dissente dei nostri giudizi e ride delle nostre pretese; che si infastidisce dei nostri sermoni moralisti e si diverte quando il nostro impeto ci fa proferire blasfemie.
Credo nel Dio che, nella mia infanzia, piantò una acacia in ogni stella e, nella mia giovinezza, si mise in ombra quando mi vide baciare la mia prima innamorata. Dio festeggiatore e bisboccione, lui che creò la luna per adornare la notte della delizia e l’aurora per incorniciare la sinfonia del volo degli uccelli all’albeggiare.
Credo nel Dio dei maniaci-depressi, dell’ossessione psicotica, della schizofrenia allucinata. Il Dio dell’arte che denuda il reale e fa risplendere la bellezza pregna di densità spirituale. Dio ballerino che, sulla punta dei piedi, entra in silenzio sul palcoscenico del cuore e, cominciata la musica, ci afferra fino alla sazietà.
Credo nel Dio dello stupore di Maria, del camminare laborioso delle formiche e dello sbadiglio siderale dei fiorellini neri. Dio spogliato, montato su un asino, senza una pietra dove appoggiare il capo, atterrato dalla sua stessa debolezza.
Credo nel Dio che si nasconde nel rovescio nella ragione atea, che osserva l’impegno dei scienziati per decifrare il suo gioco, che si incanta con la liturgia amorosa dei corpi che giocano per ubriacare lo spirito.
Credo nel Dio intangibile all’odio più crudele, alle diatribe esplosive, al cuore disgustoso di quelli che si alimentano con la morte altrui. Dio, misericordioso, si fa quatto fino alla nostra piccolezza, supplica un soave messaggio e chiede una ninna nanna, esausto davanti alla profusione delle idiozie umane.
Credo, soprattutto, che Dio crede in me, in ognuno di noi, in tutti gli esseri generati per il mistero abissale di tre persone unite per amore e la cui sufficienza traboccò in questa creazione sostenuta, in tutto il suo splendore, dal filo fragile del nostro atto di fede.

Frei Betto





giovedì 9 febbraio 2017

LAURA MANCINELLI: Il recupero dell'innocenza

Laura Mancinelli (1933-2016)
Laura Mancinelli, una delle più originali e argute scrittrici italiane, se n’è andata lo scorso anno,  senza clamori di stampa  e senza particolari memoriali, lasciandoci una mole di lavori di filologia e di romanzi.Nata ad Udine, dopo un primo periodo di insegnamento a Trento e in alcune Università italiane, approdò all’Università di Torino dove ha insegnato per molti anni  nella cattedra di Filologia germanica.
Conosciuta dal pubblico italiano per molti validi romanzi storici ambientati  nel mondo medioevale tedesco, come I dodici abati di Challant, Il miracolo di santa Odilia, per altri ispirati alla figura del musicista Mozart, Il fantasma di Mozart e Amadé, e di ambientazione contemporanea come Il “Signor Zero” e il manoscritto medievale, o La casa del tempo.
Definita dall’amico scrittore, Italo Alighiero Chiusano, “l’unico amabile folletto della nostra letteratura”, la Mancinelli, in ogni sua opera, s’avventura con arguzia nell’indagine psicologica di personaggi di ieri e di oggi, mescolando i toni della realtà e della fiaba, usando riflessioni introspettive e genuina fantasia, condite spesso da  una punta di amabile ironia. 
 Il tutto in una scrittura  piana e musicale che avvince il lettore in una complicità piacevole e appagante.Affiora spesso nei suoi libri il mondo dell’infanzia, dove la realtà appare colorata da sentimenti e sensazioni destinati a segnare la vita di un individuo per tutto il resto dell’esistenza. 
Infatti la poetica del recupero dell’innocenza  s’intravede sempre  dietro le sue trame avventurose e spesso intrecciate da interferenze negative o addirittura nefaste: “Chissà che la vigna devastata della mia esistenza non torni a germogliare. E se verrà la grandine, riparerò i danni. E se sarà travolta dalla piena del torrente, qualche frutto nel frattempo l’avrà dato.”
E’ l’esperienza del pittore Orlando, protagonista de La casa del tempo, il quale in piena crisi di ispirazione si trova a passare nel paese dove aveva vissuto da bambino. Tra le mura antiche, nel respiro di atmosfere lontane, egli percepisce il senso vero del suo essere artista: poter rinnovare  sempre il senso della vita stessa con le sue luci e le sue ombre, con le fulgide impennate ma anche con le mordaci cadute.
Nelle pagine della Mancinelli  s’avverte forte questo amore per la vita capace di sconfiggere anche  la caducità di essa: “Se la morte spezza un filo, bisogna annodarne un altro, ed è la vita stessa a suggerire come.”

Pasquale Lubrano Lavadera

lunedì 6 febbraio 2017

Predrag Matvejevic: Oltre il nazionalismo

Predrag Matvejevic (1932.2017)

Lo scrittore Predrag Matvejevic è  stato nemico di ogni nazionalismo e di ogni esaltazione dell’appartenenza etnica. La parole identità la declinava al plurale, per sottolineare che tutte le persone hanno più appartenenza e l’unica lealtà dovuta è quella  a difesa dei valori universali e umanistici. ..Negli anni della guerra balcanica egli rifletteva sulla follia dei politici; sul fatto che i padri dei leader serbi fossero suicidi. Tornato in Croazia, da Zagabria, seguiva con un certo scetticismo l’integrazione del paese in Europa. Due anni dopo…pubblicò  “Confini e destini”. E in un’intervista a un giornalista croato spiegava come l’idea stessa della Jugoslavia fosse un’invenzione ottocentesca intelligente, perché rendeva possibile la vita in uno spazio come i Balcani diviso tra diverse fedi, tradizioni. Diceva: certo, non ci sarà più la vecchia Jugoslavia, ma una cooperazione tra i nostri popoli è indispensabile. Per arrivare a questo, basterebbe, suggeriva, capire che le nostre memorie sono divise e contrapposte. Ma il passato, se compreso ed elaborato, non impedisce un futuro comune.

Wlodex Goldkorn



Wlodex Goldkorn, Addio a Matvejevic poeta della convivenza nel Mediterraneo, La Repubblica 3 febbraio 2017

sabato 4 febbraio 2017

Anuradha Koirala: piccola donna dal grande cuore


Anuradha Koirala

L’India premia, con la consegna del PADMA SHRI, Anuradha Koirala per la grande opera umanitaria realizzata nel Nepal.
Sono passati 27 anni da quando  Koirala, insegnante, sentì forte la spinta interiore ad occuparsi delle giovani donne della sua terra  a rischio tratta e avviate alla prostituzione.
La sua organizzazione dal nome “Casa Materna” ha salvato fino ad oggi 12mile ragazze e impedito a 45mila di essere sfruttate.
Il suo nome di "combattimento", perché di un combattimento si tra, anche se non violento, è semplicemente Dijju, ossia "sorella maggiore”.
Purtroppo nel Nepal, dice Koirala, continuano ad entrare organizzazioni criminali dedite proprio allo sfruttamento delle giovani donne. Ciò è reso possibile dal fatto che non occorre il visto per l’attraversamento della frontiera e per la grandissima povertà  in cui versa l’intero paese.
L’annuncio del riconoscimento a Anuradha Koirale è stato dato a New Delhi il 25 gennaio 2017 e le verrà consegnato in primavera.

mercoledì 1 febbraio 2017

Antonio Borrelli: un'arte per la città

Antonio Borrelli (1928-2014)



Vogliamo ricordare lo scultore amico Antonio Borrelli, riproponendo l'intervista   pubblicata  il 16 febbraio 2010.

La Fondazione Premio Napoli in occasione della pubblicazione della monografia sullo scultore Antonio Borrelli[1],ha voluto dedicare all’artista un incontro presso il Palazzo Reale di Napoli: “Antonio Borrelli: dalla Cina a Pizzofalcone, la storia di un artista napoletano”.
Di convinzioni non religiose egli partecipa da molti anni con sua moglie Diana, di fede cattolica, al Gruppo del dialogo promosso dal Movimento dei Focolari in Campania.
“Il dialogo è fondamentale nella vita dell’umanità”, egli dice. “Quando c’è dialogo non c’è conflitto… ma non è facile imparare a dialogare. Sentii questa parola per la prima volta da Togliatti, in anni difficili, quando alla base del PCI c’era risentimento per certe posizioni della Chiesa e per la scomunica. Ciò nonostante, Togliatti lanciò tra i comunisti il dialogo con i cattolici. Fu certamente una scelta di lungimiranza politica”.
Cosa ricordi di quegli anni?
Avrò avuto 18-19 anni e ricordo un grande entusiasmo, un grande desiderio di democrazia. Mi iscrissi al PCI dopo l’attentato a Togliatti. Un’adesione palpitante, nella consapevolezza di contribuire in tal modo al rinnovamento della società, nello spirito di una libertà ritrovata dopo gli anni duri del fascismo.
Quanto ha inciso su questa scelta il rapporto con la tua famiglia di origine?
Il rapporto che c’era tra noi si basava su valori fondamentali quali il lavoro e l’onestà. Una famiglia semplice, popolare, e radicata nella cultura cattolica. Per questo amo definirmi “un cattolico non credente” nel senso che la mia vita è intrisa di quei valori che provengono dal cattolicesimo… Pur avendo vissuto un allontanamento dalla fede, non ho mai voluto spezzare le mie radici storiche e culturali e sono stato sempre propenso al dialogo col mondo cattolico.
Sei intervenuto più volte in questi ultimi tempi sul problema della pace e spesso hai affermato che c’è un rapporto diretto tra il dialogo e la pace.
Un rapporto stretto perché se non c’è il dialogo corriamo il rischio di risolvere i problemi grandi e piccoli con una guerra.
Problema della pace strettamente connesso con quello economico…
Non possiamo continuare a vivere come se non esistessero popoli che muoiono di fame. E’ un discorso che attraversa il mondo intero, e deve coinvolgere grandi e piccoli in maniera nuova…Se vogliamo un mondo in pace dobbiamo fare i conti con la triste realtà di chi non ha come vivere.
Gli Stati hanno giustificato l’ultima guerra in Iraq con la necessità della difesa.
Siamo ancora imbevuti di cultura imperiale. Prima i romani, poi gli inglesi, poi i francesi, ora gli USA… Per questo dico che dobbiamo trovare insieme – e il dialogo è fondamentale – forme nuove di interventi economici per rispondere alle esigenze di molti popoli della terra, e non andare a versare sui nostri avversari tonnellate e tonnellate di esplosivo…Ripeto: il problema di base è per me la fame nel mondo. Risolto quel problema penso che molte cose, anche a livello terroristico, cambierebbero…
Quale contributo offrire in questo momento ancora così carico di tensioni.
Il primo passo, non facile, è l’accettazione delle diversità. Le diversità nel mondo sono una ricchezza e non un elemento di divisone. Ma bisogna fare ancora molta strada perché questa visione entri nella nostra mentalità.
Lavori da molti anni in campo artistico soprattutto nella scultura, per il quale hai ricevuto l'importante "Premio Palizzi" nel 2006, questo grande riconoscimento della città di Napoli all’interno del Premio Napoli 2009 e con l’importante monografia sulla tua opera. Ritieni che l’arte abbia un suo specifico da offrire per il dialogo e per la pace?
Il linguaggio dell’arte è sempre universale ed è comprensibile da ogni uomo, in ogni cultura. C’è come un legame profondo tra tutti gli artisti della terra, quelli di ieri e quelli di oggi. Il dialogo tra gli artisti può aiutare anche gli altri a capire che si può progettare insieme, pur essendo diversi.
Hai insegnato all’Accademia delle Belle Arti per tanti anni e molti allievi oggi sono persone affermate nel campo artistico. Le loro testimonianze durante la giornata organizzata dal Premio Napoli avevano un denominatore comune: ti erano riconoscenti per il rapporto che hai sempre costruito con loro prima di ogni altra cosa: un rapporto di onestà, trasparenza, piena collaborazione e ricerca comune.
Ho sempre sentito che c’era uno stretto rapporto tra quello che realizzavo come artista e la purezza, la sincerità la genuinità… tutte manifestazioni di quel “divino” che è in noi, quel divino che per un credente è l’orma di Dio, e per me quell’energia primordiale che ha dato vita al cosmo, al sistema solare, alle stelle, ad un lago.... E tutto questo ho cercato di trasmetterlo con la vita ai miei figli e ai miei allievi.

Pasquale Lubrano Lavadera


Antonio Borrelli  (1928 -2014) nasce a Napoli e da ragazzo conosce l’apprendistato di orafo e frequenta l’istituto Statale d’Arte, ma a 15 anni è costretto a interrompere gli studi per l’incalzare della guerra. Lo vediamo giovanissimo  in una Napoli sconvolta dal dolore e dalla miseria nella ricerca di un’occupazione. Catturato dall’impegno sociale del PCI si trova coinvolto negli anni 50 nelle storiche agitazioni, conoscendo anche l’esperienza del carcere. Ha intanto completato gli studi e le sue doti di disigner gli offrono la possibilità, nel 1955, di lavorare in Cina a Hong-Kong per tre anni. Segnato interiormente dall’incontro con la cultura cinese avvertirà sempre l’esigenza di sintesi espressiva tra visioni culturali diverse, proiettandosi in ricerche spazio-struttulali nuove.Nel 1959 è di nuovo a Napoli dove lo attende il primo incarico di insegnamento presso l’Istituto d’Arte.  Le sue espressioni artistiche si indirizzano sempre più decisamente verso la scultura metallica. Negli anni 70 è stato prima nella Direzione della Federazione Nazionale degli artisti della CGIL e poi nella Segreteria Nazionale della Federazione Nazionale Lavoratori Arti Visive - CGIL . Dal 1978 è stato docente di “Tecnica della fusione” presso l’Accademia delle belle Arti di Napoli. Le sue opere sono sparse per il mondo e la critica è concorde nel riconoscere in Antonio Borrelli uno degli artisti contemporanei più validi.   




[1] A cura di Paolo Mamone Capria, Antonio Borrelli, Paparo Edizioni, Napoli 2009
foto 1: Antonio Borrelli e sua moglie Diana
foto 2: Antonio nel suo studio a Napoli
foto 3, 4, 5: sue sculture di vari periodi

martedì 31 gennaio 2017

Rutger Bregman: I leader non mi interessano

Rutger Bregman
I leader non mi interessano. I paesi non sono aziende in cui basta un Ceo carismatico a far funzionare tutto. E non penso a una rivoluzione: il XX secolo è stato pieno di sogni sfociati in dittature ideologiche. Una visione utopica dovrebbe essere realizzata lentamente…L’ndividuo cosa dovrebbe fare? Da solo nulla. Ma bisogna ricordare che insieme si può. C’è tanto ottimismo individuale e poco collettivo. Siamo stati educati così. Cambiare questa prospettiva sarebbe un inizio. E dovremmo smettere di fare i moralisti. Di mettere all’indice chi è bloccato dal sistema, dall’ignoranza, dalla povertà. Un mondo migliore non inizia con “te” ma con “noi”. Guardare gli altri con compassione –nel significato latino del termine – è il primo passo.

Leaders do not interest me. Countries are not companies in which it is enough to have charismatic CEO to make everything work. And I am not thinking of a revolution: the twentieth century was full of dreams which ended in ideological dictatorships. A utopian vision should be carried out slowly ... What should a person do? All alone nothing. However, one must remember that together we can. There is so much individual optimism and so little of the collective kind. That is the way we were brought up. To change this perspective would be a start. And we should stop being moralists. To blacklist those who are blocked by the system, by ignorance, by poverty. A better world does not begin with "you" but "we." Look at others with compassion – taken in the Latin meaning of the word – it is the first step.

Rutger Bregman


da Laura Traldi, Un'utopia più efficace di qualunque realtà.  D la Repubblica  21 gennaio 2017

giovedì 26 gennaio 2017

Martin Buber: Che significa accettare l'altro così come è?


Alessio Boni e Alessandro Haber  protagonisti della commedia "Il Visitatore"
di Eric Emmanuel Schmitt

Direi che ogni vera relazione esistenziale fra due persone inizi con l'accettazione. Per accettazione, intendo...la capacità di dire, o piuttosto di non dire, ma solo per farlo sentire all'altra persona, che io l'accetto così com'è. Ti accolgo così come sei.
Beh, così, ma non è ancora ciò che io intendo dire con l'idea di confermare l'altro, perché l'accettazione significa semplicemente accettare l'altro per com'è in quel momento, nella sua realtà attuale.
Confermare significa prima di tutto accettare tutte le potenzialità dell'altro e fare persino una distinzione decisiva nelle sue potenzialità, e naturalmente ci possiamo sbagliare più volte in questo processo, ma si tratta semplicemente di una opportunità fra esseri umani.
Posso più o meno riconoscere il lui la persona che è stata creata per diventare. Nella semplicità del linguaggio concreto non si riesce a trovare un termine adatto perché non troviamo in esso il vocabolo giusto, il concetto essere la persona che deve diventare.
Questo è ciò che dobbiamo cercare di afferrare il meglio possibile, se non al primo momento almeno in una fase successiva. 
E ora io non solo accetto l'altro così com'è, ma lo confermo in me stesso e poi in lui, in relazione a questa potenzialità che lui rappresenta, e che ora può essere sviluppata, può evolversi e rispondere alle realtà della vita. 
La persona può adoperarsi di più e di meno per questo obiettivo, ma anche io posso fare qualcosa. E questo con obiettivi persino più profondi dell'accettazione.
Prendiamo ad esempio un uomo e una donna, nella fattispecie marito e moglie. 
Il primo, anche se non espressamente, dice semplicemente nella sua totale relazione con lei: "Ti accetto così come sei". Ma questo non significa: "Non voglio che tu cambi", ma dice: "Grazie al mio amore ed alla mia accettazione scopro in te ciò che  sei destinata a diventare". 
Questo non è naturalmente qualcosa da esprimere con un enorme numero di parole. Ma potrebbe crescere sempre più negli anni di vita comune.

Martin Buber



da Dialoghi con Carl Rogers, Edizione La Meridiana, Molfetta (Bari)


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mercoledì 25 gennaio 2017

Luigi Santucci: uno scrittore originale

Luigi Santucci (1918-1999)
Abbiamo riletto il romanzo "Il velocifero" (Mondadori 1963), dello scrittore milanese Luigi Santucci, nel quale sono presenti personaggi di convinzioni religiose e personaggi di convinzioni non religiose, descritti con simpatia e sempre in dialogo tra loro. Riportiamo qui di seguito tre brani di questo romanzo ritenuto dalla critica  il suo capolavoro:


Il perdono

Perdonare non vuol dire soltanto condonare, rinunciare alla vendetta. C’è un perdono profondo e amoroso ch’è assai più dell’oblio: esso rifà nuova dentro di noi la persona che ci ha offesi, la va a pescare alle origini della su infanzia e ricomincia allegramente a giocare con lei.

La guerra

Penso che la guerra...quando tutto l’odio si raggruma nella sua forma più visibile e trionfante, e gli uomini si scannano a milioni... sia la passione di Gesù che si rivela ai popoli facendo a meno di manuali di devozione e dei nostri quaresimali. 

La santità

Che vuol dire essere santi se non questo: essere nati, essersi incontrati nel gioco meraviglioso della vita, aver riso insieme…Tutti santi, sì tutti.

Luigi Santucci


da Luigi Santucci, Il velocifero, Mondadori 1963









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martedì 24 gennaio 2017

TITO AMODEI: L'arte non è né religiosa né laica

Tito Amodei
L’arte è qualcosa che nasce dentro e va dove vuole. Se non fosse così non sarebbe arte. A ciascuno di noi spetta poi il modo in cui realizzarla.
Mi trovo a vivere due vite in una. Sono un artista e sono consacrato in una congregazione missionaria. E non faccio arte religiosa.
Provo un certo imbarazzo quando qualcuno mi dice: da te mi sarei aspettato che dipingessi i Santi, Gesù sulla croce o qualche scena edificante sulla Bibbia.
Lodevole, dico io, ma l’arte è un'altra cosa. L’arte non è né religiosa né laica. E’ solo arte. Vivaddio….Posso dirle che per me l’arte è il bisogno di possedere la materia attraverso le forme.
Sono tormentato a volte dalla presenza delle cose  e so che devo tradurrre il tormento in una forma che lo  plachi.
Mi dolgo per il modo in cui il clero è stato assente in tutti questi anni sui problemi dell’arte. Il Concilio Vaticano II aveva tentato un apertura… Provo una desolante depressione alla vista di certi santuari che pullulano di immaginette e oggettini melensi che intasano gli occhi e coinvolgono il cuore…Non credo che debba esistere un’arte sacra…. L’arte non ha bisogno di aggettivi che la qualifichino. Si immagina un pittore o un poeta che venga da lei e dica: sono un artista religioso? Scoppierebbe a ridere. Ma questo valer anche per quegli artisti che si definivano impegnati nel sociale.
Tito Amodei


da Tito Amodei: sono un frate e sono un pittore ma trovo di pessimo gusto l’arte sacra, di Antonio Gnoli La repubblica 27 dicembre 2015