martedì 26 settembre 2017

Perché i ragazzi spesso rifiutano la scuola?

Assemblea di studenti di un Istituto Superiore
Ho sempre messo in crisi la mia esperienza di educatore quando mi sono accorto che essa non produceva nei ragazzi un'apertura verso l'altro. Ho buttato all'aria il solito programma, ne abbiamo parlato insieme, ho poi proposto una riflessione comune, un lavoro a casa da realizzare in piccoli gruppi, facendo capire loro che c'è una diversità tra persona e persona e che le valutazioni che il docente è chiamato a fare non vanno confrontate tra loro e che nella formazione non deve esserci competitività.
Solo quando gli studenti hanno cominciato a vivere così, ho visto scoparire in loro certe forti tensioni che producevano fratture e continui litigi e l'io ha cominciato a trovare la sua vera dimensione.


da Pasquale Lubrano, la formazione dell'uomo al valore della solidarietà, Atti del Convegno: In dialogo per la solidarietà" Città Nuova 1999

martedì 19 settembre 2017

L'infanzia determina il nostro futuro

Il regista Andrej Tarkovskij
“La felicità è legata alla mia infanzia. Ricordo gli anni in cui vissi con la mamma in una fattoria vicino a Mosca, un periodo di intensa felicità, ero un bambino. Abitavamo nel bosco, sentivo la natura, ero completamente felice. In seguito non ho sentito più niente di simile. Allora si fissarono le impressioni che hanno preso corpo in me molto più tardi. L’infanzia determina tutto il nostro futuro, specialmente se il futuro sarà legato all’attività creativa.”

Andrej Tarkovskij

giovedì 14 settembre 2017

Il dolore e la vita


     

        
 “Rinunciare a se stessi e assumere il dolore

     Non possiamo negarlo: ognuno ha la sua croce. Il dolore, nelle sue differenti manifestazioni, fa parte della vita umana, benché ci risulti incomprensibile e contrario al desiderio di felicità. Tuttavia, possiamo scoprire in esso una luce inattesa.  Così come succede a volte quando, entrando in alcune chiese, avvertiamo delle meravigliose e luminose vetrate che dall’esterno sembravano buie e prive di bellezza.

     Ci viene chiesto un completo cambiamento nella nostra scala di valori, di spostarci dal centro e di rifiutare la logica della ricerca di un interesse personale.  Dobbiamo fare più attenzione alle esigenze degli altri che alle nostre; utilizzare le nostre energie per far felici gli altri, senza perdere l’occasione di confortare e dare speranza a coloro che incontriamo. Da questa liberazione dall’egoismo può iniziare in noi una crescita in umanità, una conquista della libertà che dia pienezza alla nostra personalità.

     E  questo anche quando tante volte veniamo messi alla prova a causa di piccole o grandi incomprensioni nell’ambiente sociale in cui viviamo.  Ma non siamo soli e dobbiamo continuare a giocare la nostra vita per l’ideale più ardito: la fraternità universale, la civiltà dell’amore.

     Questa radicalità nell’amore è un’esigenza profonda del cuore umano, così come testimoniano pure tante personalità che hanno seguito in profondità la voce della coscienza.  Scrive Gandhi: “Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera sulle mie labbra per il mio assassino, e il ricordo di Dio e la coscienza della sua viva presenza nel santuario del mio cuore, solo allora si potrebbe dire che posseggo la non violenza dei forti”.

     Chiara Lubich trovò nel misterio del dolore amato il rimedio per sanare ogni ferita personale ed ogni disunità fra le persone, gruppi e popoli.  Nel maggio 2007, in occasione del convegno Insieme per l’Europa nella città di Stoccarda, scrisse: “…Anche noi possiamo andare al di là del dolore e superare la prova… E se nel momento dopo ci lanciamo ad amare i fratelli…, sperimentiamo che il dolore si trasforma in gioia.  I nostri gruppi possono conoscere piccole o grandi divisioni: anche lì possiamo superare il dolore in noi per ricomporre la fraternità.  La cultura della comunione ha come strada e modello il dolore amato”.



“Renunciar a sí mismo y cargar con el dolor”



     No podemos negarlo: cada uno tiene su cruz. El dolor, en sus diferentes manifestaciones, forma parte de la vida humana, aunque nos resulte incomprensible y contrario al deseo de felicidad. Sin embargo, podemos descubrir allí una luz inesperada. Tal como sucede a veces cuando, al entrar en algunas iglesias, advertimos maravillosos y luminosos vitraux que desde el exterior parecían oscuros y carentes de belleza.

     Se nos pide un completo cambio en la escala de valores, desplazándonos del centro y rechazando la lógica de la búsqueda de un interés personal. Prestarle más atención a las exigencias de los demás, antes que a las propias; emplear nuestras energías para hacer felices a los otros, sin perder ocasión de confortar y dar esperanza a quienes encontramos. Con este camino de liberación del egoísmo puede comenzar para nosotros un crecimiento en humanidad, una conquista de la libertad que realice plenamente nuestra personalidad.

     Y esto incluso cuando tantas veces se nos pone a prueba por pequeñas o grandes incomprensiones del ambiente social en el que vivimos. Pero no estamos solos y tenemos que seguir jugando la vida por el ideal más audaz: la fraternidad universal, la civilización del amor.

     Esta radicalidad en el amor es una exigencia profunda del corazón humano, tal como dan testimonio también tantas personalidades que siguieron en profundidad la voz de la conciencia. Escribe Gandhi: “Si alguien me matara y yo muriera con una oración en los labios por mi asesino, y el recuerdo de Dios y la conciencia de su viva presencia en el santuario de mi corazón, sólo entonces podría decirse que poseo la no violencia de los fuertes”.

     Chiara Lubich encontró en el misterio del dolor amado el remedio para sanar toda herida personal y toda desunidad entre personas, grupos y pueblos. En mayo de 2007, en ocasión de una manifestación de Movimientos y Comunidades en Stuttgart, escribió: “…También nosotros, podemos ir más allá del dolor y superar la prueba… Y si en el momento siguiente nos lanzamos a amar a los hermanos…, experimentaremos que el dolor se transforma en alegría. Nuestros grupos pueden conocer pequeñas o grandes divisiones: también allí podemos superar el dolor en nosotros para recomponer la fraternidad. La cultura de la comunión tiene como camino y modelo el dolor amado”.

Claudie Larrique    
   

mercoledì 13 settembre 2017

NOSTALGIA. ABBANDONARSI AL PROPRIO VISSUTO


 
Opera di Giuseppe Santomaso (1907-1990)
«La nostalgia è un luogo mobile che appare e scompare sulle carte della fantasia ma sta ben saldo
nel cuore di ognuno di noi» (J. Saramago).

  Composta da “nóstos ” (ritorno) e “algos” (dolore, sofferenza), la nostalgia esprime il “dolore del ritorno” o meglio la sofferenza provocata dal desiderio di rivivere emozioni e/o esperienze passate.
Con questa parola - entrata nel vocabolario nel XVII secolo - il medico svizzero J. Hoferr (1662–1752) descrive la patologia diffusa tra i soldati che, costretti ad arruolarsi, accusavano il “sintomo”della mancanza della ’propria’ casa.
Nel tempo il sintomo si è trasformato in un sentimento, ma  èrimasto intatto e presente nel cuore dei migranti che lasciano casa, famiglia, patria e terra per una
prospettiva di vita meno precaria e senza guerra. È presente e viva, la nostalgia, anche nel cuore di
tanti, giovani e meno giovani, costretti a lasciare la propria ‘casa’ alla ricerca di lavoro. La nostalgia
è quindi legata per lo più alla perdita di un passato che presumibilmente non potrà più fare ritorno.
Ossessionati dal voler trasmettere un’immagine sempre positiva di noi, tendiamo a tacitare quella
parte di noi che potrebbe farci apparire nostalgici e quindi … fragili. Eppure «Le persone
nostalgiche sono in realtà le più forti, perché capaci di rimettere insieme i pezzi del passato e fare
della vita un percorso compatto». Scrive così il prof. Constantine Sedikides, direttore del Centro di
ricerca sull’identità personale dell’Università di Southampton.
A dispetto quindi del suo significato originario, la nostalgia è di fatto il sentimento che caratterizza
le persone che non temono di volgere lo sguardo al passato, a un incontro, a una vecchia fotografia,
alla scena di un film, a una panchina, a un’alba. È il sentimento che caratterizza le persone che non
hanno paura di ascoltare una canzone e una voce né di percepire odori e sensazioni apparentemente
perduti. Il vero “nostalgico” vive fondamentalmente convinto che «Quando ti viene nostalgia non è
mancanza. È presenza di persone, luoghi, emozioni che tornano a trovarti» (E. De Luca). Il vero
nostalgico – non il melanconico - sa apprezzare il ’non-ancora’ di ciò che c’è già stato e si è già
vissuto. Lo ritiene infatti ancora capace di consegnarci emozioni, promessa che chiede del tempo
per essere mantenuta, luce che può continuare ad avvolgere il nostro quotidiano, gusto da
assaporare ancora una volta.
Per questo, la nostalgia non è tristezza e non è felicità. È invece ciò di cui siamo impastati: realtà vissute ed esperienze solo desiderate, lacrime versate e sorrisi che hanno colorato il nostro volto, dolore provato e bellezza desiderata. Vivere la nostalgia vuol dire abbandonarsi alla vita già vissuta, che con tutto il suo carico di esperienze e di emozioni fa intravedere chi siamo e chi possiamo ancora essere. La nostalgia può renderci tristi per un istante ma, immediatamente dopo, a qualsiasi età, può proiettarci in orizzonti nuovi, ancora palpitanti di vita e carichi di speranze

Nunzio Galatino


da Nunzio Galatino, Nostalgia. ABBANDONARSI AL PROPRIO VISSUTO, il Sole 24 ore 20 agosto 2017

lunedì 4 settembre 2017

Come accogliere gli immigrati

Riccardo Muti
Vivo le tensioni che attraversano il mondo con profonda inquietudine perché vedo che i problemi che quotidianamente ci interrogano non si risolvono o non si vogliono risolvere.
Quello che abbiamo di fronte è un mondo multiculturale, lo sappiamo. Le storie drammatiche di chi bussa alla nostra porta impongono accoglienza e braccia aperte.
Ritengo poi che sia importante che chi arriva possa intraprendere  un percorso di integrazione non solo economico e sociale, ma anche culturale perché l’ultima cosa che vorrei è che nel nome della multiculturalità si arrivi ad una distruzione della nostra storia millenaria e della nostra identità culturale. Sulla porta di Capua c’erano tre busti, quello di Federico II e quelli dei suoi consiglieri, Taddeo Da Sessa e Pier delle Vigne. Sotto quest’ultimo c’era incisa una frase: “Intrent securi qui quaerunt vivere puri”. Entrino pure con sicurezza, tranquillamente, tutti coloro che intendono vivere onestamente. Penso sia ancora di grande attualità. 
Riccardo Muti

da Pierachille Dolfini, Muti la musica giovane, Avvenire 16 luglio 2017