lunedì 29 aprile 2013

"Prigione" di Ndjock Ngana

Le sbarre tagliate alla finestra del carcere borbonico di Procida (Napoli) Italia



Vivere una sola vita,
in una sola città,
in un solo paese,
in un solo universo,
vivere in un solo mondo è prigione.

Amare un solo amico,
un solo padre,
una sola madre,
una sola famiglia,
amare una sola persona è prigione.

Conoscere una sola lingua,
un solo lavoro,
un solo costume,
una sola civiltà,
conoscere una sola logica è prigione.

Avere un solo corpo,
un solo pensiero,
una sola coscienza,
una sola essenza,
avere un solo essere è prigione.

 Ndjock Ngana

 da “ Foglie vive calpestate”
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domenica 28 aprile 2013

"Il mare in salita" di Carla Serra


Quando videro il mare la prima volta
dopo tanta sabbia vinta
a forza di occhi bassi
alzarono la testa a salutarlo...
Ma questo mare
il mare nostro
non dà salvezza
e non c'è porto:
è solo un mare di fatica
mare in salita
.

mercoledì 24 aprile 2013

La scuola viene spesso recepita dai giovani come un carcere





Nella stragrande maggioranza dei casi l’origine del disagio nei giovani ha a che fare con due realtà: la famiglia e la scuola…In quanto docente mi interrogo soprattutto sulla scuola…Quell’ambiente che dovrebbe essere per eccellenza il luogo della crescita personale, della socializzazione, della formazione culturale, insomma luogo di scoperte, di curiosità, di entusiasmi, spesso viene percepito come un carcere.
Ha scritto Oscar Wilde: “Una scuola dovrebbe essere il posto più bello di ogni città e di ogni villaggio, così bello che la punizione, per i ragazzi indisciplinati, sarebbe di essere privati della scuola l’indomani”.
Temo che siamo molto lontani da quell’auspicio…Ciò che emerge dal vissuto di molti ragazzi è che la scuola viene percepita come un posto freddo, lontano, giudicante, punitivo, ma soprattutto impersonale…Si tratta di conoscere bene ogni singolo studente, ascoltarlo prima ancora di parlargli per trasmettergli i contenuti disciplinari, cercando di abbattere il muro del mutismo e della diffidenza.
Ma perché nella scuola un approccio di questo tipo è così difficile? Certo i numeri non aiutano, perché quando si hanno classi con 32 ragazzi diventa complicato conoscerli davvero.  Negli ultimi anni poi per la scuola statale le cose sono molto peggiorate, perché si è deciso di risparmiare e di tagliare a tutti i costi, senza preoccuparsi troppo della qualità dell’offerta formativa.
Ma credo che sia anche questione di impostazione mentale di noi docenti. Nella scuola di ieri, quella che abbiamo frequentato, eravamo noi studenti a dover “salire” faticosamente al livello degli insegnanti. Oggi questo modello non funziona più, perché l’esperienza ci insegna che esso rischia di produrre ansia da prestazione, frustrazione, competitività esagerata.
E’ dunque urgente un  mutamento di paradigma, una rivoluzione copernicana che metta al centro del percorso didattico non più l’istituzione (con i suoi programmi, le sue verifiche, le sue promozioni e bocciature) ma la persona dello studente.
Non è facile perché ci muoviamo in condizioni contestuali decisamente sfavorevoli. Ma sono sempre più convinto che sia l’unica strada che valga la pena percorrere.

Roberto Carnero

Da Roberto Carnero, Perché la scuolanon diventi un impersonale prigione, Avvenire, 21 aprile 2013

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domenica 21 aprile 2013

Perché le scommesse sulle partite di calcio?


Riportiamo alcuni passi di un intervista ad Azeglio Vicini ex CT della Nazionale di calcio


Le responsabilità sono in alto: “E’ strano che si siano consentite le scommesse sulle partite. Non è giusto. Se si pensa sempre a fare cassa e si punta solo sui soldi, e lo fanno tutti…il gioco si distrugge. Ma è tutta la società a essere cambiata.”
Ad esempio il razzismo e i suoi ultimi fenomeni negli stadi: “Sono vergognosi i cori e gli insulti. E non sono nemmeno quattro gatti a urlarli”.
Così come è oggi il calcio va bene per il business, non per la passione: “Ma chi ha la forza di rivedere certe regole o i calendari, per renderli più praticabili?...Gli interessi in campo sono devastanti. Negli ultimi anni la televisione è diventata padrona del calcio. Sembra non si possa più farne a meno: si deve soggiacere alle sue regole e ai suoi capricci…”
Il risultato di una partita è fondamentale. Il calcio si gioca per vincere oggi come ieri. Ma bisogna vincere onestamente. Altrimenti è una sconfitta: “La nazionale è la testimonianza che sono importanti i valori. Bisogna fare in modo che non si disperda il patrimonio fondamentale di tifo e passione”.
Senza tifo e passione il calcio svanisce. Fatica a resistere cone gioco. Rimane solo un affare. Un brutto affare.

Gian Luva Favetto in dialogo con Azeglio Vicini

Da Gian Luca Favetto, Gli ottant’anni di Azeglio Vicini, il Venerdì di Repubblica, 15 marzo 2013

sabato 20 aprile 2013

venerdì 19 aprile 2013

"L'interdipendenza" di James Franco

James Franco


La gente e i luoghi hanno una grande influenza su di noi. E’ con loro che interagiamo quotidianamente. Possiamo pure ribellarci al nostro ambiente, ma anche questa nostra ribellione finisce per influenzarci. In negativo ma ci influenza. Così come ci influenza la cultura pop. Il mondo oggi è estremamente connesso, e gente in posti lontanissimi tra loro finisce per essere influenzata dalla stesse cose.
James Franco

Da Tiziana Lo Porto, James Franco: la mia vita è una poesia che ho scritto io, il Venerdì di Repubblica, 5 aprile 2013
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giovedì 18 aprile 2013

Gli imprenditori non sono speculatori o faccendieri






In generale, come dice l’economista Luigino Bruni[1], la classe dirigente non ha avuto uno sguardo benevole verso il lavoro, il commercio e le imprese. 
Gli imprenditori sono stati guardati molto spesso come affaristi perché trafficavano beni privati. Sarebbe stato, invece, buono il denaro speso dagli Amministratori politici perché quel denaro aveva come scopo il bene comune. Così il debito pubblico sarebbe diverso e moralmente migliore dei debiti e crediti privati, in quanto questi ultimi nascevano da interessi e egoismi particolari.
Niente di più falso e distorto! Dobbiamo, invece, guardare politicamente e culturalmente i nostri imprenditori in modo nuovo e diverso: dobbiamo sentirli alleati per lo sviluppo e il lavoro. Dobbiamo finirla  di confondere i veri imprenditori e la loro azione e vocazione civile con gli “speculatori” e coi “faccendieri” che imprenditori non sono.
Guardando la situazione in Italia, non possiamo considerare i nostri imprenditori meritevoli di essere pubblicamente vessati e penalizzati con aggravi di tasse, dimenticando che essi svolgono un servizio pubblico, che creano sviluppo e lavoro. Tassare ulteriormente  questi nostri imprenditori che rischiamo personalmente, con prospettive spesso incerte, è un vero “peccato sociale di cui siamo tutti responsabili se restiamo passivi e silenti”.
Francesco d’Assisi inseriva gli imprenditori tra i pauperes, ossia tra i poveri, in quanto essi “non erano percettori di rendite ma vivevano di redditi sottoposti al mercato, alle sue incertezze e avversità.”
Oggi come ieri l’imprenditore vero è l’unico “che rischia i propri talenti e le proprie risorse per creare beni e lavoro. Non vive di rendite e quindi, se non crea e innova, cade a terra. E può cadervi anche innovando e facendo bene il proprio mestiere: lo stiamo vedendo troppe volte in questi tempi di crisi”
Per questo sentiamo fortemente che occorre ridare fiducia e stima ai nostri imprenditori. Come pure  è indispensabile che i Governi vadano incontro con coraggio alle loro esigenze reali e sostengano il loro spirito di iniziativa con politiche adeguate.





[1] Luigino Bruni, Trappola da smontare, Avvenire domenica 6 aprile 2013
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mercoledì 17 aprile 2013

L'albero generoso

Shel Silverstein, L'albero, Salani Editore

C'era una volta un albero che amava un bambino.
Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni.
Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta.

 Si arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccato al suoi rami. Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocavano a nascondino.
Quando era stanco, il bambino si addormentava all'ombra dell'albero, mentre le fronde gli cantavano la ninna nanna.
Il bambino amava l'albero con tutto il suo piccolo cuore. 

E l'albero era felice.
Ma il tempo passò e il bambino crebbe.
Ora che il bambino era grande, l'albero rimaneva spesso solo.
Un giorno il bambino venne a vedere l'albero e l'albero gli disse:
"Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l'altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, 

gioca alla mia ombra e sii felice".
"Sono troppo grande ormai per arrampicarmi sugli alberi e per giocare", disse il bambino. "Io voglio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?".
"Mi dispiace", rispose l'albero "ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va' a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice".
Allora il bambino si arrampicò sull'albero, raccolse tutti i frutti e li portò via.E l'albero fu felice.
Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare... 

E l'albero divenne triste.
Poi un giorno il bambino tornò; l'albero tremò di gioia e disse:
"Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l'altalena con i miei rami e sii felice".
"Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi", rispose il bambino. 
"Voglio una casa che mi ripari", continuò. "Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa. 
Puoi danni una casa?".
"Io non ho una casa", disse l'albero. "La mia casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice".
Il bambino tagliò tutti i rami e li portò via per costruirsi una casa. 

E l'albero fu felice.
Per molto tempo il bambino non venne. Quando ritornò, l'albero era così felice che riusciva a malapena a parlare.
"Avvicinati, bambino mio", mormorò "vieni a giocare".
"Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare", disse il bambino.
"Voglio una barca per fuggire lontano di qui. 

Tu puoi darmi una barca?".
"Taglia il mio tronco e fatti una barca", disse l'albero.

"Così potrai andartene ed essere felice".
Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una barca per fuggire.
 E l'albero fu felice... ma non del tutto.
Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora.
"Mi dispiace, bambino mio", disse l'albero "ma non resta più niente da donarti... Non ho più frutti".
"I miei denti sono troppo deboli per dei frutti", disse il bambino.
"Non ho più rami", continuò l'albero "non puoi più dondolarti".
"Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami", disse il bambino.
"Non ho più il tronco", disse l'albero. "Non puoi più arrampicarti".
"Sono troppo stanco per arrampicarmi", disse il bambino.
"Sono desolato", sospirò l'albero. "Vorrei tanto donarti qualcosa... ma non ho più niente. 
Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto...".
"Non ho più bisogno di molto, ormai", disse il bambino. "Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. 

Mi sento molto stanco".
"Ebbene", disse l'albero, raddrizzandosi quanto poteva "ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuole per sedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati".
Così fece il bambino.
E l'albero fu felice.

Shel Silverstein
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domenica 14 aprile 2013

"Fratello ateo nobilmente pensoso"


Davide Maria Turoldo (1916-1992)


Fratello ateo nobilmente pensoso
alla ricerca di un Dio che io non so darti
 attraversiamo insieme il deserto.
Di deserto in deserto andiamo
 oltre la foresta delle fedi
liberi e nudi verso
il nudo Essere e là
dove la Parola muore
abbia fine il nostro cammino.

David Maria Turoldo

da Davide Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, Milano 1992


I due lupi




Una sera, l'anziano capo Cherokee raccontò al nipote la battaglia che avviene dentro di noi. Gli disse: - Figlio mio, la battaglia è fra due lupi che vivono dentro di noi. Uno è infelicità, paura, proccupazione, gelosia, dispiacere, autocommiserazione, rancore, senso di inferiorità, senso di colpa. L’altro è felicità, amore, speranza, serenità, gentilezza, generosità, verità, compassione verso noi stessi e gli altri.
Il piccolo ci pensò su un minuto poi chiese – Quale lupo vince?
L’anziano Cherokee rispose semplicemente: - Quello a cui si dà da mangiare.

antico racconto indiano
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sabato 13 aprile 2013

"Tu non l'opprimerai" di Erri De Luca




“Tu non l’opprimerai” dice cinquanta volte la parola sacra.
Dice, continua a dire, perché scritta non basta,
tutti gli oppressori hanno una Bibbia in casa.
Dev’essere esclamata nella piazza, sotto l’angolo retto
della pioggia e del vento che lucida le stelle.
Va ribadita in faccia ai cieli chiusi.
Il povero è un atleta, la sua specialità è la maratona.
Se al ricco d’improvviso succede la caduta nella povertà
sprofonda, annaspa, incredulo alla sorte.
Anche se professore, laureato, è analfabeta della povertà.
Nella rovina degli abbienti il povero indovina
l’avvento di una scopa cometa che spazza ogni cent’anni.
Lieti i calpestati, disse da un’altura sconosciuta
il figlio dell’ Adàm, padre di nessuno e fratello di tutti.
Non è avviso per posteri lontani, ma d’imminente urgenza.
I tempi da noi invecchiano in fretta e le fortune scadono,
la storia è una signora smemorata.
Il papa, il re e chi non tiene niente: questi sono i potenti,
ma solamente il terzo erediterà il raccolto del mondo.

Erri De Luca

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giovedì 11 aprile 2013

Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo




Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell'asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l'asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo.
Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase quieto.
Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra. Finalmente il contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide, l'asino si scrollava dalla groppa ogni palata di terra che gli buttavano addosso, e ci saliva sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra, saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo.
Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino l'asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e cominciò a trottare felice.

Quando la vita ci affonda in pozzi neri e profondi, il segreto per uscire più forti dal pozzo é scuoterci la terra di dosso e fare un passo verso l'alto. Ognuno dei nostri problemi si trasformerà in un gradino che ci condurrà verso l’uscita. Anche nei momenti più duri e tristi possiamo risollevarci lasciando alle nostre spalle i problemi più grandi, anche se nessuno ci da una mano per aiutarci.
La vita andrà a buttarti addosso molta terra, ogni tipo di terra. Principalmente se sarai dentro un pozzo. Il segreto per uscire dal pozzo consiste semplicemente nello scuotersi di dosso la terra che si riceve e nel salirci sopra. Quindi, accetta la terra che ti tirano addosso, poiché essa può costituire la soluzione e non il problema.

dal blog il traghettatore di M. Delladucato

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martedì 9 aprile 2013

domenica 7 aprile 2013

giovedì 4 aprile 2013

La sofferenza degli immigrati nell'ultimo romanzo di Paola Capriolo