mercoledì 29 febbraio 2012

NO TAV Come uscire dallo scontro

Val di Susa Lago Grande

Una democrazia è tale solo perché il popolo elegge i propri governanti? Dopo di che il cittadino non ha più diritto ad intervenire? E il potere politico può non tenere più conto del pensiero dei cittadini?

Abbiamo sentito spesso parlare, negli ultimi tempi, di democrazia malata proprio per questo mancato rapporto tra elettore e eletto dopo le votazioni; di cittadinanza attiva quale antidoto al collasso democratico; come pure di patto elettorale tra elettore ed eletto per impedire derive autoritarie in campo politico.

Tuttavia in Val di Susa, nonostante un’intera comunità ritenga la costruzione della TAV una violenza alla propria terra, alle tradizioni e alla cultura locale, oltre che all’assetto ambientale, le Istituzioni politiche nazionali e regionali affermano con decisionismo unico che la TAV è necessaria ed indispensabile.

I fatti di questi giorni ci riportano alla mente l’esperienza di un piccolo uomo del Veneto, il contadino Giovanni Parolin 1, il quale, negli anni 60, di fronte alla decisione politica di trasformare un’ampia zona della sua terra in una grande cava di ghiaia e con successiva creazione di un enorme lago artificiale, si oppose con tutte le sue forze insieme alla sua gente a tale decisione. Scesero in strada ogni mattina all’alba, e si posero ogni giorno dinanzi alle ruspe, rischiando la galera e la morte, fino al giorno in cui quel loro grido giunse alle orecchie del Ministro che capì le ragioni di quella popolazione e annullò la decisione già presa.

Ebbene la lotta democratica di Giovanni e della sua gente ci porta oggi a riflettere su quanto sta accadendo in Val di Susa, dove il grido di dolore che sale da questa terra, così esteso e rappresentativo, viene messo inesorabilmente a tacere dalla classe politica regionale e nazionale, ostinata nel suo “dovere istituzionale”.

Purtroppo questo atteggiamento è molto diffuso in politica: nelle piccole o grandi città, nelle Regioni e al Governo, quasi sempre le scelte vanno realizzate indipendentemente dall’opinione dei cittadini.

Non condividiamo tali atteggiamenti da qualunque parte politica essi provengano, anzi li riteniamo un pericolo della vita democratica.

Per scelte fondamentali e fortemente controverse, occorre sempre una mediazione che parta da un confronto serio, e dove ciascuna delle parti eserciti i propri diritti ma anche i propri doveri; e fra i doveri fondamentali di un paese che si definisce democratico c’è quello di raggiungere soluzioni condivise tra parte politica e parte sociale, in quanto la non condivisione porta conflitto e accende la violenza. Lo affermava in tempi non sospetti Chiara Lubich quando diceva: “E’ meglio il meno perfetto in unità, che il più perfetto nella disunità”.

Lì dove il contrasto sembra insanabile, non è debolezza rimandare la soluzione, ma vera saggezza. Sì è saggezza riconsiderare, in tali situazioni, le diverse ragioni, riesaminare i problemi correlati, sviscerando le motivazioni che impediscono una convergenza, nel rispetto profondo di ogni pozione, applicando alla vita politica quella categoria disattesa della fraternità, che ci porta sempre a guardare con grande attenzione le ragioni altrui come le proprie.

Evidentemente la classe politica odierna è molto lontana da tale visione della politica, e la mancata applicazione del principio della fraternità, in quanto categoria fondante della vita politica, mette oggi seriamente a rischio la libertà e l’uguaglianza a vari livelli,

A nostro parere, bisogna ricondurre lo scontro oggi in atto in Val di Susa su un piano di confronto serio che si realizza attraverso un dialogo costruttivo che non punti alla prevalenza delle ragioni dell’uno sulle ragioni dell’altro, ma che arrivi, in uno spirito di vera fraternità, seppur faticosamente, ad una sintesi nuova, senza vincitori o vinti.

1 – Pasquale Lubrano Lavadera, Cerco un paese innocente: il sogno di Giovanni Parolin, Città Nuova 2011

giovedì 23 febbraio 2012

"Un altro mondo è possibile" di Antonio Sciortino

Antonio Sciortino

Oggi c’è una grave preoccupazione per la crisi economica in tutto il mondo. Le nazioni sono in ginocchio. Paghiamo le conseguenze di una finanza sganciata dall’etica e di un mercato senza regole. Un’economia poco responsabile e senza anima, dove le merci contano più dell’uomo e il profitto, da raggiungere ad ogni costo e mezzo, vale più della dignità delle persone. Paghiamo l’assenza di una “grande visione” a livello mondiale. Problemi irrisolti e una classe politica mediocre.
Scontiamo un modello errato di sviluppo, con pesanti tagli alla spesa sociale e forti riduzioni a crescita e investimenti. Ma anche la perdita di numerosi posti di lavoro e la chiusura di aziende.
Che non ce la fanno più a contrastare libero mercato e concorrenza sleale, e “gettano la spugna” anche nelle regioni più ricche ed avanzate del Paese.
Ma c’è un'altra crisi, cui poco si bada. Ancor più grave della recessione. E’ quella etica. La crisi dei valori, in ogni ambito. Economia inclusa, perché tutto correlato….La vera sfida del nostro tempo è dare un’anima all’economia e alla politica. Ma anche a tutta la società. Senza un vero umanesimo, è difficile costruire un mondo più giusto e in pace, nonché più fraterno. Se scienza, politica, economia e tecnica si allontanano dall’etica, si trasformano da forze di promozione umana in forze di autodistruzione.
L’economia o è etica o non è. In un mondo selvaggio e veloce,quanto più cresce la confusione tanto più sono necessarie regole comuni e un nuovo codice per l’era della globalizzazione. Perché un altro mondo è possibile. Con una più equa distribuzione delle ricchezze della terra, che sono universali, nel senso che appartengono a tutti; e con nuovi modelli stili di vita più sobri, che facciano a meno di sprechi e consumi superflui.

Antonio Sciortino

Da Antonio Sciortino, Il limite, Editori Laterza, 2011

lunedì 20 febbraio 2012

Festival di Sanremo 2012


Può bastare della buona musica a dare senso alla costosa manifestazione di Sanremo 2012, in un momento di grave crisi economica che chiede sacrifici ingenti alle famiglie degli italiani e che conta ogni giorno un numero sempre più alto di persone che perdono il lavoro?
Si parla di un bilancio di circa 300 milioni di euro, con cifre stratosferiche per l’allestimento del palco e per gli onorari di artisti e modelle. Solo la modella Ivana Mrazova ha ricevuto un compenso intorno ai 50 mila euro per una esclusiva presenza scenica di effetto, e il pur bravo Cementano è costato ai cittadini 350 mila euro a serata.
Può bastare tutto questo?
NO! Sinceramente NO! Non può bastare!
Quanto deve lavorare un impiegato, un operaio o un decente di scuola media per arrivare a queste cifre?
Pensiamo che la sobrietà di vita che si auspica e si impone a tante famiglie, deve essere vissuta anche da una televisione di Stato che si regge con il contributo di tutti i cittadini.
Forse occorre ricordare che grandi artisti hanno donato in tutti i tempi opere immortali spesso in condizioni di estrema sobrietà e nella sofferenza, per cui non possono essere lo sfarzo e milioni di euro a dare valore alla vetrina di Sanremo.
Ci è sembrato, inoltre, quanto meno inopportuno che un artista, stimato e seguito per la sua incontestabile arte musicale, si sia cimentato in una “predica” non improntata sempre al rispetto della diversità di pensiero. Inaccettabile per i credenti, che certamente non hanno apprezzato la disinvoltura con cui sono stati tranciati giudizi durissimi mascherati da giustizia sociale ed etica, e per i laici, che probabilmente erano disposti solo ad una serata di puro relax, senza intrusioni. Senza parlare del turpiloquio, quasi fosse l’unico strumento per strappare un sorriso.
E’ questo il modello che vogliamo lasciare alle nuove generazioni?
Auspichiamo pertanto una vibrata, forte e democratica protesta dal Nord al Sud dell’Italia per chiedere al Presidente del Consiglio Monti e al Ministro dello Spettacolo, che non abbiamo più a verificarsi questa forti e deleterie contraddizioni, e che l’arte ogni arte, anche quella della musica, siano a servizio della crescita umana di ogni cittadino, in uno spirito di comunione e di partecipazione alla vita di chi soffre e lotta per vivere.

martedì 14 febbraio 2012

"E tu lo chiami Dio" di Eugenio Finardi

Eugenio Finardi

Il cantautore Eugenio Finardi, da dieci anni lontano dall’industria discografica ma non dalla musica è presente a Sanremo con un brano dal titolo E tu lo chiami Dio, . Nell’intervista concessa a Gino Castaldo confida: “Mi sono reso conto da tempo che i dischi che io volevo fare non li voleva nessuno, e allora ho creato una mia piccola casa editrice con due autori, me e Roberta Di Lorenzo…La canzone E tu lo chiami Dio è nata dalle nostre conversazioni. E’ un pezzo molto serio sulla libertà e sulla tolleranza, sul sacro - che non va brandito come un’arma, ma condiviso -, sul fatto che la spiritualità è di tutti, è dell’uomo, anche dei non credenti…Sono anni che mi interrogo sul sacro, pur essendo completamente ateo, e ho capito che la spiritualità e l’amore sono i più grandi motivanti dell’uomo, come l’avidità del resto, che però è la parte di Satana. Amore e spiritualità corrispondono all’uomo; lo stesso vale per la musica, vicina al linguaggio degli assoluti e rappresenta il nostro bisogno di contatto, la possibilità, noi insignificanti tesserini in un piccolo angolo dell’universo, di accedere al tutto.

Da Gino Castaldo, Finardi va a Sanremo con Dio e la tolleranza. La Repubblica 23 dicembre 2011

lunedì 13 febbraio 2012

Gandhi la “grande anima”



La figura e la personalità di Gandhi rappresentano incontestabilmente una sorta di provocazione, soprattutto per noi occidentali, dato che il suo esempio può essere considerato un invito a prendere posizione, a decidere cosa fare della propria vita quando si presenta nella storia un testimone della verità.
A differenza della maggior parte degli eroi nazionali, che sono stati eroi guerrieri, Gandhi mise fine alla dominazione inglese in India dedicando la propria vita alla promozione degli ideali di pace e non violenza, quegli ideali da lui considerati come le chiavi di volta del raggiungimento del progresso sociale ed economico.
Qualcuno lo ha definito un grande politico, altri ritenevano che fosse un santo, per milioni di induisti fu soltanto il Mahatma, la “grande anima”.

Arduino Damieto

Da “In dialogo per la pace” - Atti del Convegno del “Centro del dialogo con persone di convinzioni non religiose”, Castelgandolfo 28-30 maggio 2004

martedì 7 febbraio 2012

Pier Paolo Calzolari e "L'Arte povera"

Pier Paolo Calzolari e una sua opera

Pier Paolo Calzolari ha un volto antico: a immaginarselo in abiti quattrocenteschi, potrebbe essere un artista alla corte del Duca di Montefeltro. E intorno a lui c’è una bolla di silenzio desueto: parla a voce bassissima, mangiandosi le parole, e nel suo enorme studio – dove tutto sembra sospeso, immobile, anche i collaboratori di lavoro – si sente solo il ronzio sordo dei motori che producono brina, quel velo di ghiaccio che riveste tante sue opere d’un bianco algido che abbaglia. Come abbaglia perfino il nero assoluto dei suoi legni combusti, bruciati.
Per Calzolari la luce è un tema ricorrente, che sia naturale, o al neon o di candela. Anzi la sua vita sembra scandita da un rincorrere la luce…I due capannoni industriali dove lavora, ai margini di Fossombrone, tra Pesaro e Urbino, sembrano fatti di luce: una luce tersa dove la brina risalta ancora più bianca e le combustioni ancora più nere.
“Si parla dell’Arte povera – dice Calzolari – come di un movimento: non sono d’accordo. Perché non avevamo una visione unitaria: eravamo costellazioni diversissime tra loro, anche se con forti punti di intesa…A mio avviso l’Arte povera non è stata neanche un’avanguardia, come spesso si ripete, perché non intendeva affatto contestare il passato, porsi in alternativa: il ricordo e l’emozione del passato convivevano in tutti noi con il presente.”
Antonella Barina
Un opera di Calzolari

Da: Antonella Barina, Pier Paolo Calzolari. L’Arte povera? Non è stata né avanguardia né movimento, Il venerdì di Repubblica 7 ottobre 2011

lunedì 6 febbraio 2012

Fontem, eredità di Chiara Lubich

L'Ospedale costruito a Fontem

Non si comprendono fino in fondo le motivazioni per cui una patologia endemica della regione, cioè la malattia del sonno, sia divenuta circa cinquantanni fa talmente diffusa e letale da mettere in dubbio la sopravvivenza del popolo Bangwa 1 colpendo soprattutto la popolazione infantile, già di per sé bersaglio preferito e mortale della malaria.
Comunque di fronte a questo annientamento del suo popolo, il vecchio re, il Fon Defang, dopo aver senza plausibili effetti invocato tutti gli Spiriti Tradizionali, decise di risolversi a mettere in campo anche gli “Spiriti”, rappresentati dai vescovi delle chiese cristiane. Fu così che un vescovo cattolico olandese, monsignor Peeters, recandosi a Roma per il Concilio, incontrò Chiara Lubich e le chiese di prendersi cura del problema. Sostanzialmente Chiara fece un contratto con il vecchio re con contenuti “morali” e materiali: per i secondi chiese terreni e le palme per costruire il focolare, la scuola e l’ospedale, per i primi, facendo appello al suo “Spirito” che imponeva la pace, predicò l’amore reciproco, chiese la cessazione di ogni lotta tribale e di essere ricambiata (da tutto il popolo Bangwa, i confinanti ed anche dai suoi fratelli che avrebbero lavorato a Fontem 2 ) dello stesso amore che aveva portato lei a soccorrere quella popolazione.

Chiara Lubich a Fontem nel 2002
I medici inviati con il primo gruppo si misero a lavorare in una capanna simile alle abitazioni della gente, a servizio della popolazione, senza pensare di rivoltare il mondo. Invece fu proprio quello che riuscirono a fare, debellando completamente la mortalità da febbre del sonno, praticamente allontanando dalla popolazione questa patologia, anche se ovviamente il merito se lo presero altri.
Il patto con il vecchio Fon è stato suggellato nel 2009 da diciotto Fon di quella regione, in occasione della celebrazione del primo anniversario della morte di Chiara.
La Fondatrice non chiese in cambio conversioni di massa, secondo l’uso medievale, ed oggi anche se a Fontem esiste una bellissima chiesa e il focolare con diversi cattolici, questo non ha impedito che la maggior parte della popolazione professi ancora la fede negli Spiriti della foresta e degli antenati. Lo spirito di servizio nei confronti di quella comunità (oggi esteso anche a Besalì , del popolo dei Mundani, con le complicità del progetto dell’Unicoop, Firenze e di alcune iniziative della Regione Toscana) è rimasto lo stesso dei primi tempi sia nell’ospedale che nella scuola che ospita ragazzi provenienti da tutto il Camerun, con la caratteristica di avere un numero maggiore di donne ed essere per risultati la terza scuola di tutto il paese.La sanità poi si distingue per il suo livello e per l’accoglienza comunque fatta alla popolazione che vi si rivolge, con spirito di umanità disponibile e di grande tolleranza per tutte le tradizioni popolari, che non sono poche e talvolta francamente ingombranti.

Bambini di Fontem
Dell’eredità di Chiara Lubich, Fontem costituisce un capitolo importante. Della sua fantasia visionaria sulle cittadelle del Movimento, Fontem ha realizzato in pieno la parte più utopica del pensiero di Chiara. Ha riportato la pace fra quelle popolazioni. Ha portato l’educazione scolastica, restituendo alla donna africana, particolarmente oberata, almeno la sua dignità umana. Ha riconciliato quelle popolazioni con la fede cristiana (che non è stata più la teologia degli oppressori dominanti dell’epoca coloniale né quella astorica e occidentalizzata dei missionari), ma quella di una netta sequela della Parola. Il prezzo della “civilizzazione” non è stato pagato con le “conversioni”: non vi è stato mercato spirituale. Ha onorato la cultura del luogo e dei popoli che vi convivono, fecondandola con lo spirito dell’amore reciproco e dell’unità: “Ecco una donna che ha compreso la nostra anima africana” fu il commento del popolo alla sua prima visita; in particolare ha rispettato la profonda religiosità africana ed il loro culto degli Spiriti fino a promuoverne la conoscenza interconfessionale. Ha praticato l’apertura ecumenica nei confronti delle altre religioni rappresentate in quel territorio. Ha rispettato le numerose autorità di quelle genti, nelle varie forme in cui venivano espresse, accettando, nei loro costumi, di essere a sua volta onorata da quei popoli, facendosi “una con loro”.
Ha promosso la salute di quelle popolazioni sconfiggendo alcune malattie endemiche e diffondendo pratiche sanitarie corrette e scientificamente adeguate. Ha fecondato la vita civile con un esempio fattivo di soccorso al prossimo, di solidarietà, con una pratica sociale di perfetta uguaglianza a cui si è inchinata anche la gerarchia sociale. Ha fatto conoscere la realtà africana a tanti giovani e a tante persone disperse su tutto il pianeta, facendole collaborare al suo sogno per l’unità in quella terra di Fontem.
Ha accolto la felicità ed il sorriso di quei popoli, ai quali la miseria non è scudo per la festa e per la gioia di vivere, li ha talmente introiettati che li ha trasmessi a tante persone di varie culture diverse. Ha pazientemente accolto la venerazione per le tradizioni locali, aspettando che maturassero le condizioni per la trasformazione di quei vincoli che misconoscono la dignità umana e della donna in particolare.

Piero Taiti
1 - Tribù che vive nel Camerun occidentale
2 - Cittadella del Movimento dei Focolari, nel villaggio dello stesso nome in Camerun

da: Piero Taiti, Teologia politica a Fontem, in "Umanesimo, dialogo,fraternità: eredità di Chiara - Atti del Convegno 1-3 aprile 2011"