mercoledì 30 marzo 2011

dal "Diario" di Manuela Dviri


2 gennaio 2009: Fa molto freddo in questi giorni nel lembo di terra in cui vivono israeliani e palestinesi. Una settimana di guerra (ma che guerra è questa?) ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti, per la stragrande maggioranza palestinesi, ma mi rifiuto categoricamente di mettere sulla bilancia i loro morti da una parte e i nostri dall’altra per confrontarne i numeri: i morti sono morti, che siano israeliani o palestinesi, la sofferenza è sofferenza che sia israeliana o palestinese, e il dolore si somma e aumenta, e diventa a volte insopportabile, così che quando ti finiscono le parole ti verrebbe solo voglia di urlare, di dire basta, smettetela, è follia.

9 gennaio 2009: Oggi, in uno dei miei momenti di peggiore pessimismo, mi hanno tirato su il morale quattro signori di mezza età scatenati per la pace, innamorati della non violenza, invasati di amore per la vita. In nome di ciò in cui credono e a cui dedicano la loro vita, vogliono organizzare la prima “Marcia Mondiale per la Pace e la non violenza” (www.marciamondiale.org). “Poveri illusi” mi son detta al primo momento, “ci vuol ben altro di questi tempi”. Ma non voglio arrendermi e ancora una volta ho deciso, con grande fatica, di crederci….Non sono, i magnifici quattro, del genere pacifisti arrabbiati che bruciano le bandiere israeliane e americane. Semplicemente sostengono che non c’è futuro senza pace e non c’è pace senza costruttori di pace.E mentre in Medio Oriente la puzza della morte si sta facendo insopportabile, loro cominciano a muoversi. La marcia, temo, sarà lunga e difficile, i risultati, tutt’altro che certi. Speriamo che non si arrendano. Che dalle loro file nasca magari un nuovo Gandhi occidentale. Il mondo ne ha molto bisogno.

Manuela Dviri

sabato 26 marzo 2011

"Le donne" di Mariapia Bonanate


Molte donne, tenendosi idealmente per mano, hanno attraversato e attraverseranno i secoli futuri con il coraggio che sale dalle loro visceri e dal loro utero, anche da quello che non partorisce fisicamente. Che lottano per la pace e la sopravvivenza, dopo aver capito come scrive Etty Hillesum che la vita è difficile ma non grave e che una pace futura potrà essere veramente solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato questo odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore.1

Le mie amiche suore sono rimaste, in prima linea, a combattere le loro battaglie con quell’arma segreta che risulta vincente: la donazione totale e gratuita di se stessi agli altri. Più che mai sole, nello smarrimento della società civile e religiosa, più che mai determinate a costruire un futuro dove la luce vinca il buio. Le ha preservate quella pienezza umana che “il genio femminile” esalta nella normalità del quotidiano, sentinelle vigili e sempre pronte a difendere la vita e i suoi valori, a proporre significati profondi e immutabili che riparano dalla disperazione e dalla resa. 2

Più si ama l’umanità ferita, più si grida forte la propria indignazione, il “giusto sdegno” di Dante, per denunciare, a rischio spesso della vita, le ingiustizie e le violenze che alimentano “le nuove povertà”. Proprio in questa simbiosi di pietas e di forte indignazione, coraggiosamente manifestata, di profonda spiritualità e di appassionato impegno civile, sta la novità di “soggetti politici”, vigorosi e scomodi, che sanno tener testa anche ai potenti di turno.3

Mariapia Bonanate

1- Mariapia Bonanate “Donne che cambiano il mondo” Mondatori; 2- “Suore vent’anni dopo” Paoline; 3 – da un’intervista di Claudio Magris, Corriere della Sera

giovedì 24 marzo 2011

Il costo della RAI

gli operai in sciopero al cantiere di Pianello (foto di F.Troccoli)

Abbiamo sempre pensato che il costo di certe trasmissioni RAI sia eccessivo, soprattutto oggi in cui tante fabbriche chiudono e si chiedono sacrifici a tanti operai e metalmeccanici. E invece ci accorgiamo, da certe notizie, che si va avanti con grande spregiudicatezza. L’ultima che ci è pervenuta riguarda il contratto che la RAI ha firmato con il Sig. Ferrara al quale viene affidato lo spazio che fu di Biagi. Ogni giorno, dopo il TG 1 , il Sig. Ferrara avrà la possibilità di dire tutto quello che pensa per 7 minuti e questi 7 minuti ci costeranno 3.000 euro alla volta. E questo per ben 3 anni. Notizie di costi favolosi sentimmo già nel momento in cui la RAI rinnovava i contratti con Bruno Vespa, Michele Santoro e tanti altri conduttori televisivi. Per non parlare poi del Festival di Sanremo.Forse la RAI dimentica che c’è una moltitudine di famiglie che appena riesce a raggiungere 1000 euro al mese. E’ giusto tutto questo? Può una società democratica sopportare un dislivello retributivo così sproporzionato? Non si tratta piuttosto di scelte offensive della dignità della persona ,che vanno sempre a vantaggio degli abbienti e a svantaggio dei meno abbienti? Non è il lavoro, qualunque lavoro, un servizio per il bene della collettività? Per la RAI, servizio di informazione pubblica che si mantiene col canone dei cittadini, la sobrietà, rappresenta ancora un valore? Sarebbe opportuno che i cittadini facessero sentire la propria voce. Intanto non sarebbe male una protesta contro tutti questi programmi che vengono pagati a peso d’oro, spegnendo il televisore o cambiando canale.

giovedì 17 marzo 2011

In dialogo con Alessio Boni


Alessio Boni, attore di teatro, cinema e televisone è uno degli artisti più amati dal nostro pubblico. Riportiamo l’intervista che ha voluto rilasciarci dopo il nuovo spettacolo teatrale Art, dell’autrice francese Yasmina Reza, dove recita con Alessandro Haber e Gigio Alberti.

Il tema di fondo di Art è l’amicizia. Che valore ha nella tua vita questo sentimento?

L’amicizia è uno dei sentimenti più belli che lega le persone, ma non sempre essa è vissuta con autenticità e spesso interessi intellettuali, formalismi, categorie di subordinazione si nascondono dietro apparenze di condivisioni. Sappiamo che nell’amicizia non c’è attrazione fisica, come avviene invece nel rapporto uomo donna che permette di superare anche certe conflittualità dovute alla diversità psicologica oltre che ai caratteri. Nell’amicizia invece occorre una profonda onestà intellettuale, una stima reciproca, l’accettazione piena della diversità dell’altro. L’amico lo si sceglie, nella verità, senza finzioni o meschinità. Il testo Art della Reza smaschera le ipocrisie e ci porta a comprendere che non può esserci amicizia vera senza la forza della verità, che non va mai taciuta, anche se essa fa male.

Quale è la motivazione profonda che ti sollecita continuamente alla fatica e all’impegno del teatro, nonostante il successo televisivo e nel cinema.

Il teatro è la mia passione. Sono nato come attore di teatro. Infatti dopo i 4 anni di Accademia, per sette anni ho fatto solo teatro. Mi piace questo lavorare sul testo, comprenderlo, farlo mio…Ci lavori per due mesi poi entri nel personaggio e percorri i suoi passaggi così come l’autore suggerisce, ma ai quali tu devi aderire con la tua sensibilità, i tuoi sentimenti la tua voce, lo sguardo, i movimenti. E infine sali sul palcoscenico e ti cimenti cercando il rapporto con il pubblico, perché stai lì per quel pubblico, ed è questo rapporto col pubblico un’esperienza straordinaria irripetibile, sempre nuova, perché sempre nuova è la platea, che ti esalta e ti stimola a dare il meglio di te stesso. Ma è anche un termometro di cosa sia la nazione oggi, perché nonostante tutto incontri l’umanità con le sue pulsioni, le sue criticità, il suo entusiasmo le sue sconfitte e mentre tu reciti, entri in dialogo profondo con questa umanità ed avverti la sua reazione, in quanto si crea un rapporto intimissimo, un’atmosfera tutta particolare che induce sempre una riflessione nuova sull’uomo e sulla vita.

Ma anche un film dotato di una buona sceneggiatura può offrire riflessioni sentimenti, valori di questo tipo.

Certamente, ma per l’attore è molto diverso il modo di interpretare un testo teatrale. Nel teatro una volta impostata la scenografia, la musica, il testo è la linfa vitale che prende ogni elemento dello spettacolo e lo trascina con sé: l’attore è solo col suo testo e sviluppa il tema progressivamente, così come in una partitura musicale, per cui solo alla fine riesci a dare di esso il senso compiuto in quella determinata unità di tempo. Non così nel cinema o nella televisione dove l’attore è una pedina nelle mani del regista.

Ti condiziona una critica non favorevole.

Per niente. Sarei però ipocrita se dicessi che una buona critica non mi fa piacere. Ma quello che mi stimola di più e che mi interessa è il rapporto con il pubblico, incontrarlo dopo lo spettacolo, sentire dal vivo le loro reazioni, riflettere su quanto hanno colto o non capito. Quando recito capto “il respiro” del pubblico presente in sala, la sua partecipazione, il suo coinvolgimento, e se non riesco a sentire tutto questo allora si che devo mettermi in discussione. Senza questo rapporto il mio lavoro non è teatr, ma puro esercizio e tecnicismo sterile. E’ in questo rapporto che io incontro la dimensione culturale della mia gente ed allora nasce un osmosi che arricchisce me lo spettatore e il teatro, in questa sorta di reciprocità, diventa esperienza costruttiva dell’uomo.

Sei gratificato dal fatto che molti giovani assistono ai tuoi spettacoli?

Moltissimo, anche perché nello scegliere i testi da rappresentare io non trascuro i giovani, che sono il nostro futuro, per cui ho davanti a me un percorso ideale attraverso il quale voglio offrire loro strumenti culturali capaci di annullare quelle violente suggestioni di certi squallidi programmi televisivi. Per questo, se posso usare una parola impegnativa, direi che faccio scelte propedeutiche, in modo da portare il pubblico che mi segue a scoprire piano piano quelle grandi potenzialità che sono in ognuno di noi, per poi metterle in campo nella vita di ogni giorno.

mercoledì 16 marzo 2011

Evitare il fondamentalismo e il sincretismo


Angiola Codacci Pisanelli de L’espresso ha intervistato Gianfranco Ravasi sul Cortile dei gentili, Ne riportiamo una parte:

Com'è nata l'idea del "Cortile dei gentili"?
"Il punto di partenza è un discorso che Benedetto XVI ha fatto a Natale del 2009, quando ha auspicato che si creasse uno spazio di dialogo tra credenti e non credenti, dove gli uomini possano interrogarsi su Dio anche senza conoscerlo.

Quindi era uno spazio di dialogo ma anche di separazione netta.
"Sì. Noi invece vogliamo che, pur rimanendo ognuno nel suo territorio, ci si confronti e ci si ascolti. Perché, come ha detto il cardinal Martini, capita anche al credente di scivolare sotto il cielo dell'incredulità".

E si comincia all'Università di Bologna.
"Tengo a sottolineare che non è un'iniziativa ecclesiastica: la organizza l'Università. Io farò il saluto, insieme al rettore, ma a dialogare saranno laici, non "professionisti del sacro"…Il "Cortile dei gentili" non è un luogo per un confronto istituzionale: non si deve fare una trattativa per arrivare a un documento comune, è un momento di dialogo".

Ma il dialogo è possibile solo con filosofi?
"Stiamo cercando di farlo anche in altri campi. A dicembre ho invitato un grande astrofisico, John Barrow, di Cambridge, che ha tenuto una bellissima lezione sul "multi-verso". Perché ormai non si parla più di "uni-verso": e per studiare questa realtà si usa un linguaggio che è fatto sempre più di simboli, non più meramente sperimentale. E’ una complessità che mi ricorda quella bellissima immagine di Wittgenstein: "Volevo studiare i contorni di quell'isola che è l'uomo, alla fine ho scoperto invece i confini dell'oceano". Ecco: se guardo di qua vedo un'isola, che è finita, comprensibile, sperimentabile. Ma intanto sulla mia pelle battono le onde dell'oceano, che è qualcosa che ci trascende. Questo qualcosa il credente lo chiama Dio, il non credente avrà altre parole, ma l'importante è che ci si ponga la domanda. Tornare ai grandi temi aiuta anche ad andare contro la temperie socioculturale che ci circonda, e che tende alla banalità, alla superficialità. Pensiamo a come è concepita la relazione uomo-donna, nelle vicende di questi giorni: un contatto sessuale in cui non c'è più elaborazione, né eros, né tenerezza. Sono temi religiosi e non religiosi al tempo stesso, e quindi sono passibili di due letture diverse, di due approfondimenti".

Si parte dal rispetto reciproco, e nessuno vuole arrivare alla conversione dell'altro? Certo, anche se sia i credenti sia i non credenti si presentano al confronto con la loro testimonianza di vita. Una cosa importante proprio qui in Italia è mostrare al non credente medio che la teologia non è fantasia pura, ma è un sistema coerente, frutto di 20 secoli di pensiero di giganti come Agostino, Tommaso d'Aquino, Pascal, Cartesio, Kierkegaard... Come ha detto un grande scienziato ateo, Stephen Jay Gould, scienza e religione hanno magisteri non sovrapponibili ma non conflittuali. La conoscenza non è soltanto quella scientifica: c'è la conoscenza poetica, la conoscenza dell'amore. Sono sistemi diversi, ma questo non vuol dire che uno sia vero e l'altro no: sono veri tutti e due. Filosofia, teologia, scienza hanno linguaggi paralleli che danno conoscenza del reale. Io poi sono convinto che non sono solo paralleli, piuttosto si incrociano, ma questa è una cosa in più".

Tra atei e credenti oggi si tende a sottolineare le somiglianze più delle differenze. E’ giusto?
"I due livelli devono mantenere la distanza senza arrivare al conflitto. Dobbiamo evitare il fondamentalismo, ma anche il sincretismo: che sarebbe cercare di arrivare a un accordo di minima. La ricchezza è nella diversità. Non dobbiamo fare un duello ma un duetto: e in un duetto tra un soprano e un basso, il basso non deve cantare in falsetto. Il nostro dialogo deve avere come fine proprio la conservazione delle diversità".

Dopo Bologna come continuerà il "Cortile" "L'evento più impegnativo è a Parigi il 24 e 25 marzo. Tra gli organizzatori ci sono l'Unesco, la Sorbona, l'accademia di Francia. Parteciperanno il ministro dell'Istruzione quello della Cultura, e i più importanti intellettuali francesi".

Angiola Codacci Pisanelli

Da A lezione dagli atei di Angiola Codacci Pisanelli L’espresso 16 febbraio 2011