lunedì 15 ottobre 2012

Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea

Catherine Margaret Ashton
All’Unione Eropea va Premio Nobel per la Pace 2012. Riportiamo un passo di un articolo di Catherine Margaret Ashton - Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, dal titolo significativo: “Valori e diritti, la forza dell’Europa”.


L’unione europea ha una posizione ecnomica di rilievo nelle classifiche economiche…Ciò conferisce all’Unione Europea notevoli mezzi di pressione per promuovere le questioni che ci stanno a cuore, come il rispetto dei diritti umani e della dignità umana.
Nel mondo intero le persone credono negli stessi valori in cui crediamo noi.
Prendiamo ad esempio la “primavera araba” e ciò che chiedevano i manifestanti in piazza Tahrir: lavoro, dignità e diritti.
Riguardo al sostegno e alla realizzazione di tali richieste l’Unione Europea ha un punteggio superiore a qualsiasi altra potenza!
La politica mondiale sarà sempre più plasmata dalle richieste delle persone comuni: richieste di diritti, pace, prosperità, mentre i media sociali si faranno sempre più portatori del loro messaggio, consentendo agli attivisti di spezzare il loro isolamento, divulgare le loro idee e denunciare l’oppressione.
Sono poprio i temi per affronatre i quali l’Unione Europea fu fondata, e ai quali ha sempre garantito il proprio sostegno a livello mondiale…Il nostro impegno a favore dei diritti umani non segue il ciclo economico.
Nominerò tra breve il primo rappresentante speciale dell’Unione Europea per i diritti umani, il cui compito consisterà nel tradurre tale impegno a favore dei diritti umani nella prassi della politica estera. Sarà un lavoro difficile ma gratificante. Questa è la ragione per cui sono entrata in politica e per cui sono rimasta in politica.

Catherine Margaret Ashton
Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Catherine Margaret Ashton, Valori e diritti, la forza dell’Europa, Corriere della sera, 19 luglio 2012

venerdì 12 ottobre 2012

Ritornano Francesco e Chiara d’Assisi in un musical con Massimiliano Varrese


Massimiliano Varrese, attore eclettico che spazia tra la recitazione, il canto e il balleto, già apprezzato per la sua interpretazione del film Fuoco su di me, Premio per la Cultura del Dialogo al Festival di Venezia del 2006, ha ricevuto il prestigioso Premio teatrale “Vittorio Gassman” per la sua  innovativa interpretazione del musical Tre metri sopra il cielo, e il Premio Fraternità Città di Benevento nel 2008. Poi. dopo una serie di fiction televisive, ha scritto col mio amico Francesco Serino il libro L’estate è già finita (Sonda Edizioni) ed è nato un progetto teatrale in collaborazione con il maestro Maurizio Mastrini,  Processi invers,i sulle poesie di Diego Maria Porena. Ultimamente poi è stato protagonista al cinema del film Il mistero di Laura di Giovanni Galletta”. Lo abbiamo intervistato dopo i primi spettacoli del musical Chiara e Francesco. L'amore quello vero.

Oggi sei protagonista nella parte di Francesco con  Marina Murari nella parte di Chiara, nel musical diretto da Oreste Castagna, presentato con successo il 29 settembre a Rimini e il 6 e 7 ottobre ad Assisi. Sei soddisfatto di questo ruolo?
Moltissimo Al pensiero mi viene ancora la pelle d’oca, perché si è trattato di una coincidenza particolare. In questa ricerca nuova per la mia vita di artista, mi sono detto un giorno: mi piacerebbe interpretare Francesco d’Assisi. E con mia grande gioia mi è stato proposto di interpretare proprio Francesco nel musical “Chiara e Francesco il musical - L’amore quello vero”. Il fascino della sua figura mi giungeva da lontano, forse dalla mia fanciullezza, dall’amore che ritrovavo per la natura e anche dal personaggio di Eugenio in Fuoco su di me che è stato  il primo personaggio importante che ho interpretato sul grande schermo.

 
Quale è stato il tuo primo impatto con il nuovo personaggio?
Ho trovato davanti a me un gigante, un genio dello spirito che ha lottato fortemente per realizzare il suo sogno, spogliandosi di quegli orpelli che appesantivano la sua vita. Mi sono rispecchiato in Francesco ed ho trovato consonanza tra la sua scelta e il mio dire no a certi compromessi che il mondo dello spettacolo mi chiedeva. Ho vissuto giorni straordinari, con tutta la Compagnia, la mitica compagnia di Forza venite gente, che  hanno  cancellato certe immagini stereotipate del Santo che spesso hanno impedito a tanti giovani di oggi di trovare in Francesco un leader, scoprendo un uomo pieno di coraggio che ha rivoluzionato il mondo.


Lo senti quindi attuale per i giovani di oggi?
Francesco ha portato avanti la sua idea senza tener conto delle reazioni o dei giudizi degli altri. Ha sempre ascoltato la voce interiore della sua coscienza. Molti  l’hanno preso per matto, ma quella sua “follia d’amore” ha lasciato un segno grande nell’umanità. Egli parla a tutti, ma soprattutto ai giovani ai quali dice: “Se avete un sogno bello nella vita non abbiate paura dei giudizi degli altri, lottate per realizzarlo.” C’è una frase del film Fuoco su di me che è diventata il mio motto: “Il sognatore deve essere più forte del sogno”. Essa, mi pare, esprime molto bene la personalità di Francesco che ha avuto coraggio, determinazione e spirito di sacrificio per realizzare quello che aveva intravisto. Egli ha “perso tutto”, si è spogliato della ricchezza, ha lasciato la sua “divisa” a casa, ha indossato stracci, e ci ha insegnato che  possiamo guardare ogni creatura con occhi puri e che poter dire a una persona: “Ti voglio bene, sono disposto a far qualcosa per te” è l’atto più creativo e ci fa un gran bene.

nelle foto tre momenti dello spettacolo


giovedì 11 ottobre 2012

L’etica del vivere nel declino della mente

Molti paesi, come il nostro, negli ultimi decenni si sono internazionalizzati, acquisendo nuovi abitanti e tematiche etico-religiose di riferimento differenziate e disperse, mentre le tradizionali si sono in larga misura attenuate e laicizzate. Questi fenomeni hanno avuto origine già da lungo tempo, ancor prima delle cospicue ondate migratorie degli ultimi tempi, altrimenti sarebbe impensabile che un paese, che appariva o si dichiarava ancora largamente cattolico,  avesse poi approvato con referendum popolare due istituti come il divorzio e l’aborto ( sia pure sotto la dizione un po’ attenuata di legge per la maternità e paternità responsabile ) dichiaratamente avversati e proibiti dall’etica  presupposta come maggioritaria.
Rimane il fatto che le tematiche relative ai problemi dell’invecchiamento e del fine vita siano temi sensibili per almeno  quattro   motivi : 1) di  loro si è appropriata strumentalmente “la politica”; 2) interessano fatalmente tutta la popolazione, indipendentemente dai credi o non credi di riferimento ; 3) esistono dichiarazioni di indisponibilità anche a trattarne da parte di forze religiose ancora anagraficamente maggioritarie; 4) storicamente è avvenuto, anche di recente, che in alcuni stati i “deboli” o “malati” di mente siano stati categorizzati come soggetti non (o sub)-umani e quindi destinabili e destinati a “soluzioni finali”.
Per trattare di questi argomenti è quindi obbligo riferirsi al quadro etico-normativo fondante della nostra comunità statale : la Carta Costituzionale, che almeno nella prima parte è considerata unanimemente ancora oggi, documento intangibile per tutti i cittadini, sia per gli italiani indigeni sia per quelli che a vario titolo calpestano quotidianamente il suolo di questo paese geografico.
Ciò è reso maggiormente vincolante , se possibile, dal fatto che tutti i documenti internazionali  su questi temi che il nostro paese ha firmato nella Comunità Europea ( Convenzione di Oviedo, Carta dei diritti dell’Unione , etc. ), sono spartiti che recitano la stessa musica, sia pure con qualche variazione.
E’ noto che l’articolo 32 della Costituzione introduce, nel primo comma, l’individuo, come soggetto di un diritto fondamentale alla salute , mentre nel secondo comma, attribuisce a questo individuo il potere di non essere obbligato a nessun trattamento sanitario, se non per disposizione di legge, mentre nel terzo comma limita la legislazione ( e quindi tutti i futuri atti legislativi, di qualsiasi autorità che abbia il potere legittimo di emetterli ) nel senso che in ogni caso la legge non può violare i diritti della persona umana ( comma, com’è noto, introdotto su richiesta e relazione dell’onorevole Moro, poi approvato all’unanimità ) tra i quali principalmente la libertà dichiarata costituzionalmente inviolabile ( art.13 ).
Importante per il nostro tema, vedere come si è comportata in tempi recenti la legislazione quando tratta di cittadini che si suppone non abbiano piena disponibilità di sé stessi : la legge 180  ha imposto che solo l’autorità sanitaria locale, su proposta di un pubblico ufficiale medico, possa sospendere solo temporaneamente e provvisoriamente la validità dell’articolo 13, provvedendo ad un ricovero coatto. 
La normativa più recente ha poi previsto tulle le modalità attraverso le quali il cittadino ( o l’individuo, o la persona ) possono essere tutelati quando non siano capaci di provvedere a se stessi per qualsiasi motivo ( vedi la legislazione sulla tutela, sull’amministratore di  sostegno etc. ) individuando le possibili supplenze con un atto motivato e documentato della magistratura.
Tutto questo significa che la normativa si preoccupa di tutelare la persona, ed i suoi diritti irrinunciabili, anche quando un soggetto diviene incapace, temporaneamente o permanentemente, di rappresentarli nel contesto civile interpersonale o comunitario. Per converso ne consegue che è costituzionalmente “imprevedibile” qualsiasi norma che, al di fuori di questo contesto, sia atta anche solo ad attenuare i pieni diritti del soggetto debole o indebolito.
E’ superfluo notare che il concetto di “mente” ( e quindi di suo declino ) e che riguarda una parte, pure rilevante, del soggetto, non compaia nell’atto etico-politico di riferimento, come altre singole funzioni dell’uomo, ma vi compaiono i relativi concetti globali riguardanti l’uomo ( cittadino,  individuo, persona ).
I nostri padri costituenti, alternando a seconda dei contesti, queste tre parole, condensarono il meglio della cultura europea : idee provenienti dal giusnaturalismo, dalle rivoluzioni del seicento inglese, del settecento francese, del liberalismo europeo dell’ottocento, dai diritti del nostro Beccaria al personalismo cattolico francese del novecento.
Fin qui una tradizione abbastanza incontestabile.
Credo se ne possa leggere alla luce anche il futuro,  parafrasando  un antichissimo detto del diritto romano :  “il pieno rispetto della persona sia suprema legge dello Stato”.
Se si dovesse fare un elenco dei concetti etici di riferimento dei singoli concittadini si farebbe un inutile elenco di  molte pagine.
Nel mondo occidentale, dopo le ubriacature  politiche delle varie forme di stato etico dell’ultimo secolo passato, si ritiene unanimemente acquisito che lo Stato non possa e non debba avere “etiche” di riferimento, insomma che non  sia possibile nessuna “Sharia” : gli unici diritti che si riconoscono come universali e, quindi, garantitibili ad ogni cittadino della Repubblica, sono quelli previsti nel dettato costituzionale e il rispetto di quelli presenti nella testa di ciascuno, almeno che non prevedano atti  in contrasto con la legge : al di la di ogni diversità, lo Stato assicuri a tutti la vita e gli altri diritti espressi nella Carta, soprattutto quelli inerenti al diritto alla salute.
E’ comprensibile che se dal piano etico si passa a quello esistenziale sia della persona interessata sia dei suoi “con-giunti”, chiedersi cioè se esista e quale possa essere “l’etica del vivere” del soggetto  in declino, allora si aprirebbe un universo di pensieri, di comportamenti, di problemi molteplici ed affascinanti : ma non è questo il  tema del nostro discorso.
Il declino mentale o fisico appartengono spesso ad una fatale evoluzione della nostra condivisa natura : devono interessare la comunità, non per dettare ai singoli norme etiche di riferimento, ma per provvedere tutti quei provvedimenti atti a tutelare la vita umana della persona ( usque ad finem )  e la sua indisponibile dignità.
Piero Taiti

martedì 9 ottobre 2012

Uscire dall'individualismo



Maria Emmaus Voce

Si parla, ormai a livello globale, di crisi dei valori in tutti i settori, della famiglia, della politica, della società...ma soprattutto di crisi economica mondiale. E da questa situazione non è certo rimasta indenne la nostra Europa.Tuttavia è mia convinzione che la vera radice di tutto ciò stia fondamentalmente nella crisi dei rapporti. A livello personale, di gruppi e di nazioni occorre uscire dall'individualismo per andare incontro all'altro; intensificare il rapporto con ogni persona che ci passa accanto, fondandolo sul Vangelo, e contribuire, personalmente e tutti insieme, al bene e alla guarigione del pezzetto di umanità di cui facciamo parte.

Maria EmmausVoce

da  Dialogo tra amici, n.54 - Maggio 2012

sabato 6 ottobre 2012

"Non fare della Politica una professione" di Giuseppe Dossetti


Giuseppe Dossetti


Vengono pubblicati in un interessante volume “Il Vangelo nella storia. Conversazioni 1993-1995” (Edizioni Paoline) le ultime interviste a Giuseppe Dossetti sulla sua esperienza politica.
Con forza egli sottolinea alcune condizioni indispensabili per l’impegno politico: la pura gratuità , la doverosa non professionalità (un deciso NO ai politici di professione!) e un necessario limite della durata dell’impegno. Sono temi oggi molto dibattuti, ma che Dossetti con chiarezza estrema enunciava già nel 1993, all’indomani di “mani pulite”. Ne riportiamo alcuni passi.

Una prima condizione sarebbe proprio questa: che non ci sia un proposito di impegno politico che nasca dalla convinzione di una “missione a fare”. Nego “la missione a fare”. Nella politica non c’è. Mentre abitualmente e nell’esperienza concreta, la politica è stata pensata come una “missione a fare”. E’ questo che secondo me avvelena tutto.

La seconda condizione è la gratuità, che si misura  nella non professionalità  dell’impegno. Dove incomincia una professionalità dell’impegno, diventano possibili tutte le degenerazioni…Nascono  le degenerazioni a cui assistiamo in questa fase ultima del sistema che non ha ubbidito a queste condizioni: cioè alla fortuità, alla casualità, ma ha preteso di fare un progetto …che alcuni hanno preteso di portare avanti. Non è gratuità.

La realtà dei politici di professione, che sono tali da trenata a quaranta anni, credo che non la  si possa ammettere. Non si tratta di una ragione moralistica, ma di un principio. A certe “indispensabilità” così protratte io non credo – lo dico con molta sicurezza – perché la vita politica è una vita molto dispersiva. Ho fatto una grande fatica per tenermi in mano…Interrompere è una necessità fisiologica, oppure si prende tutto con superficialità estrema e allora si può vivere anche degli anni in politica, ma non si fa più politica. Fare politica dovrà essere considerato un episodio e un servizio che a un certo momento ci è chiesto, purché noi siamo convinti che il servizio deve durare poco.

Capitano da me moltissimi giovani a chiedere: che cosa faccio? Non ho una ricetta per tutti: guardo un po’il volto, capisco se la sua è un’inclinazione proprio disinteressata…allora magari lo incoraggio; se vedo che c’è un pochino di ambizione allora sono più guardingo e, piuttosto, lo trattengo.

Da Giuseppe Dossetti “Il Vangelo nella storia. Conversazioni 1993-1995”, Edizioni Paoline 2012

"Doppio Misto" di Raffaele La Capria

Raffele La Capria e la moglie Ilaria Occhini

Lo scrittore Raffele La Capria ha compiuto 90 anni e festeggia il suo compleanno con un nuovo libro di racconti, Doppio misto, per i tipi della Mondadori. Tra questi  racconti, particolarmente bello l'ultimo dedicato alla moglie dal titolo La vita sommersa e quella salvata, dove, come scrive Ida Bozzi "le vicende si fanno più vicine intime: il matrimonio con Ilaria Occhini, le vicissitudini della coppia, la casa caprese, l'amore ritrovato. E poco importa - scrive La Capria - se non proprio tutto quello che scrivo corrisponnde alla realtà, se la felicità non fu proprio così completa e c'era qualcosa in lei che talvolta d'improvviso l'offuscava: l'importante è che io possa raccontarmi quel tempo,..., come sto facendo senza sentire dentro di me nessuna vera contraddizione. Come una verità cercata a lungo, che l'autore scopre e accetta essere, infine, soltanto una versione dei fatti. Ma la migliore possibile".1



1 Ida Bozzi, La Capria, una vita si gioca in due, Corriere della sera,  3 ottobre 2012

venerdì 5 ottobre 2012

Una nuova classe dirigente

giovani in un'aula universitaria

Più che di un rinnovamento anagrafico, 
la politica necessita oggi di una forte iniezione etica. 
Con una nuova classe dirigenre 
che non pensi solo a "sitemarsi" con vitalizi e benefici vari.
 Chi va in politica deve "rimetterci".
 E non guadagnarci. 
Servire il paese è già un grande onore. 
E dopo uno o due mandati si torna tutti alle occupazioni di prima.

da Famiglia Cristiana - L'armata brancaleone nel Paese del Bengodi - 30 settembre 2012

mercoledì 3 ottobre 2012

Dobbiamo ridurre la povertà

Loppiano Lab 2012

Dobbiamo ridurre la povertà attorno a noi e nel mondo.
E la povertà più grande nel nostro mondo è la solitudine, la disperazione, l'angoscia.
Penso che dobbiamo dare a queste persone bisognose fraternità, 
e questo rappresenta una forma di amore reciproco: 
dobbiamo vivere la fraternità per eliminare questo tipo di povertà.

Jordi Illa



da  Atti del corso di approfondimento per “amici del dialogo” di convinzioni non religiose – Castelgandolfo 27 febbraio, 1 marzo 2009

Corresponsabilità nel dialogo

 
Diana Pezza Borrelli col marito Antonio Borrelli

Credo che dobbiamo tutti recuperare due grandissimi valori: la libertà e la responsabilità.
Se io ho la libertà di amare, di portare avanti la realtà del dialogo, sia all’interno di un partito o di qualsiasi realtà sociale, non ho timore del giudizio degli altri, e non mi interessa se l’altro è del mio partito o di un altro. Il sentirmi corresponsabile insieme a tanti  in questo dialogo mi spinge ad essere sempre più concreta e a comunicare agli altri questa vita.

Diana Pezza Borrelli

da  Atti del corso di approfondimento per “amici del dialogo” di convinzioni non religiose – Castelgandolfo 27 febbraio, 1 marzo 2009

martedì 2 ottobre 2012

"Dio, questo sconosciuto" di Vincenzo Cerami



“Dio, questo sconosciuto” si intitola così il dialogo tra credenti e non credenti che si svolgerà ad  Assisi il 5 e 6 ottobre. E’ l’ultima interessante iniziativa, in ordine di tempo, messa in piedi grazie al prezioso apporto del Pontificio Consiglio per la Cultura.
L’occasione è l’Anno della Fede indetto da papa Benedetto XVI. Si tratta di due fitte giornate in cui si confronterà il mondo cattolico con quello laico (quando non propriamente ateo).
Quel che si muove nell’asfittico clima culturale italiano lo si deve soprattutto alla Chiesa, mai come in questo periodo aperta ai confronti fino a ieri “impossibili”. Si parlerà del lavoro, dell’impresa, dell’ecologia, del dialogo interculturale e interreligioso, del nichilismo e, per quanto riguarda me, del rapporto tra arte e fede.
Quel che renderà vivo il dibattito è la centralità della persona in sé per sé, al di là (o al di sotto) del suo ruolo sociale: la persona in quanto creatura francescana, con i suoi silenzi, i suoi segreti, i suoi misteri. Ogni essere umano che si chiede cosa succederà domani fa i conti con le premonizioni, le speranze, i sogni…con la metafisica. La speranza dà senso all’esistenza, che altrimenti non sarebbe altro che apatico, passivo “passatempo”.
Non esistono uomini e donne che, prima o poi, non si interroghino sui grandi temi o sul significato del loro vivere. E ad ogni domanda nasce un dubbio. Il dubbio è il sale della fede, ma anche la bussola del non credente. Il dubbio è il comune denominatore di tutti gli uomini pensanti, atei e religiosi; è un enigma da risolvere, un segreto da svelare.
Ad Assisi, insieme all’architetto Kuksas e il maestro Ermanno Olmi, affronterò il tema dell’arte in rapporto alla fede, nel contesto “intimidatorio” degli affreschi di Giotto. San Paolo scrive che la fede è la certezza delle cose sperate, e la prova delle cose che non si vedono. Se al posto della parola “fede” scriviamo “arte”, il discorso mantiene una sua coerenza.
L’artista, anche il più blasfemo, nutre in sé l’idea di un mondo alternativo, idealmente migliore. E rimane fatalmente incantato dall’infinito e sublime equilibrio dell’universo, dove anche le cellule, miracolosamente, meravigliosamente agiscono, si trasformano, lottano per dare continuità alla vita. Cos’altro fa se non tentare di mettere in scena, esplicitare tutto ciò che esiste e pure non si vede? Lo scrittore, al contrario del cronista, lavora con le presenze invisibili. L’uomo di fede non fa forse la stessa cosa?
Non sarebbe tale se non evocasse la rivelazione certa, la sicurezza del giudizio. Ma Qohélet, l’Ecclesiaste, già prima della nascita di Cristo, ammonisce gli abitanti della Terra e spiega loro che Dio ha fatto in modo che “l’uomo non trovi nessuna traccia di lui”. La fede non è data una volta per tutte, è quotidiano travaglio, come il racconto della realtà nascosta espresso dall’artista.
Immagino che ad assisi si girerà intorno a questa parentela tra fede e creazione artistica. Ugualmente trascendenza e metafisica faranno da protagoniste negli altri incontri, anche in quelli in cui si ragionerà di giovani, di giurisprudenza, di politica, di scienza. Sta proprio qui, nella centralità della persona, l'attualità stringente del dialogo tra credenti e non credenti che avrà luogo nel cortile di Francesco. Ogni relatore sarà chiamato a spogliarsi di ogni atteggiamento pregiudiziale e di chiusura ideologica.
In questi anni di depressione,  crollato il mito totalizzante dell'edonismo merceologico, è necessario trovare in sé risorse spirituali che ristabiliscano le gerarchie dei valori.

Vincenzo Cerami

da Vincenzo Cerami, Arte e fede: confronto sulle cose sperate, L’Unità, mercoledì 26 settembre 2012