lunedì 30 novembre 2015

Caro fratello che hai scelto di combattere con l'Isis

Un gruppo di jiadisti dell'Isis
   Caro fratello che hai abbracciato il fucile per seguire  la politica di guerra dell’Isis, tu sei mio fratello anche se oggi mi sei nemico e vuoi uccidermi. 
   Gesù mi dice che devo amarti. 
   Ma come posso amarti se tu mi stai davanti con fucile pronto a colpirmi o a farmi salare in aria con la tua cintura di esplosivo? 
   Non lo so fratello. 
   Come cristiano posso solo chiedere al mio Dio di farti capire che con la violenza della guerra tutto è perduto e con la pace tutto è salvato. 
   Non ho altra arma se non la preghiera. 
   Resta un mistero per me la tua decisione di uccidere noi cristiani, solo perché un tempo anche noi siamo piombati con violenza nelle vostre terre per convertirvi. 
   Un crimine, il nostro, allora, un crimine, il vostro, oggi.  
   Ma non abbiamo già pagato abbastanza per questi crimini?
   Perché ancora altro sangue, altra violenza. 
   Sei proprio sicuro fratello che la violenza e il sangue è quello che il tuo cuore desidera ardentemente?
   Io penso di no. Io penso che tu, come ogni uomo, sia che tu abbia una fede religiosa o no, desideri guardare un cielo pieno di stelle e sognare con altri uomini una vita di amore e giustizia, abbandonarti teneramente tra le braccia della tua donna, carezzare il tuo bambino e donargli una vita senza guerre, aiutare il tuo vecchio padre a morire nel suo letto circondato dagli affetti…
   Ne sono convinto: è questo il mio e il tuo vero destino, un destino di fraternità, e un giorno, non so quando, lo realizzeremo insieme.

venerdì 27 novembre 2015

Chiara Lubich: Il terrorismo è generato dall'ingiustizia

Chiara Lubich (1920-2008)
   La pace è oggi un bene così prezioso che tutti noi, adulti e giovani, persone responsabili e semplici cittadini, dobbiamo impegnarci a salvaguardarla. Naturalmente per sapere come comportarci, occorre conoscere bene le cause più profonde dell'attuale drammatica situazione.
   E' noto come nel mondo non regni la giustizia, come vi siano Paesi ricchi e Paesi poveri, mentre il piano di Dio sull'umanità sarebbe quello d’essere tutti fratelli, in una sola grande famiglia con un solo Padre.
   E' questo squilibrio uno dei fattori, forse più determinante, che genera risentimento, ostilità, vendetta, terrorismo.

   E allora come creare maggiore uguaglianza, come suscitare una certa comunione di beni?  E' ovvio che i beni non si muovono se non si muovono i cuori. Occorre, quindi diffondere l'amore, quell'amore reciproco che genera la fratellanza. Occorre invadere il mondo con l'amore! Cominciando da noi stessi (...) Un amore rivolto verso tutti, simpatici o antipatici, piccoli o grandi, della tua patria o di un'altra, amici o nemici. Verso tutti. E amare per primi, prendendo l'iniziativa, senza aspettare d'essere riamati (...) Se così faremo tutti, la fratellanza universale si allargherà, la solidarietà fiorirà, i beni saranno meglio distribuiti, e potrà risplendere sul mondo l'arcobaleno della pace. 
Chiara Lubich


Messaggio  ai ragazzi per l’unità 26 maggio 2002 al Colosseo-Roma

mercoledì 25 novembre 2015

Scuola: una riflessione sulla valutazione e sulle prove INVALSI

Cè un gran parlare oggi della riforma Giannini sulla nostra scuola. A favore o contro.  
Vogliamo soffermarci un attimo sulla valutazione e sulle prove INVALSI.
Intanto siamo molto contenti di sapere che esiste un vivo dibattito in corso e che in molte scuole c’è un giusto concetto della valutazione, e che si entra con delicatezza nel sistema valutativo, per favorire una progressiva maturazione dell’allievo senza troppi traumi.
Nelle nostra esperienza di insegnamento, anni importanti perché entravano a buon diritto i Decreti Delegati, non poca fatica abbiamo fatto per convincerci della bontà di una maggiore democratizzazione scolastica. 
Riteniamo, però, che la valutazione resta l’argomento più complesso, spinoso e controverso nel quale intervengono tanti fattori di carattere sociologico, psicologico, pedagogico, dove non è stato mai facile trovare unanimità.
Ci siamo spesso rifatti a Don Milani e alla Montessori perché  abbiamo condiviso i loro sforzi e i risultati della loro ricerca.
Quello che vorremmo sottolineare oggi, è la  non condivisione del tentativo implicito di trasformare la scuola "da comunità educante ad azienda” e di riportare un certo tecnicismo statistico  nel sistema valutativo.
Ci fu detto nel passato, da Ispettori e Dirigenti, che la valutazione era uno strumento da usare oculatamente, non quale strumento selettivo, ma come unica possibilità per noi docenti di conoscere realmente le capacità del ragazzo, e quindi  come un aiuto sostanziale per il nostro lavoro di educatori, onde predisporre nuove strategie e nuovi strumenti di apprendimento.
Le prove INVALSI per come sono vissute oggi, molto spesso sono tutt’altra cosa, in quanto da esse statisticamente si dovrà rilevare la bontà della nostra Scuola o del nostro Istituto.
Questo è a pare nostro una” violenza sociologica e pedagogica” che  diventa dannosa nel processo formativo dei ragazzi nella delicata età della scuola dell’obbligo. 
Non crediamo che sia un caso isolato il fatto  che molti bambini, di seconda e quinta elementare (le classi in cui ogni anno si propongono le prove Invalsi), volevano, nel giorno stabilito, non andare a scuola per la “paura” di non saper rispondere bene ai quesiti.
Come pure non possiamo dimenticare  che è stata una conquista immaginare e realizzare “una scuola per tutti e a misura di ciascuno”, una scuola che non faccia comparazioni tra gli alunni, che sottolinei le qualità e le diversità di ogni ragazzo, che rispetti il ritmo di apprendimento di ciascun bambino nella ricerca di strade nuove per il recupero degli svantaggiati.
Ci sembra che tutto questo sia completamente fuori dai criteri che hanno determinato la nascita delle Prove INVALSI.
Una Istituto di periferia che ha la maggior parte di ragazzi provenienti da fasce sociali deboli, con ritmi di apprendimenti lentissimi, con scarso allenamento ad esercitare la volontà, verrà classificata dopo le prove INVALSI come una scuola di basso livello! E’ giusto questo?
Ricordiamo l’esperienza di un Preside di periferia  in quale, dinanzi ad un ragazzo per il quale si proponeva la bocciatura, perché “non aveva VOLUTO far niente”  pose agli insegnanti questo interrogativo: “Quali strumenti e strategie didattiche avete messo in campo per  sollecitare la volontà di questo ragazzo? Non possiamo dimenticare che la volontà è una delle capacità fondamentali che deve essere sviluppata nei nostri ragazzi, e per la quale dobbiamo attrezzarci? Se avete valutato questa mancanza di volontà dovevate per questo ragazzo predisporre opportuni percorsi didattici, diversi da quelli predisposti per il resto della classe….” 
Se quella scuola avesse dovuto presentare  oggi le prove INVALSI, certamente si sarebbe trovata agli ultimi posti in classifica. Eppure era una scuola dove, per la grande responsabilità pedagogica di quel Preside, molti ragazzi di strada sono riusciti ad entrare nel sistema scolastico senza più abbandonarlo.
Il Ministro Giannini e il Premier Renzi, invece, affermano a voce alta che le prove INVALSI portano la SCUOLA ITALIANA in Europa e che sono quindi esse  strumento avanzato per un recupero della bontà scolastica del nostro sistema.
Alla loro voce ufficiale, chi ha invece sperimentato il contrario ha il diritto di esprimere il proprio dissenso, senza violenza,  ma con la ferma convinzione che solo nel confronto onesto e leale  si realizza il bene della Scuola e dei nostri alunni.


martedì 24 novembre 2015

Quando la morte è una lezione di umanità

Funerale civile per Valeria Solesin
Oggi che il mondo si raggomitola su se stesso, che si chiude e inalbera una corazza a difesa dei suoi valori e della sua gente, che blinda frontiere e restringe passaggi, oggi c'è un uomo che a questo mondo dà una lezione di umanità commovente. È un uomo normale, o almeno lo era fino a 10 giorni fa: aveva un lavoro, una casa, una moglie, una figlia. Al mattino si alzava, afferrava gli occhiali dal comodino, si beveva un caffè, andava in ufficio, ci stava fino a sera poi, dopo un adeguato numero di ore, compiva il percorso inverso e tornava a casa, si levava gli occhiali e si addormentava nella rassicurante certezza della sua tranquilla quotidianità. Una notte però quella sua pacifica routine è stata scombinata, irrimediabilmente, da un gruppo di senza dio che in nome di dio gli hanno ammazzato la figlia. Che aveva 28 anni, questa figlia, ed era bella e anche buona: una di quelle che la gente te le invidia. E ora che la gente pensa di non avere più nulla da invidiargli lui, quest'uomo normale, si infila di nuovo gli occhiali e, senza nemmeno aver bisogno di un pulpito e di un pubblico, mette insieme la più grande lezione di umanità di cui io abbia memoria.
Alberto, questo è il nome nome normale di un uomo inconsapevolmente eccezionale, seppellirà sua figlia, e lo farà con dolore, rimpianto, angoscia e (immagino) un senso di perdita che solo un genitore che lo ha provato prima di lui, può comprendere. Ma lo farà senza quella rabbia e quel folle terrore che leggo nelle dichiarazioni di chi al Bataclan ha perduto solo l'idea di tranquillità in cui si cullava.
Nei giorni in cui il mondo annuncia la Terza Guerra Mondiale e si prepara a inondare di sangue i suoi quattro angoli, lui piano piano, senza alzare la voce, senza versare una pubblica lacrima (che non so immaginare quante ne stia versando nella violata tranquillità della sua casa) spiega al mondo che la pace è possibile. Lo spiega a capi di Stato e fanatici fiancheggiatori del terrore: quelli che tentano di giustificare stragi e omicidi in nome di altre stragi e altri omicidi patiti. Come se l'uomo non potesse vivere altrimenti che seguendo il Vecchio Testamento e la sua sanguinaria legge dell'occhio per occhio.
Al funerale civile, non laico - ci tiene a precisare - ogni preghiera, ogni benedizione, ogni lacrima sarà accolta. Anche quelle di un Imam. E, scusatemi, ma io mi alzo in piedi e abbasso gli occhi. Perché io stessa, che vivo con la parola "pace" a fior di labbra, riconosco che, davanti a uno strazio simile a quello che accompagna la nuova quotidianità di quest'uomo, sarei furiosa.
Lo guardo bene, allora, cerco nei suoi occhi l'umanissimo furore che aspetta di azzannare gli assassini: continuo a trovare pace. Dolore, certo, ma pace. Vorrei chiedergli come fa, come riesca a mantenere inalterata la sua civiltà, come riesca a non chiudersi in un guscio di rabbia e frustrazione, come possa naturalmente aprirsi a quella diversità che oggi spaventa tanti, quasi tutti.
Vorrei che, passati i giorni del dolore che annichilisce, Alberto venisse invitato nelle scuole (almeno in quelle del mio Paese): che magari, più del racconto del movimento per i diritti civili o della lotta non violenta di Gandhi, ai ragazzi servirebbe ascoltare la voce di un uomo fatto di carne e sangue che è riuscito a invocare la pace sulla bara di sua figlia. Un uomo che riconosce la liceità di ogni fede, di ogni dio, anche di quello che pregavano gli assassini di sua figlia. Un uomo che insegna che la rabbia e il rancore non servono a fare del mondo un posto migliore. Un uomo che, per la miseria, ha perso il suo bene più grande, che non ha fatto nulla per patire questa perdita, che avrebbe tutte le ragioni del mondo per inalberarsi in un grumo di revanscismo razzista, e invece no: si infila gli occhiali e consegna a chi lo ascolta sillabe di amore, accoglienza e rispetto.
Vorrei che ogni politico che oggi si arma, di droni intelligenti o di parole infuocate, si fermasse a riflettere, almeno un po', sul messaggio che gli ha recapitato quest'uomo normale. Che non fa proclami, non si siede in cattedra, eppure tiene una lezione indimenticabile sul potenziale dell'umanità. Io lo ringrazio, con tutto il mio cuore, il signor Alberto. Mi ha fatta sentire una pulce di ipocrisia e banalità. E sono felice di sentirmi così piccola, così perfettibile, così misera: solo in questo modo potrò migliorare me stessa e sperare, un giorno, di avere nel cuore quello stesso rispetto per l'altro che fa di un uomo normale un grande uomo. 

di Deborah Dirani - Huffington post

lunedì 23 novembre 2015

Come faceva Gandhi

Una scena del film "Gandhi" di Richard Attenborough (1982)
“Quando c'è vuoto di contenuti, mancanza di ideali si gratta nel secchio sporco e ci si infanga. La politica, purtroppo, è spesso in mano a qualche mestatore di odio...Non ci resta che combattere la nostra buona battaglia come faceva Gandhi: parola e azione, azione e parola, mai la violenza, mai la turpitudine, mai il marciume, mai il fango... ma la forza, il coraggio, la potenza dell'amore per l'uomo!”

Pavel Florenskji:Uno sguardo sapiente verso il futuro

Pavel Florenskji (1882-1937)

“Se la vita in genere ha senso e valore, dimenticare il passato è ingratitudine e insensatezza, poiché tutto diventa passato, allora tutta la vita, tirate le somme, dovrebbe rivelarsi uno zero. E’ attraverso  il flusso della memoria che scaturisce quella forma originaria della cultura che trasforma il passato in eterno presente, in sguardo sapiente verso il futuro... e che abbiamo l’obbligo di trasmettere ai figli, ai nipoti…Nel momento presente della vostra vita fate  ogni cosa perfettamente, con cura e precisione; che il vostro agire non abbia niente di impreciso; non fate niente senza provare gusto, in modo grossolano.”

Pavel Florenskji

domenica 15 novembre 2015

Enzo Bianchi: Tradurre i valori in realtà concrete.

Enzo Bianchi


La spiritualità - se vuole realizzarsi e non restare confinata nel non luogo dell’utopia o nel segreto dei cuori - dovrà non solo accettare ma anche desiderare di «farsi carne» nella vita pubblica e  comunitaria; così come, reciprocamente, la politica dovrà sollevarsi dalla ripetitiva amministrazione dell’esistente per ricercare un «governo degli uomini» degno di tal nome. Governo che non è dominio sugli altri, né affermazione dei propri interessi, ma efficacia dell’autorità, capacità di «far agire», di promuovere cambiamenti, di suscitare attese e di confortarle con risultati concreti.

In un mondo in cui si fa tanto parlare di «valori» e si fa così fatica a ritrovarli nel quotidiano, saper coniugare comunitariamente spiritualità e politica diventa allora un’esigenza ineludibile: le giovani generazioni presenti e future non ci chiederanno conto dei progressi di un mercato svuotato di senso né di una nobiltà d’animo nascosta nella nostra intimità, ma piuttosto di come avremo saputo tradurre i principi etici che ci abitano in realtà concrete, in politiche a beneficio dell’umanità, a cominciare dai più poveri. In fondo, l’interrogativo che Valadier pone come frase conclusiva del suo testo rimane decisivo: «E se la vita spirituale fosse una delle condizioni fondamentali di un'intensa vita sociale e politica?».
Le nuove generazioni ci chiederanno conto di come abbiamo saputo tradurre i valori in realtà concrete.

Enzo Bianchi


Non c’è politica senza spiritualità di Enzo Bianch in “La Stampa” del 29 gennaio 2011