lunedì 19 ottobre 2015

Viaggi di istruzione: se ne parla troppo poco.

Dopo la tragica morte dell’alunno diciassettenne Elia Barbetti, in viaggio di istruzione a Milano in visita all’EXPO, molti interrogativi si pongono sulle modalità e sull'attuazione di tali viaggi.
Possiamo senz’altro dire che, oggi, non esistono le condizioni strutturali e psicologiche per affrontare un "viaggio di istruzione" con ragazzi che, il più delle volte, non amano il viaggio in quanto "viaggio di istruzione", ma essenzialmente come un momento di evasione nel migliore dei casi, oppure come un momento di trasgressione in molti altri. 
Occorrerebbe pertanto per ogni viaggio, in ogni scuola, interpellare una equipe psicopedagogica che prepari preventivamente tale viaggio e si renda conto se quel gruppo di ragazzi è in grado di affrontare in maniera adeguata un tale viaggio.
Inoltre è assurdo pretendere responsabilità dai docenti, i quali con le migliori intenzioni non sono umanamente nelle condizioni di controllare da soli un gruppo classe animoso e in forte eccitazione, soprattutto di notte. Un tempo era forse possibile, oggi no.
Il problema è diventato pertanto molto complesso e, visto i recenti casi di alunni tragicamente morti nelle gite scolastiche, esso va radicalmente ripensato.
E' completamente inutile portare una classe a visitare il Duomo o il Colosseo, il Monte Bianco, o la città di Recanati se questi luoghi non rappresentano gli interessi culturali dei ragazzi.
Ogni viaggio andrebbe pertanto finalizzato ad obiettivi ben definiti e offerto solo a quei ragazzi che mostrano un serio interesse per quell'obiettivo e del quale abbiano già preparato le fasi di attuazione, con il raggiungimento di obiettivi intermedi. di conoscenza. 
Quindi viaggi per gruppi non numerosi, di interesse specifico, con la presenza di esperti
Diversamente sono gite e per le gite oggi non si possiedono strumenti e personale adeguato per offrire un opportuno controllo onde evitare tragedie..
Certo questi spunti  a caldo andrebbero inseriti in una riflessione più ampia. La Scuola e le famiglie dovrebbero andare a fondo su questo aspetto. 
Evidenziamo solo che, nella maggior parte delle nostre città,  non esistono più spazi pubblici di socializzazione per i ragazzi, dunque c'è una totale disabitudine a stare "fisicamente" insieme usando questo tempo per la comunicazione. 
Forse la Scuola dovrebbe aprire di più i suoi spazi a questo, anche in orari extra scolastici, favorendo la comunicazione e la collaborazione  non vincolate al rendimento scolastico. 
Purtroppo non ci sono fondi per tenere aperta gli istituti scolastici col personale necessario (un bidello e un insegnante). 
Questa è la situazione generale.  E sempre di più i ragazzi, dopo l'orario scolastico, si rinchiudono in attività individuali, di comunicazione virtuale, ed è naturale che in occasione di una gita scolastica esplodano!


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