mercoledì 23 dicembre 2015

Sindrome di Down:"Come spiegare ai bambini la diversità" di Martina Fuga

Foto di Martina Fuga

In un colloquio con gli insegnanti di Emma ci siamo chiesti come spiegare ai compagni della sindrome di Down. Dal primo giorno gli insegnati hanno cercato di trasmettere il concetto che Emma non è una bambina diversa dagli altri, ma abbiamo capito che non funziona. Come non funziona? Emma non è una bambina diversa dagli altri, perché non funziona?

Non funziona perché i bambini sono più intelligenti di noi e vedono che è diversa: è diversa perché parla in modo strano, perché ha dei tratti somatici particolari, e perché fa più fatica di loro in moltissime cose, quasi tutte, infine è diversa perché viene gestita dagli insegnanti in modo diverso. I compagni lo dicono chiaramente: “Ci dici che è come noi, poi tu la tratti in modo diverso: hai più pazienza, quando combina qualche pasticcio le dai tre avvertimenti invece di uno prima di metterle una nota o darle una punizione, quando ci fa un dispetto dobbiamo capire, ci può mettere più tempo a mangiare o a tornare dal bagno…” Più gli diciamo che è uguale a loro più si allunga la lista delle lamentele, più cresce il senso d’ingiustizia più si allontana il momento in cui Emma entrerà davvero in relazione con i suoi nuovi compagni.
Emma è una ragazzina come tutti gli altri? No, Emma è una ragazzina, ma è diversa. Emma è Emma e bastacome direbbe la mia amica Milena, che ci è arrivata molto prima di me. Lo è, come anche Cesare è Cesare e basta, così come Giulia, Paolo, Francesco, Andrea, Parth, Tuna, Angelina…
Sembra semplice ma non lo è, negare la sua diversità è una delle prime cose che ho fatto quando era piccola: “Emma è come tutti gli altri…”, lo ripetevo come un mantra rassicurante. In fondo allora non mi sbagliavo quando era piccola era davvero come tutti gli altri e forse anche ai compagni era giusto dire così, perché in fondo le differenze erano impercettibili, ma poi si cresce e nel crescere si definiscono le competenze, le debolezze, le identità. E’ giunto il momento di guardare in faccia la diversità.

Mi perdonino i neo genitori che stanno vivendo questa fase. Non è una critica nei loro confronti, l’ho passata anch’io ed è giusto che ogni fase venga vissuta nella sua pienezza. Ma davvero credo che ora sia tutto diverso. 
Non mi sento più di dire che Emma non è diversa. Mi sento di dire che essere diversi è normale, che essere diversi ha in sé qualcosa di potente, perché essere diversi è quello che ci definisce e ci rende unici. E questa diversità va cercata, scoperta, valorizzata, amata. 
Quello che definisce chi è Emma o un bambino con disabilità non è quello che riesce a fare rispetto ad un coetaneo o rispetto ad un programma scolastico, ma è quello che lei è. Che ne sarebbe allora delle persone con disabilità più pesanti? I bambini che non parlano, i ragazzi che non riescono a raggiungere le autonomie, i bambini che non possono andare in una scuola inclusiva? Non sono forse bambini come tutti gli altri? E’ la loro disabilità forse che li definisce?
No, è quel qualcosa di unico e caratteristico che è la loro identità che per lo più solo i genitori, i fratelli, gli amici veri che entrano in relazione profonda con loro riescono a scoprire, riescono a vedere. Quelli che non negano la loro diversità, ma quelli che vanno a leggerci dentro e che una volta trovato quel qualcosa di unico che lo distingue, lo amano profondamente.

Allora cosa dire ai bambini a proposito di un compagno con la sindrome di Down o di un bambino disabile?

Oggi più che mai credo che si debba parlare ai bambini del valore della diversità e di come tutti noi siamo differenti. 
Cercherei di far scoprire loro cos’è quell’unicum che rende speciali ognuno di loro e che li rende diversi gli uni dagli altri, pezzi unici e straordinari di un unico puzzle.
Cercherei di spiegare la differenza tra la parola equo e uguale: i bambini per esempio provano un profondo senso di ingiustizia quando Emma prende lo stesso voto loro con una verifica diversa. Ebbene riuscire a spiegare loro che non si tratta di essere trattati in modo uguale, ma in modo equo sarebbe una grande conquista. Se il compagno disabile riesce a completare senza errori la verifica preparata per lui e calibrata sulle sue competenze e possibilità merita il 10, come tutti i compagni che hanno ottenuto il massimo nella loro verifica. Essere trattati in modo diverso a volte è giusto, è un concetto difficile da spiegare anche ai figli nella relazione con i fratelli, ma è un punto fondamentale che li renderà uomini e donne migliori da adulti. Cercherei di far capire cosa significhi davvero “inclusione”. Inclusione non significa che tutti siamo uguali e per questo dobbiamo stare insieme, ma significa che ognuno è diverso e ha il diritto di esprimere la propria individualità nella sua classe, nella sua comunità, nel suo paese, nel mondo, ma le sue caratteristiche e la sua persona vengono accettate e rispettate.

 Il compito di ognuno è di accettare l’altro com’è. Il che non significa “lasciarlo lì”, ma significa accoglierlo per quello che è, andargli incontro e cercare le strategie per incontrarlo davvero. Non si crea empatia negando la diversità.

Guardare in faccia la diversità, non negarla, permette di conoscerla e di non averne paura. A volte permette di riconoscersi altrettanto diverso in qualcosa e di sperimentare la diversità sulla propria pelle. Andare a scoprire cosa c’è di unico e speciale nell’altro oltre la diversità (e ora non parlo solo del compagno disabile, ma dell’altro più in generale) è un viaggio meraviglioso che permette di conoscere se stessi e gli altri davvero e di dare valore alla differenza. Accettare la diversità dell’altro e riconoscere le differenze come una risorsa per imparare, confrontarsi, crescere, migliorarsi permetterà ai ragazzi di entrare in una relazione vera l’uno con l’altro.

Martina Fuga

dal blog  https://imprevisti.wordpress.com






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