martedì 29 ottobre 2013

"Arte, vita e sacro" di Mina Gregori


Mina Gregori, storica d’arte e Professoressa emerita presso l’Università di Firenze. E’ una delle massime esperte mondiali del  Caravaggio. 

Come è nata la sua passione per l’arte?
Un fatto familiare. Mio nonno si occupava del distacco degli affreschi …A mia madre devo la passione per le cose antiche. Da bambina mi piacevano le cose vecchie e mi facevo regalare oggetti che altrimenti sarebbero stati buttati: vecchie serrature e cornici dismesse. Da mio padre peresi il senso del viaggio e della libertà. Era un antifascista e Cremona negli anni trenta non era proprio la città ideale per viverci.
La considerano la più autorevole studiosa di Caravaggio. Cosa le ha dato o le ha tolto questo artista?
Di solito lavorare sulle leggende è molto rischioso. Ma qualcuno deve pur farlo. A me accadde di “scoprire” in anni giovanili un Caravaggio e questo ha un po’ cambiato la mia vita.
Proprio la parola “vita” entra con qualche decisione nell’arte di Caravaggio.
Con lui il rapporto arte-vita si rinnova. Era un uomo, come si sa, con molti problemi, dotato di un’irrequietezza straordinariamente moderna. La sua arte fu un po’ la sintesi della pittura fiorentina, veneziana e soprattutto lombarda.
Trasformò anche il rapporto con il sacro?
Certamente. I suoi modelli erano figure reali. E questa fu una grande novità.
Non ritiene che il sacro sia definitivamente morto nell’arte odierna?
Non sarei d’accordo sul “definitivamente”. Anche nelle immagini contemporanee, perfino nelle più dissacranti, si nasconde a volte un senso di mistero che provoca tremore. Siamo abituati a immaginare il sacro come un’affastellata congrega di santi o di madonne col bambino. Ma il moderno e il contemporaneo immaginano tutt’altro. Guernica non ha la stessa sacra autenticità di un dipinto del seicento?

Antonio Gnoli

da Antonio Gnoli, Intervista a Mina Gregori, Repubblica


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