venerdì 9 settembre 2011

Ermanno Olmi e "Il villaggio di cartone"

un'immagine del film "Il villaggio di cartone"

Come una sacra rappresentazione in abiti moderni, con una chiesa dismessa come quinta, un vecchio prete a fare da coscienza critica e un gruppo di migranti presi a simbolo delle contraddizioni umane. Ermanno Olmi riflette da par suo, con pacata indignazione, sul mondo di oggi nel nuovo film “Il villaggio di cartone”… pone domande vibranti, si dà risposte assolute: “Se non ci liberiamo degli orpelli, e quelli dei conformismi culturali sono i più dannosi, come possiamo entrare in relazione con gli altri”, dice. Se non andiamo oltre le liturgie, come arriveremo alla vera natura evangelica? “La chiesa è la casa che bisogna aprire all’accoglienza. Vorrei suggerire ai cattolici, ed io sono tra questi, di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani. Il vero tempio è la comunità umana.”

Continua il maestro ottantenne: “Il bene e il male li conosciamo, ma per essere davvero un uomo di fede bisogna confrontarsi con un mare di dubbi, la cultura ideale la si raggiunge solo quando il peso dei dubbi è maggiore delle nostre certezze. Delegare la fiducia? Troppo comodo. Dobbiamo imparare a pensare in proprio”. Così fanno i migranti rifugiati nella chiesa all’insaputa dell’anziano prete: ogni personaggio èn un simbolo. E tra la madre dolorosa, il traditore, l’insensibile caino, Olmi mostra anche un giovane terrorista pronto a farsi esplodere con una cintura di dinamite: “Mi chiedo chi è questo ragazzo che non accetta la relazione con il diverso e considera la violenza un dovere? Invece solo nel confronto e nel dialogo possiamo capire chi siamo. Se riuscissimo a trovare la solidarietà dell’origine, molti problemi si risolverebbero. Almeno io la penso così, è continuerò a ripeterlo finche ho fiato.”

Da “In ginocchio dagli immigrati più che davanti al crocifisso” di T.F. “Il Mattino” 7 settembre 2011

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